domenica, febbraio 18, 2007

Gli errori del Centrodestra

Gli errori del Centrodestra. Alcune riflessioni su Il Giornale.

Cara Destra quante occasioni ti sei fatta sfuggire di Geminello Alvi

Ha rinunciato a battersi contro lo Stato di Giordano Bruno Guerri

Deve smettere di avere paura della modernità di Angelo Mellone

Ma la libertà non è mai uno «strappo» di Redazione

sabato, gennaio 27, 2007

Il ddl Mastella è incostuzionale?

Riprendendo A Conservative Mind: Come mai se uno dice, che "l'Olocausto non è mai esistito, è solo un'invenzione della lobby ebraica!" la legge Mastella lo sbatte in cella fino a quattro anni, mentre se uno dice che " Le Foibe e i Gulag non sono mai esititi, sono tutte invenzioni dei fascisti!" , la stessa norma se ne frega?

Premessa io sono contrario a questa legge.

Ma domandiamoci siamo sicuri che questa legge non sia incostituzionale?
C'è chi sostiene che questa legge sia in contrasto con l'art 21 Cost. Non lo escludo anche se poi si sa che il limite del buon costume e dell'ordine pubblico lo si interpreta un'pò come si vuole.
Piuttosto mi soffermerei su un altro elemento di incostituzionalità: seguendo il ragionamento di cui sopra (ripreso dall'articolo di Carioti) potremmo dire che questa legge pecchi di irragionevolezza e che sia impugnabile per una evidente violazione dell'articolo 3 Cost. Questo soprattutto se si considera che giusto un'anno fa, nel gennaio 2006, su richiesta dei Paesi dell’Est europeo, il Consiglio d’Europa approvò a maggioranza una risoluzione che equipara moralmente comunismo e nazismo.

Il giudizio di ragionevolezza effettuato dalla Corte Costituzionale potrebbe svilupparsi come segue: Vengono poste a confronto due norme, la norma impugnata (nel nostro caso la norma implicita che esclude la memoria delle foibe dalla tutela apprestata alla memoria dell'olocausto) e la norma assunta a confronto, che si chiama in gergo tertium comparationis (nel nostro caso la norma che tutela la memoria dell'olocausto perseguendo penalmente chi ne nega l'esistenza).
La Corte dovrà poi ricostruire la ratio legis della norma in questione e valutare se sia giustificabile la diversa disciplina normativa data dalla norma impugnata rispetto quella prevista dal tertium comparationis. Nel caso in cui ritenga che la distinzione di trattamento non sia giustificato (che è quello che io sostengo) pronuncerà l'incostituzionalità della norma in questione nel punto in cui non prevede il medesimo trattamento a favore della memoria delle foibe e dei gulag.

Questa è la mia opinione (potrei anche sbagliarmi). Ditemi voi

Il pensiero theocon e i quotidiani di idee

Il Foglio diveta bipartisan. Da metà febbraio il quotidiano di Giuliano Ferrara avrà un inserto di due pagine(ma con il progetto di arrivare a quattro) curato da una redazione di centrosinitra riformista: Il sociologo Giuliano da Empoli, l'ex senatore DS Franco Debendetti, il veltroniano Chicco Testa, il senatore della Margherita (ed ex direttore de Il Riformista) Antonio Polito. contribuirà anche la casa editrice Marsilio. Per Il Foglio, di centrodestra ma molto autonomo, una piccola rivoluzione.
E' probabile che il nuovo quotidano Liberal (che dovrà nascere dall'esperienza del bimestrale omonimo e del settimanale Il Domenicale) terrà una linea Theocon come d'altronde sta già facendo Il Foglio.
C'è però chi (si legga anche qui), e non stiamo parlando di Radicali, parla, e non senza ragione, di tramonto dei theocons. A livello editoriale però questa idea non trova molto sostegno.
L'Indipendente delle Idee potrebbe, a mio parere, candidarsi ad essere il quotidiano di opinione che si proponga di offrire questa prospettiva. Certo sarebbe necessario un forte investimento, il numero delle pagine dovrebbe passare almeno da 4 a 8, con degli inserti montematici che trattino di Economia, Cultura, Geopolitica... di 2/4 pagine. Inutile dire che il direttore ideale per me sarebbe Pierluigi Mennitti.
Sempre a proposito di giornali. Fini ha dichiarato di voler trasformare Il Secolo d'Italia da quotidiano di partito a quotidiano di idee. Ebbene dopo il restyling perchè non affidare la direzione a un giovane e capace giornalista nonchè politologo come Angelo Mellone (Taranto 1973. Giornalista professionista, scrive per Il Giornale, è stato editorialista del "Secolo d’Italia" e collaboratore del "Riformista". Ha conseguito il dottorato in comunicazione presso il Dipartimento di scienza della politica e sociologia dell’Università di Firenze, e svolge attività di ricerca al Dipartimento di Scienze storiche e socio-politiche della Luiss di Roma. Autore, tra l'altro del fortunato libro "Dì qualcosa di Destra") invece che una deputata, ancorchè brava, come Flavia Perina?

giovedì, gennaio 25, 2007

In politica la comunicazione ha il suo peso

Why say "spending" when investment yelds a more positive vibe? E' così che inizia un (ahimè) breve articolo del Time ove si parla del nuovo libro del guru Repubblicano Frank Luntz "Words that work: it's not what you say, it's what people hear". Egli sostiene, (un'pò la scoperta dell'acqua calda in realtà), che il linguaggio utilizzato dai politici repubblicani sarà decisivo per vincere le prossime elezioni. E prosegue con altri esempi: "death tax" al posto di "estate tax", "climate change" al posto di "global warming" e "scholarship" al posto di "vouchers".
In Italia ci vorrebbe una cosa simile, soprattutto per Fini: certi "strappi" verrebbero assorbiti con più facilità se comunicati nel modo giusto.

Ambientalismo Liberale

Ho letto questo e devo dire che non riesco proprio a capire per quale motivo in Italia l'ambientalismo debba rimanere ancora appannaggio della sola sinistra. Una volta ripulito di un consistente strato di ideolgia, l'ecologismo (liberale) dovrebbe iniziare a fare parte del vocabolario del centro-destra italiano.
Non sarei sorpreso se uno dei prossimi numeri di Ideazione fosse intitolato "Ambientalismo Liberale". Anzi avrebbe la mai piena approvazione.


P.S. : Sarkozy sta puntando su Ambiente, Diritti Umani e Sviluppo Sostenibile, considerati per anni patrimonio esclusivo della sinistra.

mercoledì, gennaio 24, 2007

Thinking the Unthinkable. Robert Sirico su Agenzia Radicale

Consiglio la lettura di questa intervista di Alberto Bitonti al Reverendo Robert Sirico, presidente dell’Acton Institute for the study of Religion & Liberty.

La consiglio soprattutto a chi si occupa di think-tanks

Aznar: bisogna accusare Ahmadinejad alla Corte dell'Aia di incitamento al genocidio!

Ci fu un tempo in cui la sinistra, in special modo quella europea, guardava con profonda ammirazione all'esistenza di Israele . Da un lato si trattava di recuperare una giustizia storica nei confronti del nazismo che non si era mai riusciti a ottenere con i propri mezzi; dall'altro, c'era il romanticismo dei kibbutz che in pieno deserto creavano frutteti secondo i principi di un autentico socialismo egualitario. Ma l'ammirazione ben presto svanì quando Israele fu costretto a difendersi dai propri vicini facendo ricorso alle armi, a volte preventivamente come in occasione della guerra dei sei giorni. La sinistra, inoltre, impegnata a portare dalla sua parte un proletariato che in Europa le voltava le spalle, vide nei palestinesi il protagonista rivoluzionario della sua storia. E via via che Israele veniva considerato un'appendice degli Stati Uniti, l'antiamericanismo viscerale finiva per confondersi con l'avversione per lo stato ebraico. Oggi, di fatto, essere antiamericano e antisemita è praticamente la stessa cosa. Sono in tanti a rallegrarsi ogni volta che l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta una risoluzione di condanna nei confronti dello stato d'Israele, a prescindere dalla motivazione o dalla sua legittimità.
Così come sono in tanti a preferire di non dare ascolto alle minacce che, un giorno sì e l'altro pure, lancia contro l'esistenza di Israele l'attuale presidente iraniano Mohamed Ahmadinejad. Costoro, tuttavia, non si rendono conto del gravissimo errore che stanno commettendo. La sinistra non può ammettere che nel mondo di oggi vi siano personaggi politici che parlano apertamente, sinceramente e senza mezzi termini dei propri obiettivi e delle proprie intenzioni. Eppure, sappiamo fin troppo bene che di individui così ce ne sono stati e ce ne sono tuttora. Uno è stato Hitler, che espresse in maniera inequivocabile il suo piano d'azione nel ben noto Mein Kampf anche se nessuno al momento gli prestò soverchia attenzione; un altro è Bin Laden, al quale il mondo non credette quando dichiarò unilateralmente guerra all'America e continua ancora a non credere quando dice di volere farla finita col mondo occidentale e instaurare un nuovo Califfato. Personalmente non metto in dubbio le parole di Ahmadinejad, che ritengo più che capace di dare attuazione ai propri piani il giorno in cui riterrà di disporre dei mezzi necessari per realizzarli.Proprio un anno fa, il leader iraniano apriva a Teheran una conferenza con un'immagine che fece il giro del mondo: una clessidra sulla cui base si era infranta una palla con i colori della bandiera americana, mentre un'altra, con quella d'Israele, stava per andare in pezzi. Non meno famose furono le sue parole: «Occorre cancellare Israele dalla carta geografica». A un anno di distanza un anno durante il quale, non va dimenticato, si è preso gioco della comunità internazionale riguardo al programma nucleare iraniano ecco che è celebrato un altro convegno internazionale nella capitale iraniana, questa volta per negare l'esistenza stessa dell'Olocausto, ossia il genocidio hitleriano che ha rischiato di sterminare completamente il popolo ebraico.Quella sua provocazione di un anno prima restò impunita. Gli europei desideravano che l'Iran si aprisse al dialogo e al negoziato, per cui scelsero di non reagire. Proprio per questo, perché le sue parole non suscitarono se non flebili rimostranze, il presidente iraniano si permette di tornare a minacciare Israele. Non contento di negare l'Olocausto e di contestare in tal modo la legittimità della nascita d'Israele, il dirigente della repubblica islamica ha augurato la fine dello stato ebraico. «I giorni di Israele sono contati», ha esclamato.In quella circostanza, le sue parole hanno provocato non più di qualche tiepida condanna diplomatica nelle principali cancellerie europee. Nei confronti di Ahmadinejad, però, serve ben altro che mere espressioni di disapprovazione. Da anni si discute su come contrastare un Iran chiaramente intenzionato a dotarsi di armi atomiche, e tuttavia continuiamo a disquisire su quali possano essere le strategie da seguire per raggiungere il consenso all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Bene: se la comunità internazionale non riesce a mettersi d'accordo sul programma nucleare, si continui pure a parlare, ma questo non significa che le provocazioni di Ahmadinejad debbano passare senza conseguenze.
Il mio buon amico Bibi Netanyahu ha lanciato un'iniziativa che merita di essere presa in considerazione: accusare il presidente iraniano di incitamento al genocidio. Non è uno scherzo. E' imprescindibile che i leader e gli ayatollah iraniani sappiano che si devono rispettare certe regole e che, in caso contrario, se ne debbano subire le conseguenze. Possiamo discutere sul tipo di sanzioni economiche da imporre a un Iran avviato sulla strada del nucleare, ma le sanzioni che hanno sempre effetto sono quelle messe in atto nei confronti dei leader politici. La proposta di perseguire Ahmadinejad a livello internazionale ha il merito di cominciare ad applicare questo tipo di sanzioni limitate, ma molto efficaci.Invocando la dissoluzione di uno stato sovrano senza aver ricevuto alcuna provocazione da parte di Israele, se non la sua stessa esistenza, Mohamed Ahmadinejad sta commettendo un errore gravissimo secondo il diritto internazionale. Egli non solo si richiama a principi contrari a quelli stabiliti dalla Carta delle Nazioni Unite, ma si rende anche colpevole di una palese violazione della Convenzione contro il genocidio. Si potrebbe poi aggiungere che le sue affermazioni contrastano con le disposizioni dello statuto del Tribunale Penale Internazionale. Di fatto, se Ahmadinejad invece di essere il presidente dell'Iran fosse un leader serbo, sarebbe già stato messo in stato d'accusa dalla Corte dell'Aia.Dobbiamo renderci conto che invocare la distruzione d'Israele non deve restare impunito. Se le parole di oggi non avranno una risposta forte, da sole intenzioni si trasformeranno in dura realtà. Cosa potranno pensare del nostro silenzio i nemici d'Israele? Una sola cosa, cioè che Israele è oggi più solo che mai e di conseguenza più debole. Ad ogni nostro segno di debolezza, gli avversari diventano più forti. Ma si sbagliano, e di molto, coloro che credono che tutto finirà per risolversi entro i confini del Medio Oriente. Oggi Israele è sottoposto a troppe minacce. I palestinesi e i terroristi suicidi; l'islamismo di Hezbollah a nord; Al Qaeda a sud, e sempre più presente in Giordania; senza contare il fondamentalismo iraniano. E un elemento li accomuna tutti: l'antioccidentalismo. Ahmadinejad non pensa al destino del popolo palestinese quando proferisce le sue minacce, ma pensa all'Islam e all'America, il Grande Satana. Pensa a Israele come al nemico occidentale alle sue porte.Per questo è così importante difendere Israele. Perché, pur trovandosi in Medio Oriente, è una nazione pienamente occidentale e la sua sparizione significherebbe la perdita della nostra posizione in quest'area del mondo e, con tutta probabilità, l'inizio di un attacco contro di noi. Abbandonare Israele alla propria sorte equivarrebbe a chiudere gli occhi davanti ai vincoli morali, politici, economici, culturali, storici e strategici che ci uniscono. Oggi più che mai.

Josè Maria Aznar

Fonte: Il Gazzettino

martedì, gennaio 23, 2007

Nuove (si fa per dire) idee sul versante editoriale

E' risaputo che non mi faccio mai i fatti miei e che è mia abitudine dare consigli non richiesti. Eccone alcuni:

Attualmente la Fondazione Ideazione, o meglio l'omonima casa editrice, pubblica la rivista bimestrale di cultura politica Ideazione. Grazie al contributo di una grande azienda, pubblica anche Emporion il quindicinale on-line di geo-economia.

La Fondazione Liberal pubblica anch'essa un bimestrale di politica e cultura ma ad esso allega anche il quadrimestrale Liberal Risk quaderni di cultura geopolitica.

Ebbene ecco una possibile evoluzione sul versante Ideazione:
Al bimestrale di cultura politica potrebbe essere allegato un quadrimestrale di economia, politica e cultura europea nel quale autorevoli esponenti del mondo della politica, dell'economia e della cultura della Right Nation europea possano liberamente confrontarsi e dibattere sul futuro dell'Europa. Azzardo il nome: Quaderni Europei

Emporion potrebbe trasformarsi in una rivista online di geopolitica, geostrategia e geoeconomia sulla falsa di Affari Internazionali, la rivista on-line aperta e dinamica, promossa dall’Istituto Affari Internazionali. Quest'ultima non ha un giorno di uscita definito e formalizzato, ma è invece caratterizzata da un rinnovamento continuo. I lettori possono trovare articoli, commenti, saggi, documenti, recensioni e sondaggi che vengono aggiornati a flusso continuo. Le novità vengono segnalate automaticamente ogni settimana tramite le newsletters.
Le rubrice di Emporion potrebbero invece continuare ad essere aggiornate ogni quindici giorni, esse potrebbero occuparsi ognuna di un'importante area geografica del mondo (Nord America, America Latina, Medio Oriente, Estremo Oriente...).

E' risaputo che fra qualche mese sarà in edicola il quotidiano Liberal con esso dovrebbe andare in allegato anche l'omonimo bimestrale di cui sopra si è parlato. Attualmente viene veduto abbinato a Il Riformista il bimestrale Quaderni Radicali. Mi domandavo quindi, perchè non allegare il quadrimestrale Samizdat (che per l'occasione potrebbe essere trasformato in bimestrale) dei Comitati per le Libertà al quotidiano Libero?

lunedì, gennaio 22, 2007

Un Forum delle Idee per i think-tank della Right Nation Italiana

L'European Ideas Network (EIN) è una rete aperta di think tank e fondazioni politiche a livello europeo nata per iniziativa del gruppo PPE-DE del Parlamento europeo, nell'estate del 2002. Attraverso incontri regolari e lo scambio di idee e di documenti di ricerca EIN si prefigge lo scopo di dare un valore aggiunto al lavoro dei partiti affiliati al gruppo PPE-DE. La cooperazione si è approfondita nell'estate del 2004 con la firma a Berlino di un accordo più ristretto, tra 25 associati, che mira a sviluppare visioni comuni, favorendo la formulazione di strategie, soluzioni politiche e progetti comuni e auspicando l'organizzazione di seminari tra esperti e di conferenze.

La rete riunisce oggi 35 organizzazioni provenienti da 19 paesi dell'Unione europea e coinvolge attivamente più di 500 persone.

EIN si avvale di due strumenti di cooperazione. Il primo consiste di 12 gruppi di lavoro, ciascuno coordinato da un presidente e da un relatore, distinti per materia e composti da esperti. Il secondo, utilizzato in ambito più ristretto dai firmatari dell'accordo di Berlino, consiste invece di 7 task force, ciascuna coordinata da una fondazione leader e composta dai rappresentanti dei think tank e delle fondazioni. I gruppi di lavoro e le task force preparano ricerche tematiche da presentare alle periodiche riunioni di EIN.

Evento culminante del calendario di lavori di EIN è la Summer University, una conferenza di tre giorni che si svolge ogni anno in un paese diverso, nel mese di settembre, e che richiama accademici, giornalisti, rappresentanti dei think tank e delle fondazioni politiche di EIN, opinion leaders e policy-makers da tutta Europa. La conferenza alimenta dibattiti in sede di assemblea plenaria e in sedi più ristrette, all'interno di gruppi di esperti e di tavole rotonde tra esponenti di alto rilievo del mondo della politica e del business. L'ultima Summer School si è tenuta a Lione dal 21 al 23 settembre 2006 all'insegna del tema "The World in 2020: Facing the Challenges of Tomorrow" ed ha attratto più di 300 partecipanti da 26 paesi.

Ebbene, perchè non creare anche in Italia un Forum delle idee sulla falsa riga della Summer University che raccolga gli esponenti dei princiapli think-tank, associazioni, riviste, giornali, case editrici, ma anche singoli intellettuali più o meno vicini al centrodestra italiano?

I primi promotori potrebbero essere la Fondazione Ideazione, la Fondazione Magna Carta, la Fondazione Liberal, la Fondazione Nova Res Publica e la Fondazione Free che sono i think-tank più vicini a Forza Italia ma potrebbero essere invitati a partecipare anche think-tank indipendenti come l'Istituto Bruno Leoni, l' Acton Institute e il CIDAS e think-tank vicini ad altri partiti di centrodestra come la Fondazione Fare Futuro (AN) e la Fondazione Formiche (UDC). (L'elenco continua qua).

P.S. Per facilitare una maggiore scambio di idee tra i diversi think-tank conservatori-liberali sparsi per il mondo sono stati creati dei Network. Oltre al sopra citato EIN, che raccoglie i pensatoi vicini al PPE, c'è, sempre in Europa, il Stockholm Network che raccoglie i think-tank liberali indipendenti. L' ATLAS Foundation si prefigge di perseguire scopi simili a quest'ultimo ma a livello mondiale.
Alcuni think-tank italiani fanno già parte di questi circuiti, molti altri però no. Se fossi in questi ultimi ci farei un pensierino...

sabato, gennaio 20, 2007

New generation

Journalists. New generation easy right:

Christian Rocca (1968) Il Foglio
Mattia Feltri (1969) La Stampa
Angelo Mellone (1973) Il Giornale
Angelo Crespi (1968) Il Domenicale
Filippo Facci (1967) Il Giornale
Paolo Messa (1976) Formiche

lunedì, gennaio 15, 2007

Parallelismi

Il Riformista : Le Nuove Ragioni del Socialismo = L'Opinione : Le Libertà

E' ora che qualche facoltoso imprenditore inizi ad investire sugli ultimi due

Giavazzi e il liberismo progressista

Grasse risate lunedì alla lettura del Corsera: Come è noto da che mondo è mondo, per diversi motivi, molti figli tendono a fare lo stesso lavoro dei propri genitori. Ma che anche i figli dei notai abbiano questa aspirazione al prof. Giavazzi proprio non va giù! E non importa che per accedere alla professione notarile è necessario passare uno dei più difficili concorsi pubblici(il notaio è un pubblico ufficiale) e che ovviamente questo concorso lo debbano fare anche i figli dei notai. E non importa che, a dimostrazione di quanto appena detto, solo il 10% dei notai italiani (percentuale più bassa di tutto il panorama professionale) hanno un famigliare dedito alla medesima professione. Tutto questo a Giavazzi non importa, quello che vuole è che ai figli dei notai non sia consentito accedere alla professione notarile (almeno così si deduce dalla lettura dell'articolo), come ciò possa avvenire non lo so. Immagino con una liberalissima legge (cmq incostituzionale) che impedisca appunto ai soli figli dei notai di partecipare al concorso per accedere alla professione notarile. Che dire... viva il liberalismo de sinistra!!!

UPDATE: a. man parla di Giavazzate Enigmistiche

venerdì, gennaio 05, 2007

Il poeta Naldini in difesa dell'Occidente

L'integralismo vince quando la ragione si arrende, abdicando alla propria Storia, alle millenarie tradizioni impastate con il sale delle usanze e condite con la saggezza del vivere civile. Il fanatismo, malato compagno del terrorismo, conquista terreno laddove l'Occidente rinuncia a rivendicare il proprio ruolo. E si vergogna dei segni cristiani del Natale: li nasconde, li copre per non urtare la suscettibilità musulmana. Addirittura, si ritira, sconfitto, sbandierando un malcelato senso di solidarietà umana nei confronti di altri popoli della terra e di altri credo religiosi. É l'inizio della fine.
A sostenerlo uno scrittore e un pensatore acuto, scomodo, che non conosce le mezze misure della mediazione e, per questo, si è fatto tanti nemici. Nico Naldini è ateo, ma non miscredente. E lo ha irritato profondamente, nelle scorse settimane, la notizia che l'Inghilterra aveva scelto di rinunciare ai simboli cristiani del Natale dimenticando tradizioni che parlano anche a chi non crede. «Questo politically correct spesso diventa un tradimento dello Stato laico e rappresenta un pauroso ripiegamento della cultura occidentale di fronte all'Islamismo». Intellettuale e poeta, uomo di cultura e cugino di Pierpaolo Pasolini, friulano di origine e trevigiano d'adozione, Naldini guarda a ciò che sta accadendo negli ultimi anni sul fronte rovente dei rapporti tra Occidente e Oriente, tra Cristianesimo e Islam, e non capisce tanto facile, impaurito ripiegamento. Amico di Oriana Fallaci, visto che all'epoca in cui la giornalista toscana scrisse il suo primo libro - "I sette peccati di Hollywood" - egli lavorava alla Longanesi, la casa editrice che lo pubblicò, ne ha condiviso le paure. Non gli anatemi. Ed oggi, appena trascorsa la festa della Natività, riflette sullo scontro fra culture e denuncia l'incapacità dell'Europa di alzare la testa.
Conosce il mondo musulmano?
«È diciott'anni che vado in Tunisia a Sidi bu Said, un villaggio alla periferia di Cartagine, da dove mi sposto per incursioni fino in Algeria, nel deserto Sahariano e in Marocco. Il mondo islamico mi attrae, è una cultura che continuo a studiare, così come la loro religione. Quando sono lì leggo, scrivo e vivo in solitudine perchè aborro i circoli italiani. Ci vado sei volte all'anno e per un mese alla volta sicchè, alla fine, vivo metà del tempo in Italia e metà in Tunisia».
Da cosa è partita la sua riflessione sullo scontro di culture?
«Mi sono soffermato a riflettere sugli esiti negativi dell'integrazione, non soltanto in Italia ma anche in Francia e in Inghilterra. E il "la" me l'ha offerto proprio l'Inghilterra, paese che ha abolito i segni cristiani del Natale con l'intento di non urtare la suscettibilità musulmana. Questa è una vittoria per gli integralisti e per i terroristi e, nel contempo, rappresenta un pauroso ripiegamento della cultura occidentale di fronte all'islamismo, un messaggio che le masse recepiscono e inghiottono come cavallette sazie e soddisfatte. Loro capiscono soltanto che ce l'hanno fatta. Che hanno vinto. Lo dico perchè ho un'immagine davanti agli occhi che mi ha raggelato il sangue. Ero in Tunisia quando è stato sferrato l'attacco alle Torri Gemelle e dopo mezz'ora tutti, in Tunisia, avevano sui cellulari le Twin Towers che bruciavano. Si passavano il messaggino l'uno con l'altro in segno di vittoria».
E i crocifissi nelle aule delle scuole?
«Anche i crocifissi fanno parte della nostra tradizione millenaria. Come si può pensare di toglierli dalle scuole? Noi viviamo con, sulle spalle, il peso della nostra storia e se anche sono ateo credo nella storia che ha trasmesso il cristianesimo e consiglio a tutti di leggere le parole che dieci anni prima di morire, ossia il 20 novembre 1942, Benedetto Croce pubblicò sulla sua rivista "La critica". Era il saggio "Perché non possiamo non dirci cristiani"».
Perchè lo scontro tra Occidente e Islam si inasprisce?
«Questa guerra scoppia adesso perchè l'Occidente non è più predominante com'era un secolo fa. La predicazione antioccidentale affonda le sue radici nel tempo, e fa breccia in una comunità dove il livello di convivenza civile è davvero basso: c'è povertà, subordinazione, finanche invidia per il mondo occidentale. Così, la fede fondamentalista rappresenta un collante tra i vari segmenti del mondo musulmano e suggerisce una identificazione possibile di tutti quei frammenti della società araba che hanno alle spalle una grande storia che conoscono malissimo. Finalmente c'è qualcuno che dice loro: "Siamo noi i veri credenti e la nostra identità va salvaguardata contro i non credenti". Passo dopo passo si arriva al fanatismo e agli attentati in America e in Europa».
Quale il suo sentimento di fronte a tutto ciò?
«Ho capito che non possiamo cancellare con un colpo di spugna tutto quello che ci hanno tramandato duemila anni di cristianesimo. Io, da ateo, dico che la religione cristiana ci ha insegnato la grande forza dell'umiltà. Noi siamo i figli dell'umiltà di San Francesco e di madre Teresa di Calcutta, che si sono fatti poveri tra i poveri. Nel mondo musulmano non esiste l'umiltà, bensì la superbia e la scontrosità: è un popolo che si offende per nulla e che giura vendetta fino alla morte».
Allora, cosa si può fare?
«Noi dobbiamo puntare a mantenere viva e intatta la nostra cultura, basata sulla formazione logico-matematica della meccanica newtoniana, sulla razionalità moderna. Per quanto in crisi, il mondo occidentale non può cedere di fronte al fanatismo. La nostra cultura non deve ripiegare su se stessa, impedendosi qualsiasi forma di espressione per non turbare gli animi altrui, in nome di un errato senso di solidarietà che verrà interpretato come un cedimento dell'Occidente all'Islam. Loro mettono in campo forze primitive che noi, con la nostra cultura, abbiamo superato da secoli: la legge del taglione, l'occhio per occhio, la religione che scandisce la vita quotidiana, il fanatismo».
Le sue parole assomigliano tanto all'ultima crociata della giornalista Oriana Fallaci...
«No, non sono d'accordo con la Fallaci. L'ho conosciuta a Milano, al tempo del suo primo libro "I sette peccati di Hollywood" perchè lavoravo nella casa editrice Longanesi che pubblicò quel romanzo. La frequentai e diventanno amici. Ma non voglio essere confuso con lei. Lei ripete paradigmi razziali e le sue parole sono benzina che accende il fuoco del fanatismo e dell'integralismo . Io avverto chiunque a non usare le armi del razzismo quanto, piuttosto, ad evitare il ripiegamento culturale. La Fallaci batte ossessivamente sul tasto della guerra tra civiltà, che a suo dire è fatale. Invece, è proprio quello che va evitato. Lo scontro tra civiltà significherebbe la fine di tutte le civiltà. Non siamo in una giostra dove è possibile ipotizzare la prevalenza dell'una sull'altra».
E i nostri politici, come si comportano?
«Non serve a nulla lanciare inutili fulmini di cartone contro immigrati e immigrazione, così come fa il prosindaco di Treviso Gentilini. Bisogna invece puntare su una giustizia più severa e più giusta, tanto nei confronti degli stranieri quanto degli italiani. Giustificazionismo e mancanza di severità non rappresentano ampiezza di vedute ma ristrettezza mentale di chi non sa affrontare in problemi, nè correggere la gioventù italiana criminoide».
Perchè è così difficile l'integrazione degli immigrati?
«I musulmani che ho conosciuto nel loro ambiente rappresentano la parte sana della loro società e sono migliori di quelli che arrivano in Italia. Una volta approdati nella nostra società opulenta si mettono in gioco secondo gli aspetti accessibili alla loro sensibilità; molti di loro si adattano a lavorare mandando avanti le aziende del Veneto, molti altri ingrossano le fila della microcriminalità. In entrambi i casi, sia gli onesti che i disonesti, sono sfruttati e quindi accumulano frustrazioni e incamerano odio. In Europa perdono la loro identità più genuina senza acquisirne una nuova e diventano schegge impazzite, facile preda del credo fondamentalista. Così, il problema non è di natura xenofoba, quanto piuttosto di capacità di accoglienza. E lo dico a un popolo, i Veneti, che dell'immigrazione hanno fatto un loro punto di forza».
C'è una soluzione?
«Le istituzioni sono sempre più deboli. Non ci sono, ad esempio, indagini serie per sapere quanti sono gli immigrati, quanti lavorano in nero, come vivono, come e dove si aggregano. Spetterebbe alle istituzioni fare tutto ciò. Invece impera il buonismo e il lassismo. Manca qualsiasi elaborazione culturale di un fenomeno che sta dilagando e che rischia di sommergerci. Vengono recepiti soltanto i comportamenti alieni. Non è una critica all'immigrazione, che invece va studiata perchè, ad esempio, noi non possiamo immaginarci che si muoia ancora di malattie da noi debellate da tempo, come succede ad esempio in Sudan. Oppure, di avere tra i nostri ricordi cataste di cadaveri come succede per il popolo kosovaro. Non sono quelle le nostre vite e nemmeno i nostri ricordi. Ecco cosa dobbiamo cercare di capire per regolamentare un fenomeno che rappresenta una ricchezza e che rischia, invece, di trasformarsi in una catastrofe, senza lanciare inutili anatemi e senza dimenticare le nostre conquiste».
Naldini chiude l'intervista insieme alla valigia che ha preparato per raggiungere la Tunisia. Trascorrerà là l'intero periodo di vacanza, convinto che una speranza di pacifica convivenza tra i popoli vada comunque ricercata, partendo dalla schiettezza delle analisi e dalla saggezza dello studio.

Valeria Lipparini
Il Gazzettino

martedì, gennaio 02, 2007

Una piccola critica all'Università del Pensiero Liberale

Silvio Berlusconi ha lanciato un nuovo grande progetto culturale: quello di dar vita ad un'"Università del Pensiero Liberale con lo scopo di "scardinare il monopolio della sinistra in campo culturale e formare la futura classe dirigente moderata"(per saperne di più si legga qui). Essa dovrebbe svilupparsi in quattro facoltà: Scienze Politiche, Economia, Giurisprudenza e Scienze della Comunicazione.
Ebbene se le prime tre servono per formare la futura classe dirigente (non solo politica) e la quarta per abbattere la predominanza della sinistra nel mondo dell'informazione, non si può non notare come questa offerta formativa non sia sufficientemente completa per poter realmente scardinare il monopolio della sinistra nel campo culturale. Diversamente si potrebbe dire se vi fosse anche una Facoltà di Lettere e Filosofia, tradizionalmente sede del sapere umanistico, con un’offerta didattica ampia ed articolata (lettere, filosofia, storia, dams ecc...) attraverso la quale si proponga di offrire competenze professionali nel vasto settore della cultura e delle idee.
Sorprende che non sia così soprattutto se si considera che tra i promotori di questo progetto vi è anche un "umanista" come il Sen. Dell'Utri fondatore, tra l'altro, della Fondazione Bilblioteca di via Senato.

UPDATE: ovviamente sottoscrivo pienamente le critiche mosse da Orso di Pietra, alias Arturo Diconale!

lunedì, dicembre 18, 2006

Il Giornale + Panorama l'accoppiata perfetta

Ogni tanto mi diverto a fare "fantagiornalismo". Lo feci con questo post auspicando l'acquisto e il rilancio da parte di Mondadori de Il Giornale affidandone la direzione a Pierluigi Battista con l'obbiettivo di creare una specie di Repubblica di destra.
E lo feci per due motivi: la futura nascita del quotidiano di FI che libererebbe Il Giornale dalla funzione di quotidiano di riferimento di FI (per non dire ufficioso quotidiano di partito) e la dichiarazione dell'ad della Mondadori Maurizio Costa, sulla necessità per la Mondadori di poter realizzare un quotidiano, cosa che però per ora la legge gli vieta.

Sempre Costa ha annunciato l'imminente restyling del settimanale Panorama.
Anche su Panorama vorrei spendere due parole. O meglio elencherò i nomi di alcuni autorevoli opinionsiti che mi piacerebbe leggere su Panorama:

Angelo Panebianco lo vedrei bene scrivere l'Editoriale al posto di Sergio Romano. Quest'ultmo lo sposterei nella sezione Esteri, facendogli tenere una rubrica delle dimensioni di quella tenuta da Fiamma Nirenstein.

Piero Ostellino lo vedrei bene alle Lettere. Il compito di rispondere alle lettere dei lettori una volta era affidato a Sergio Romano (ruolo che ora svolge al Corriere), attualmente però non è di nessuno.

Una rubrica sulle dimensioni di quella affidata ad Alberoni la vedrei bene tenuta da Magdi Allam, nella quale ci potrà parlare ovviamente di Islam ed integrazione.

Questa era l'opinione di un semplice lettore (abbonato) e di certo non un esperto di giornalismo.
Avrete notato che gli opinionisti sopra citati scrivono già sul Corriere.
Insieme forse a pochi altri essi rappresentano il gruppo, direi oramai minoritario, degli editorialisti del corsera classificabili grosso modo liberalconservatori (ancorchè indipedenti).
Ebbene se costoro li si fa scrivere anche su Panorama si da modo ai lettori del Corriere che comprano il quotidiano di via Solferino praticamente unicamente per poter leggere l'opinione degli editorialisti sopra citati (eccomi!) di evitare di comprare il Corriere, preferendo ad esso l'accoppiata Il Giornale (rinnovanto) e Panorama.

Altro che La Repubblica e L'Espresso!

Cosa ne pensate?

mercoledì, dicembre 13, 2006

I Pacs e la CdL

Anche a destra (finalmenete) si parla di Pacs.
Mi permetto di propore due interessanti interventi utili per farsi un idea su quali potrebbero essere le proposte meno conservatrici che la CdL potrebbe offrire.
Il primo è l'articolo del Foglio firmato dal presidente dei Riformatori Liberali Benedetto Della Vedova, il secondo è invece un saggio di Raffaele Perna, consigliere parlamentare già capo gabinetto del Ministero della Funzione Pubblica, pubblicato qualche mese fa su Ideazione.

mercoledì, dicembre 06, 2006

I Pacs de sinistra

A Padova è stta istituita l'anagrafe che potrà certificare come "famiglia" regolare qualsiasi tipo di convivenza sulla semplice base di un vincolo affettivo.
Ho deciso di pubblicare due interessanti opinioni: la prima è un'intervista alla senatrice padovana Elisabetta Casellati (FI), la seconda è un intervento del radicale Marco Taradash portavoce dei RL.

APRE LA STRADA A TROPPE EMBIGUITA'
Elisabetta Casellati , senatrice forzista, ed esperta a livello nazionale di Diritto della famiglia, commenta: «Trovo che questa idea della giunta di iscrivere le coppie di fatto in un registro sia folle. Ed è percorsa da una grande ambiguità, perché Claudio Sinigaglia, rappresentante della Margherita, afferma che si tratta di una misura del tutto irrilevante, nel senso che a suo parere nulla sarà modificato da un punto di vista giuridico, mentre è palese l'intenzione della mozione-Zan di far derivare un principio molto forte, denso di conseguenze giuridiche. Del resto non potrebbe essere diversamente. Altrimenti, perché tutte queste questioni e un dibattito che dura mesi, se fosse un qualcosa che non lascia traccia dal punto di vista istituzionale? Perché i continui rinvii e poi gli accordi, se si trattasse solo di un principio che rimane appeso, quasi fosse una questione solamente privata? Non credo che nessuno abbia voglia di rendere pubblica una sua condizione e nel momento in cui decide di farlo, e di iscriverla in un registro, significa che entra nel novero di tutte quelle persone che avranno dei benefici da parte dell'amministrazione. L'ambiguità che sorregge questa giunta, che è la proiezione di quello che avviene a livello nazionale, è il risultato della disunione... dell'Unione, perché anche a Padova, come nel governo centrale, a dettare le regole è la sinistra massimalista e le altre forze cosiddette più moderate devono cedere il passo, nascondendosi dietro questo velo di ambiguità. Entrando nel merito della questione, la confusione che questo provvedimento porterà, sarà deleteria per i cittadini padovani. Mi chiedo che cosa significhi "legame affettivo": è quello che lega due persone dello stesso sesso, di sesso diverso, soggetti che hanno un vincolo di amore, o anche un vincolo di amicizia? Per esempio due studentesse che frequentano la nostra Università, e che abitano nello stesso alloggio, unite da un vincolo di amicizia per condividere un progetto di studio, avranno diritto all'iscrizione a questa anagrafe delle coppie? Il vecchietto e la badante, con quest'ultima che in alcuni casi potrebbe essere l'unico riferimento affettivo: insieme rappresentano anch'essi una coppia? E poi mi domando: chi stabilirà questo vincolo? Chi sceglierà le coppie? Ci potrà essere una coppia più meritevole di attenzione perché si riterrà che abbia un vincolo più forte di un'altra? A chi il compito di stabilire il confine dei sentimenti, quelli determinanti l'iscrizione? Basterà un'autocertificazione? Io non credo che tutto questo possa succedere perché ritengo che un'iscrizione comporterà l'acquisizione di una serie di diritti, come l'inserimento nella graduatoria per gli alloggi pubblici, per gli asili nido, per i vari servizi sociali. Se è vero questo, ci potrebbe essere uno svantaggio per la famiglia legittima? Penso che la convivenza e i rapporti ognuno se li debba gestire come crede. Non entro nei fatti privati, dico però che chi sceglie di convivere lo fa in virtù di un principio di libertà, libertà dalle regole e dalle norme del nostro ordinamento giuridico. Chi decide di non sposarsi lo fa in definitiva perché ritiene di non sottostare alle regole che lo Stato impone ai coniugi. Perché se uno si sottrae liberamente, come scelta, alle regole dello Stato, poi ne richiederebbe la tutela? Trovo tutto ciò una contraddizione in termini».


SI AI PACS, NO AI pACS
Che senso ha l’anagrafe delle coppie di fatto decisa dal comune di Padova? Di per sé nessuno, al momento. E’ un atto simbolico, una specie di legge manifesto senza alcun contenuto concreto. Ma in prospettiva potrebbe portare a qualcosa di diverso, ad esempio all’assegnazione preferenziale di alloggi popolari alle coppie registrate. In pratica sarebbe un modo di introdurre i Pacs a livello comunale. Vale la pena allora di prendere sul serio la questione. La mia opinione, che vale tanto per i Pacs alla patavina quanto per quelli nazionali, è questa: no, decisamente no ai Pacs per le coppie eterosessuali; sì, decisamente sì, per quelle omosessuali. La decisione di vivere una convivenza anziché un matrimonio nasce da un atto di libertà personale e di responsabilità reciproca che si può tradurre molto semplicemente così: “non vogliamo l’intrusione né dello stato né della chiesa nelle nostre scelte private”. E’ una decisione libera, che può liberamente essere modificata in qualsiasi momento, o separandosi o sposandosi. Che senso ha allora codificare una scelta del genere? Solo quello di ricavarne vantaggi economici, scaricando i costi della propria libertà sulla comunità. Ma questo comportamento mina non l’istituto della famiglia ma la libertà stessa, vanificando il valore dell’assunzione di responsabilità che ne è alla base. Diverso, del tutto diverso, il caso delle coppie omosessuali stabilmente conviventi: ad esse è proscritta la facoltà di contrarre matrimonio, religioso o statale, e tutta la serie di vantaggi che ciò comporta. Questi privilegi vengono offerti ai singoli dalla comunità in cambio dei vantaggi che la comunità si attende dalla formazione di una famiglia stabile. Il beneficio principale, e ciò che giustifica la gran parte dei diritti sociali legati al matrimonio, è la cura dei figli, il loro mantenimento, la loro educazione. Non valendo questo per le coppie omosessuali, mi pare più che giustificato un trattamento differenziato rispetto alle altre coppie dal punto di vista dell’estensione dei diritti sociali. Ciò che non è tollerabile invece è la discriminazione etica nei confronti delle coppie gay, che si traduce nella negazione del riconoscimento pubblico della loro scelta di convivenza stabile. Una società liberale è fondata sugli individui e lo stato non ha il diritto di decidere se integrare o respingere ai suoi margini chi ha una vita affettiva e sessuale diversa dalla maggioranza della popolazione.
Marco Taradash

domenica, dicembre 03, 2006

Il futuro del Centrodestra si chiama Circolo delle Libertà!

Berlusconi ha invitato gli italiani a promuovere in tutto il territorio nazionale la nascita dei Circoli delle Libertà "per dare voce e peso politico alla società civile che non si sente più rappresentata da una certa politica".
A presiedere la neonata associazione nazionale Circolo della Libertà è Michela Vittoria Brambilla, leader dei Giovani Imprenditori della Confcommercio, vicepresidente è invece Maurizio Del Tenno leader dei Giovani Imprenditori della Confartigianato.
Il Circolo della Libertà è un movimento di massa costituito da gente che lavora, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, professionisti, ma anche lavoratori dipendenti e studenti, giovani e donne. Ad esso hanno già aderito altre associazioni politico-culturali come Liberalismo popolare, Unione liberale di Centro e Casa del cittadino, le tre formazioni organizzate per iniziativa dei parlamentari liberali di FI Alfredo Biondi e Raffaele Costa (300), i Circoli del Sen. Marcello Dell'Utri (1.500) e i Club Liberal dell'On. Ferdinando Adornato (70).
Sorprende invece che non abbiano ancora aderito a questo movimento l'associazione liberal-socialista Giovane Italia guidata dall'On. Stefania Craxi (FI) e i Club di Forza Italia, quest'ultimi nati, se non sbaglio, con uno scopo molto simile a quello dei Circoli delle Libertà che è appunto quello di essere anzitutto un luogo di ascolto della società, delle categorie senza voce, per intercettare e interpretare la volontà del paese, con lo scopo di difendere la libertà dell'individuo e la sua centralità, così come combattere le tentazioni stataliste e dare spazio alla società civile, sostenere scuola e università fondate sul merito, scommettere sull'iniziativa privata e sul mercato quali presupposti del progresso e della solidarietà. Verrà dato spazio anche a temi solitamente poco considerati dal centrodestra italiano come quello del volontariato e della tutela dell'ambiente e degli animali.

Lo sbocco finale dei Circoli delle Libertà sarà probabilmente il Partito delle Libertà. L'On. Adornato ha però precisato che "la crescita dei Circoli e la costituente del partito unico sono due processi distinti come due rette parallele che prima o poi però si incontreranno".
Secondo il Sen. Dell'Utri "ciò che al vertice appare difficile, a livello di base avviene in modo semplice e spontaneo. Di questo passo questo movimento che parte dalla base travolgerà i partiti".

UPDATE: Walking Class critica fortemente l'appello lanciato da Mantovano (AN) e Quagliariello (FI) con l'idea di boicottare l'Ikea perché non mette sui suoi scaffali il presepe di Natale, offendendo così (sostengono i due) la religione cristiana. Pigi dichiara nel suo blog di vergognarsi di aver firmato appelli e manifesti promossi dai due sopra.
A Walker invece di vergognarsi propongo di dare spazio su Ideazione all'iniziativa lanciata dai Riformatori Liberali "diamo un'anima libertaria al centrodestra " (penso per esempio ad un'intervista all'On. Della Vedova e ad un intervento del Prof. Raimondo Cubeddu tra i primi firmatari dell'appello) con la quale i salmoni vorrebbero aprire un dibattito all'interno della CdL soprattutto sul versante dei temi eticamente sensibili.

sabato, novembre 25, 2006

Nasce il quotidiano di FI, Il Giornale faccia come Repubblica!

Ferdinado Adornato direttore della Fondazione Liberal, e dell'omonimo bimestrale da essa pubblicato, ha deciso di dar vita a quello che dovrebbe candidarsi ad essere il quotidiano di Forza Italia. Il nome del bimestrale/fondzione faceva già pena di suo visto che nei paesi anglossassoni i Liberal sono i progressissiti, ebbene pare di capire che anche il quotidiano dovrebbe chiamarsi con lo stesso nome (viva l'originalità!).
Detto ciò vorrei fare un paio di domande agli addetti ai lavori:

Invece di fondare un nuovo quotidiano non sarebbe meglio potenziare i già esistenti quotidiani d'opinione come l'Indipendente e L'opinione?
I quotidiani di partito sono in crisi, ce lo dimostra il calo di copie che ha già da diverso tempo afflitto il quotidiano dei DS l'Unità (al quale immagino FI dovrebbe ispirarsi) e anche l'annuncio di Fini di voler trasformare Il Secolo d'Italia da quotidiano di partito in quotidiano di idee sul modello de Il Foglio e de Il Riformista.
Oltre a quello di ottenere i finanziamenti pubblici (ma FI non era un partito liberale?) che altri scopi dovrebbe avere questa operazione?

La nascità di questo quotiano potrebbe però portare dei notevoli vantaggi indiretti e ora cercherò di spiegare quali e il perchè.

Qualche mese fa Angelo Crespi direttore de Il Domenicale fece una dura critica al cdx sottolineando la sua incapacità di strutturare una seria politica culturale finalizzata a creare quel consenso vitale alle riforme, quel consenso indispensabile per ottenere la rivoluzione liberale di cui il paese avrebbe un gran bisogno.
Egli sottolineò per esempio il fatto che davanti ad un elettorato sostanzialmente diviso a metà (in realtà attualmente sta più a destra che a sinistra) si poteva immaginare un grande giornale liberal-conservatore che potesse intercettare i lettori delusi da quotidiani come Il Corsera (che dopo l'endorsment di Mieli continua a perdere) e La Stampa.

Crespi ha fatto un discorso guardando al passato me esso vale ancora di più se si guarda a quello che sta avvenendo in questi giorni.
Egli scriveva:"Dati alla mano, a fronte di 5 milioni circa di lettori di quotidiani ogni giorno, sono ben 4 milioni le copie vendute da quotidiani ascrivibili alla sinistra. Non volendo credere che solo gli italiani di sinistra acquistino e leggano giornali e ragionando sulla composizione dell'elettorato è facile dedurre che almeno un paio di milioni di questi lettori siano latamente di centrodestra e che essi potenzialmente potrebbero acquistare giornali di centrodestra. Ovvio che per far trasmigrare lettori da una testata all'altra bisogna superare barriere psicologice e sedimentate abitudini di letture. Eppure lo spazio c'era (e ora è aumentato! - Tudap).
Certo bisognava immaginare un grande progetto. Trovare sul mercato cospicui finanziamenti. Poter contare su una forte raccolta pubblicitaria (come per altro Il Giornale con Mondadori).
Puntare innanzitutto sull'autorevolezza, così da poter offrire una buona ragione di impegno ad illustri commentatori che fino ad ora non si sono voluti "sporcare" a collaborare con i giornali di centrodestra.
Trovare una linea editoriale inclusiva che potesse tenere presente il blocco sociale fondamentale per l'Italia: cioè quel blocco sociale conservatore, cattolico, liberale, popolare che ha governato insieme a componenti più laiche e riformiste il nostro paese per 50 anni ma che oggi non ha più un grande quotidiano in cui riflettersi.
Dotare questo quotidiano di tutti gli strumenti adeguati per una concorrenza con gli altri prodotti sul mercato (un allegato newsmagazine, un allegato femminile, un'allegato di economia e di lavoro, un allegato di cultura, un vero sito internet...).

E poi, per farla più breve, sarebbe bastato analizzare il successo di Repubblica (un quotidiano nato negli anni Settanta e capace quasi da subito di far concorrenza al Corriere) e la sua capacità di incarnare l'opinione del proprio lettore, per ripetere uguale a destra".

Perchè riporto queste parole di Crespi? semplice, perchè la nascita di un'Unità di Forza Italia può dar la possibiltà a Il Giornale di liberarsi dalla dipendenza velata che esso ha con Silvio Berlusconi (ed il suo partito) e di sfruttare al meglio le sue potenzialità trasformandosi ne La Repubblica di centrodestra.
E' però necessario far tesoro dei consigli del direttore de Il Domenicale magari, aggiungo io moderandosi un'pò. Il che vuol, dire stop ai titoloni da campagna elettorale, evitare quel modo partigiano di fare giornalismo che portano a strafalcioni come quello sulla Turco che vuole l'eutanasia . Inoltre se Il Giornale vuole dismettere i panni del quasi giornale di partito è bene che chiami a scrivere auotorevoli e capaci giornalisti (già ce ne sono) ed opinionisti e lasci i politici fare i politici (il Rivoluzionario Guzzanti però lo vedrei bene come vicedirettore di Libero).

Chi chiamare a dirigere questo nuovo Giornale? io ci vedrei bene Pierluigi Battista, attuale vicedirettore del Corriere, già editorialista de La Stampa, fu vicedirettore di Panorama sotto Giuliano Ferrara.

sabato, novembre 11, 2006

Per una "rivolta fiscale"

Nella speranza che i tamburi di rivolta che parvero rullare nel lontano 1986 tornino a farsi sentire oggi, e che una volta nella loro storia anche i nostri concittadini sappiano ribellarsi contro il potere e non già per accrescerne la capacità di dominio, contro il fisco e non già per ampliarlo, riproponiamo ai nostri venticinque lettori (per ricordare l’understatement manzoniano) un articolo che uscì nel giugno 1986 in una minuscola pubblicazione liberale di Brescia, La Nuova Libertà. Di tutta evidenza, la marcia dei trentacinquemila che sfilarono per le vie di Torino chiedendo “meno tasse” era nell’aria, e con essa la speranza che prendesse vita un serio movimento schierato a difesa dei contribuenti e contro il parassitismo statale. Siccome quella speranza non è ancora morta in chi scrive, e poiché l’ottimismo della volontà è nel Dna di quanti sono impegnati a costruire quotidianamente una cultura libertaria, nel riproporre questa paginetta si intende riaffermare l'urgenza di reagire e alzare la voce, organizzarsi e costruire consenso. Come era necessario allora, lo è oggi. Vent’anni dopo. (Carlo Lottieri)

Sembra che anche in Italia cominci a profilarsi l’ipotesi di una “rivolta dei contribuenti”, un movimento di opinione orientato a ridimensionare la pressione fiscale. Se si considera che, come ha affermato Robert Nozick, “la tassazione dei guadagni da lavoro è una specie di lavoro forzato” ed un uomo libero può subirla solo in cambio di qualcosa di veramente importante, ciò significa che in Italia – dove lo Stato sottrae il 60% del reddito nazionale – oltre la metà del nostro tempo, della nostra fatica e della nostra libertà vengono illegittimamente sottratti dall’autorità pubblica. Non c’è dubbio, infatti, che il cittadino italiano riceve dallo Stato nient’altro che “paccottiglia, al netto delle tangenti trattenute da privilegiati politici, burocrati, parassiti vari, dissipatori di ogni risma. C’è qualcuno che sia soddisfatto dei nostri servizi pubblici, senza essere tra coloro che li forniscono?” (come ha dichiarato recentemente Sergio Ricossa).
Date tali premesse non è affatto strano che la gente inizi a maltollerare l’esproprio continuo a cui è sottoposta tramite imposte dirette e indirette, palesi ed occulte, e che gruppi di cittadini si mobilitino e raccolgano firme per una proposta di legge di iniziativa popolare a favore di una riforma fiscale di tipo reaganiano. Ed inviti ad un’evasione “palese” e di massa vengono anche da talune associazioni di liberi professionisti, medici, dirigenti di azienda, ecc.
Non si può trascurare, d’altra parte, come alla base di questa nuova sensibilità vi sia la riscoperta dell’imprenditorialità e del profitto. Dell’efficienza di ciò che è “privato”. Il boom della borsa, il successo dei fondi comuni e delle forme di previdenza privata sono segnali precisi di questa diversa disponibilità della gente nei confronti dell’economia di mercato. Molti italiani, in sostanza, sono sempre più interessati a fare in modo che le aziende sviluppino attivi: la mitologia del Quarto Stato sembra così scomparire definitivamente anche nella psicologia collettiva e nel senso comune, lasciando il posto ad una società di proprietari, di azionisti e, soprattutto, di individui liberi ed autonomi.
Pur negli angusti spazi lasciati loro dallo Stato Padrone, anche gli italiani hanno cominciato a sperimentare i vantaggi del capitalismo, ed il differente valore dei servizi pagati in proprio rispetto a quelli elargiti dai burocrati delle strutture pubbliche. Scoprendo, in tal modo, anche il gusto gratificante di costruire, con le proprie mani, migliori condizioni per sé e per i propri figli.
Ma esistono ancora gravi difficoltà. In primo luogo è necessario riconoscere che la maggior parte degli italiani ignora e disprezza l’economia e, se è sempre pronta a sprecare facile retorica intorno alla “questione sociale” o al problema della fame nel mondo, è al contempo del tutto disinteressata ad ogni analisi documentata e razionale di tali problemi. In secondo luogo, non si può dimenticare che in Italia mancano le premesse politiche e istituzionali in grado di portare ad un cambiamento analogo a quello che si è avuto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Nel dopoguerra italiano, infatti, il voto degli elettori non ha mai modificato la situazione politica e i governi sono sempre stati costituiti dalle segreterie dei partiti.
L’ostacolo maggiore è rappresentato, però, dalla potente rete di interessi che è venuta sviluppandosi attorno allo Stato assistenziale. Come ha scritto Gianfranco Miglio sul Sole 24 Ore, “ci sono due Italie: da una parte coloro i quali (…) si attendono tutto dalla protezione politica, e dai cosiddetti ‘trasferimenti’ (cioè dalla spartizione e redistribuzione delle risorse estorte ai restanti cittadini); dall’altra coloro che si ostinano invece a produrre ricchezza, confidando di poterne salvare e godere almeno una parte. I primi vivono sulle spalle dei secondi”.
È necessario allora che gli sfruttati acquistino una diversa coscienza della loro condizione e sappiano aggredire con maggiore coraggio e determinazione il parassitismo di coloro che, in nome di un opportunismo travestito da “giustizia” (giustizia sociale, ovviamente), danneggiano l’intera società e in primo luogo i più deboli. Lo Stato sociale, d’altra parte, si regge su una distribuzione all’interno delle classi medie, togliendo alle formiche per dare alle cicale. Un giro contabile che ignora ed esclude i “veri poveri” (malati, anziani, drogati, ecc.), privi di forza elettorale e di protezione politica.
La “rivolta fiscale” non nasce allora da una sorta di egoismo antisociale, bensì è in difesa della società nel suo complesso: una società spogliata delle proprie risorse, ostacolata nelle proprie iniziative da duecentomila leggi e da una miriade di regolamenti, privata delle proprie autonomie, avvilita nei propri compiti e nelle proprie responsabilità.

Da La Nuova Libertà, giugno 1986.