lunedì, novembre 28, 2005

Un Think-Tank che unisca i Laici-Liberali D.O.C.

Quand ´ e´ l´ultima volta che avete visto Alfredo Biondi in televisione?
Come mai Antonio Martino (Professore Ordinario di Economia Politica) e´ Ministro della Difesa invece che dell´Economia?
Che fine ha fatto Raffaele Costa?
Come mai Forza Italia continua a professarsi un partito liberale e poi mette in primo piano socialisti e democristiani e lascia in secondo i veri liberali?
Le risposte a queste domande ci portano a dedurre che i liberali in F.I. contano meno di quello che dovrebbero, eppure Biondi e Costa ci avevano provato con "Liberalismo Popolare"... una creatura che come e´nata e´anche morta.
La soluzione di certo non puo´essere quella di uscire da Forza Italia (casa naturale dei liberali) e lasciarla in mano a socilaisti e democristiani, casomai dovrebbero essere loro ad andarsene.
Vi sarebbe a mio parere un´altra soluzione:
Potrebbe essere creata una Fondazione di cultura politica laica-liberale di centro-destra (sulla falsa riga della Fondazione Italianieuropei), dove troverebbero posto a fianco ai maggiori studiosi liberali italiani e stranieri, anche personalita´di spicco del mondo politico liberale "non di sinistra", come A. Martino, Biondi, Costa, Della Vedova, Taradash, De Luca, Diaconale, C. Martino, Pagliuzzi e tanti altri... . Una Fondazione per contribuire alla "liberalizzazione" e alla selezione delle nuove classi dirigenti nel campo della politica, dell’impresa, dell’amministrazione pubblica e della cultura. Uno strumento di riflessione pubblica, per alimentare la discussione in seno all’opinione colta sui principali nodi dell’innovazione politica ed economica e sui passaggi necessari all’Italia per ridefinire i suoi fondamenti politico-culturali. Una istituzione di ricerca, per promuovere studi e approfondimenti capaci di alimentare la produzione di idee all’altezza delle sfide di questo nuovo secolo. Una istituzione di formazione, per l’aggregazione di professionalità e competenze attorno all’obiettivo della promozione competitiva di nuove classi dirigenti nella politica e nell’economia. Un luogo di incontro tra le diverse tradizioni culturali del liberalismo italiano, per contribuire alla vita politica con soluzioni di governo adeguate al nuovo scenario mondiale attraversato da potenti correnti di innovazione di cui l’Italia è stabilmente partecipe.
Questa Fondazione potrebbe anche svolgere la propria attività di riflessione pubblica attraverso l’ideazione e l’organizzazione di convegni, tavole rotonde e cicli di formazione. Parallelamente, promuovere e ospitare al proprio interno seminari di discussione incentrati su singole questioni di agenda politica o economica, interna e internazionale, animati da personalità del mondo della ricerca, della politica e delle istituzioni. L’obiettivo di far dialogare ricerca e politica, sapere e responsabilità pubblica, potrebbe essere perseguito dalla Fondazione anche chiamando a collaborare ai singoli progetti competenze esterne individuate di volta in volta. La Fondazione potrebbe promuovere inoltre la realizzazione di lavori di analisi imperniati su questioni di rilevanza politica interna e internazionale. Con una struttura di lavoro leggera, diffondere i risultati delle proprie attività attraverso strumenti editoriali tradizionali e anche via internet.
Insomma, se i liberali non riesono a riunirsi in unico partito che almeno lo facciano in un Think-Tank. In questo modo riuscirebbero a far sentire un´unica voce e quindi riuscirebbero a contare di piu´.
Detto cio´sarei comunque piu´contento se Riformatori Liberali, Pli, Nuovo Pli, Liberali per l´Italia e tutti gli altri maggiori partiti liberali presenti in Italia si unissero in un unico partito.

I Riformatori Liberali e la teoria delle 3T

Ripropongo un articolo di Irene Tinagli Ricercatrice alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh. Esso tratta di un argomento (la famosa teoria delle 3T) dal quale, a mio parere, i Riformatori Liberali, in particolare l´accoppiata Della Vedova - Cecchi Paone, potrebbero trarre spunto per la formulazione di alcune proposte.

L` Italia puo´farcela se punta a un programma per attrarre i talenti

La nostra economia è in profonda trasformazione (...).
Il fattore chiave nella competizione globale non sono più beni, servizi o flussi di capitale, ma la competizione per le persone».
Questo è il monito lanciato dall'economista americano Richard Florida nel suo nuovo libro, the Flight of the Creative Class, recentemente pubblicato negli Stati Uniti da Harper Business. In effetti, ciò che più conta oggi nella competizione globale non è più tanto la disponibilità di materie prime quanto la disponibilità di capitale umano, di idee, di capacità innovativa, quella forza che consente di fare cose nuove secondo le tecnologie più avanzate e in tempi sempre più rapidi.
Il motore di questa forza non sono le macchine, ma le persone.
Persone brillanti, preparate, istruite, creative, persone che, a differenza delle macchine, non stanno ferme ma si muovono e lo fanno in maniera crescente. E' per questo che la mobilità del capitale umano è un fattore così importante per la competizione globale.
In un articolo pubblicato dal Brookings Review, la ricercatrice Susan Martin riporta che oltre 150 milioni di persone nel mondo vivono in un paese diverso da quello in cui sono nate. Trenta milioni tra questi vivono negli Stati Uniti e sono una parte importantissima dell'economia e della forza di quel paese. Richard Florida ricorda come molte delle imprese più innovative e prosperose degli Stati Uniti sono state fondate o gestite da immigrati: Sergey Brin, cofondatore di Google, è originario di Mosca; Sabeer Bathia, cofondatore di Hotmail, è cresciuto a Bangalore, in India. E stranieri sono i fondatori di altre imprese importanti come eBay, Yahoo, Sun Microsystem e molte altre. Le fasce "alte" di ogni società sono sempre state molto mobili, ma quello che colpisce oggi è la portata di questa mobilità: non si spostano solo premi nobel, grandi scrittori e registi, ma schiere di giovani (e meno giovani) attivi nei campi più diversi dall'arte all'informatica, dal design all'ingegneria, dalla musica all'economia.
Come spiega Florida, "oggi sempre più persone nel mondo hanno sviluppato la libertà culturale, politica ed economica di scegliere il luogo dove vogliono vivere e lavorare". E semplicemente esercitano questa libertà di scelta, su scala globale.
Questo fenomeno sta ribaltando le regole della competizione e in questo nuovo scenario nessuna posizione è consolidata. Persino gli Stati Uniti, un tempo leader indiscussi nell'attrazione di talenti da tutto il mondo, si trovano oggi in una posizione delicata. Con gli inasprimenti delle politiche per l'immigrazione che hanno seguito i tragici eventi dell'11 settembre 2001 si sono registrati cali consistenti degli studenti stranieri nel paese.
I Rettori delle migliori università statunitensi hanno denunciato un calo di domande da parte degli studenti stranieri di circa il 30%. Se questo fenomeno suona come un campanello d'allarme per gli Stati Uniti esso rappresenta pero' un'opportunità per gli altri paesi. E infatti Canada, Australia ed una serie di paesi del nord Europa come Svezia e Finlandia stanno affinando le loro politiche di attrazione ed emergendo come nuovi poli di innovazione non solo tecnologica ma anche culturale e artistica. Il Global Creativity Index (Tinagli e Florida, 2005), un indice che analizza 45 paesi in tutto il mondo lungo le tre dimensioni di talento, tecnologia e tolleranza, vede tutti i paesi scandinavi nelle prime dieci posizioni.
Situazioni fino a pochi anni fa del tutto insospettabili. Ma se per praticità e comodità si continuano a costruire statistiche aggregate per paese è vero però che le scelte che guidano gli spostamenti delle persone, dei "talenti", sono di fatto legate a regioni e città. "La gente oggi non sceglie più tra Stati Uniti e Inghilterra o tra Australia e Danimarca. La gente oggi sceglie tra New York o Londra, Sydney o Copenhagen", dice Florida. Come sostiene da tempo anche Kenichi Ohmae, guru del management internazionale e partner McKinsey, le città e le regioni metropolitane sono l'unità naturale della vita economica e sociale e sono e saranno sempre più il cuore della competizione globale.
New York, San Francisco, Boston, Chicago. Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto vantare e contare su città tra le più aperte, vibranti e cosmopolite del mondo. Oggi però si assiste al contrattacco di altre città e regioni. Dopo decenni di opacità Londra è tornata a splendere ed è ormai al centro dell'attenzione mondiale, protagonista di un grande rinnovamento urbano ed economico.
Sydney e Melbourne sono città con livelli di diversità e apertura culturale più elevati della maggior parte delle città statunitensi, città vibranti di arte, moda, musica in cui le persone occupate in professioni "creative" toccano quasi il 50% della forza lavoro.
Toronto e Montreal stanno anch'esse emergendo come importanti centri di attrazione internazionale. Viene naturale chiedersi come si stia muovendo l'Italia in questo nuovo scenario. Le classifiche internazionali degli ultimi anni sembrano tutte concordi nel decretare un declino di innovazione e competitività del nostro Paese.
Nel Global Creativity Index l'Italia si colloca al ventiseiesimo posto (su 45 paesi), superata non solo da tutti i paesi del centro e nord Europa, ma anche da paesi mediterranei come la Spagna o dell'est Europa con l'Estonia (che sta perseguendo politiche molto aggressive in tema di innovazione tecnologica).
Ma se è vero che le città sono la nuova unità economica, forse l'Italia può far leva sul suo grande patrimonio di centri urbani ricchi di storia, cultura e imprenditorialità per mettere in moto una nuova crescita, un nuovo sviluppo. La ricerca appena conclusa da CreativityGroupEurope (Tinagli e Florida: L'Italia nell'Era Creativa, vedi A&F di lunedì 4 Luglio) mostra in effetti un quadro molto variegato. Emergono grandi aree urbane come Roma e Milano che sembrano avere buoni elementi per poter competere a livello internazionale. Sono città che riescono ad avere un mix abbastanza bilanciato delle cosiddette "3T" dello sviluppo: talento, tecnologia, e tolleranza, ovvero un clima sociale e culturale aperto, inclusivo e vivace.
La ricerca mostra dunque una sorta di vantaggio naturale di queste grandi città nel passaggio verso un'economia della "conoscenza e della creatività" e nella loro capacità di competere sulla scena globale. Dall'analisi emergono anche molti centri medi che potrebbero inserirsi bene nel nuovo sistema. Città che pur non avendo ancora tutti gli elementi, mostrano tuttavia ottime basi su cui poter costruire strategie di sviluppo innovative ed efficaci.
In fondo non tutte le grosse città sono riuscite a compiere il passaggio verso l'economia creativa. Vedi Pittsburgh: una città che fino agli anni Cinquanta era tra le più ricche e prosperose d'America e che nel corso degli anni Ottanta ha perso 150 mila posti di lavoro, dimezzato la sua popolazione, senza riuscire ancora a riprendersi completamente.
Ci sono invece molte città medie con le caratteristiche "giuste" che nel nuovo sistema economico sono esplose. Basta pensare ad Austin, in Texas, una media città che negli anni Novanta ha saputo far leva sulla sua università (tra le migliori d'America) e su un mix di politiche di attrazione di talenti e di aziende tecnologiche che l'hanno trasformata in breve in uno degli "hot spot" dell'economia creativa. Altre città nel mondo hanno adottato strategie di attrazione di talenti (molte città asiatiche stanno puntando sul rientro di talenti espatriati), attrazione di aziende tecnologiche straniere e apertura del clima culturale e commerciale. Sono quelle che Richard Florida nel suo nuovo libro chiama le nuove "Austin globali". Tra queste troviamo Dublino, una città che ha investito molto nell'educazione tecnicoscientifica, nello sviluppo di alcune specifiche nicchie dell'industria del software, attraendo aziende internazionali, richiamando in patria molti dei talenti emigrati negli anni bui in cui l'Irlanda era tra i paesi più poveri d'Europa, e promuovendo un'immagine dinamica e moderna. Tel Aviv, Bangalore, Shanghai, sono altre "Austin globali" che stanno crescendo grazie a politiche mirate allo sviluppo di contesti tecnologici all'avanguardia e climi culturali moderni e internazionali.
Le analisi condotte nel nostro paese suggeriscono che l'Italia potrebbe puntare allo sviluppo di nuove Austin se non proprio "globali", quantomeno europee. Si tratta comunque di ipotesi basate su un'osservazione di alcune risorse esistenti. Ma queste risorse sono come creta: sta all'intelligenza e alla creatività di politici e amministratori trasformarla in qualcosa di concreto, di bello e reale.

Richard Florida, l'"inventore" delle "3 T" (tolleranza, tecnologia e talento), ha esposto le sue tesi nel 2002 nel libro The rising of the creative class (edito in Italia da Mondadori con il titolo "La nascita della nuova classe creativa").
Questo libro ha ricevuto il primo premio del Washington Monthly's political Book per quello stesso anno. Mentre il New York Times lo ha definito "un libro importante per coloro che hanno a cuore il futuro dei centri urbani". Florida è adesso "Hirst Professor" alla School of Public Policy alla Georgia Mason University. In precedenza, è stato "Heinz Professor" di Economic Development alla Carnegie Mellon University e "visiting professor" al MIT e alla Harvard University's Kennedy School of Government. Il suo nuovo libro, The flight of the creative class, uscito lo scorso marzo per le edizioni Harper Business, esamina la competizione globale per i talenti creativi. Florida è anche fondatore e guida di due società: il Creativity Group, un team per le comunicazioni e le stretegie innovative, e Catalytix, un'impresa di consulenza strategica. Irene Tinagli, l'autrice dell'articolo in pagina, lavora nel team di Richard Florida alla Carnegie Mellon University.

L´Economist: Venezia simbolo di decadenza

Vi invito a leggere questo articolo su intitolato " L´Economist: Venezia simbolo di decadenza":
www.nordesteuropa.it

venerdì, novembre 25, 2005

Pera e la Riforma Liberale

Viene quì riproposto un testo del 1995 in cui l'attuale Presidente del Senato, Marcello Pera, suggeriva la costituzione di una 'lobby liberale dei cattivi', contro ogni spirito compromissorio. Nel testo, tra l'altro, il Senatore Pera chiedeva riforme nette che contrastassero l'assistenzialismo, lo spreco del denaro pubblico e il corporativismo sindacale.

LA RIFORMA LIBERALE: PERCHE' E QUALE.
di Marcello Pera

LA LOBBY DEI CATTIVI
La Convenzione per la Riforma liberale che oggi tiene la sua prima sessione è già stata ribattezzata la 'Lobby liberale dei cattivi'. Non ci dispiace. Intendiamo infatti essere una lobby, perché vogliamo rappresentare esigenzee fare pubbliche pressioni affinché esse siano tradotte in azione politica. Intendiamo essere una lobby liberale, perché ci ispiriamo ad alcuni grandi princìpi teorici e politici del liberalismo.
Quanto ai 'cattivi', aspettate, ascoltate e giudicate da voi. Non fatevi illussioni però: se buoni sono quelli che vanno in giro dicendo che hanno buoni sentimenti, vogliono buone regolee si fanno il segno della croce ogni volta che vedono il demonio in tv, beh, allora noi ci sforzeremo di essere pessimi.In politica, abbiamo gusti difficili.
La mortadella ci piace così e così, ma la mortadella condita con la nutella proprio non ci va giù, neppure se ci viene servita con una salsa popolare.

LE SETTE TIRANNIDI E IL GOVERNO BERLUSCONI
Perché non possiamo non dirci cattivi?Perché sono diventati cattivi i cittadini italiani.
Con due voti, quello referendario del 18 aprile 1993 e quello politico del 27 marzo 1994, i cittadini italiani hanno mostrato di voler abbattere due muri di Berlino: il muro dei partiti che li separava dalle proprie istituzioni e il muro della consociazione fra i partiti che li separava dalla propria libertà.In particolare, con il voto del 27 marzo si è manifestata una esigenza di liberazione contro le nostre sette tirannidi capitali.Basta seguire la vita di un cittadino dalla culla alla bara per capire quali sono.
1) Quando il cittadino cresce ha già sulle spalle un debito pubblico che i suoi padri hanno contratto a sue spese per godersi la loro vita.
2) Quando il cittadino cresce e va a scuola, si trova un servizio gratuito o quasi, ma è incerto se sia fatto per la sua educazione o a favore del pieno impiego degli insegnanti.
3) Quando esce da scuola, se va all'università, si accorge che solo un terzo degli studenti si laurea e capisce che la cultura che gli viene impartita non è competitiva neppure a livello europeo.
4) Se invece di iscriversi all'università, il cittadino si rivolge al mercato del lavoro, riesce a trovare un posto e a guadagnare qualcosa, si trova schiacciato da un fisco opprimente, stupido e cieco.
5) Quando ha a che fare con la pubblica amministrazione o con lo Stato e ha bisogno di servizi, il cittadino si accorge che né l'una né l'altro sono fatti per lui e che deve arrangiarsi come può.
6) Se il cittadino sopravvive e si rivolge al sistema bancario, capisce che il credito passa attraverso la politica.
7) Infine, se prima di morire per caso litiga con un suo condomino, il cittadino deve rinunciare all'idea che un giudice esamini la sua causa, mentre se per accidente incappa nella giustizia penale, sa che i suoi diritti sono spesso aleatori.
Ebbene, quando ci si chiede perché questa promessa di liberazione del governo Berlusconi si sia affievolita e poi perduta,si entra nel vivo del tema delle riforme liberali per le quali la nostra Convenzione intende fare pressioni.
Perché, dunque, è caduto il governo Berlusconi? Le ragioni sono molteplici. Gli errori compiuti, che sono stati parecchi. L'incompatibilità fra la carica di presidente del Consiglio e la proprietà di grandi mezzi di comunicazione, che era un vizio di origine. I contrasti interni alla coalizione, che sono stati fatali. L'inesperienza e i pasticciamenti, che sono stati profusi a piene mani. Ma tutto questo ­ errori, incompatibilità, contrasti, inesperienza ­ non sarebbe stato sufficiente a far cadere il governo Berlusconi se non fosse rinato un vecchio male del nostro sistema internazionale e della nosra politica, l'ottava e madre di tutte le tirannidi capitali costituita dalla mediazione parlamentare, dai giochi dei partiti, dalla instabilità politica consentita e legalizzata dalla nostra Costituzione. Alla caduta del governo Berlusconi, siamo ritornati ai tempi del voto bendato quando si diceva: 'Tu, partito o candidato, chiediil voto a me elettore; io elettore do il voto a te; tu poi, da eletto, fai come pare e piace a te senza rendere conto a me'. Era la cosiddetta 'politica delle mani libere' (anche se, come poi si è visto, non erano 'mani pulite').
Questa politica, questo vecchio contratto baro tra partiti e cittadini spiega tutto ciò che è accaduto negli ultimi mesi: prima personaggi patetici che da ministri decidevano una cosa e da parlamentari ne facevano un'altra, poi imboscate in Parlamento, quindi ribaltoni di alleanze, infine stiracchiamenti della Costituzione da parte del presidente della Repubblica, sospensione della politica con un governodi tecnici che è ai limiti se non fuori della Costituzione e che comunque è una novità assoluta nella storia della Repubblica.

IL MAGGIORITARIO
Ecco allora un primo punto di riforma. Per avere stabilità politica, occorre una legge elettorale che davvero consenta a chi passa l'esame delle urne di governare. E affinché questa legge assicuri trasparenza fra elettore ed eletto e responsabilità dell'eletto verso l'elettore, occorre che sia maggioritaria, uninominale e ad un solo turno.
Perché uno stato e non due? Escludiamo naturalmente di prendere in considerazione papocchi quali il premio di maggioranza alla Segni e Tatarella sul genere della legge regionale.La mia opinione, che è l'opinione di pressoché tutti noi, è che il doppio turno ci riporterebbe indietro, al muro di Berlino dei partiti.
Intanto constatiamo un fatto. Molti di quelli che oggi propongono il doppio turno, come il senatore Salvi, in realtà consumano un doppio inganno. Perché dicono 'doppio turno', ma non parlano di ballottaggio fra primo e secondo soltanto; e perché dicono 'maggioritario', ma non dicono che nei loro progetti è previsto ancora un recupero proporzionale.
In realtà questi falsi doppioturnisti vogliono una cosa sola: vogliono mantenere intatto il potere e gli apparati dei partiti attuali e renderli ancora una volta arbitri dei governi mediante le mani libere parlamentari. In secondo luogo, neppure il doppio turno col suo ballottaggio è preferibile al turno unico.La ragione è molto semplice e la dico con una formula: il doppio turno consente e facilita la formazione di coalizioni di liste;il turno unico invece consente e agevola la formazione di liste di coalizione. Una lista di coalizione non è una coalizione di liste.
Col doppio turno e la coalizione di liste, tutti i partiti hanno interesse a mantenersi in vita e ad entrare in competizione l'uno con l'altro; col turno unico e la lista di coalizione i partiti omogenei o affini hanno interesse a coalizzarsi sotto un unico simbolo, conun unico programma e con un solo leader.
No dunque a tutti i tentativi di annacquare il maggioritario per evitare la partitocrazia.
Sì invece a tutti gli sforzi per renderlo più rigoroso per dare voce e decisione ai cittadini.

IL PRESIDENZIALISMO
Il principio che chi passa l'esame delle urne governa non basta ancora se poi chi passa l'esame deve, per governare, passare un altro esame, quello del Parlamento.
Ecco allora un secondo punto di riforma, quella istituzionale. E anche qui la riforma deve essere autenticamente liberale: occore che ci sia una separazione netta, non solo di competenze, ma anche di investitura, fra il potere esecutivo e il potere legislativo. Insomma, che è eletto per controllare e legiferare non deve anche governare.
Quale modello è migliore? Noi proponiamo il modello americano.
È semplice, perché prevede due attori, un presidente forte, capo dello Stato e dell'esecutivo, che guida l'amministrazione sulla base di mandato politico ricevuto direttamente dai cittadini, e un Parlamento altrettanto forte in cui maggioranza e minoranza si confrontano fra loro e con il presidente.
È efficiente, perché aumenta la funzione di controllo del Parlamento.
È trasparente, perché esalta il valore del voto e riduce il potere della partitocrazia.
È democratico, specie se esso è accompagnato da quel federalismo che noi auspichiamo.
Non è vero che il modello americano sia a rischio di involuzioni totalitarie. Proprio perché esso prevede un peso forte bilanciato da un contrappeso altrettanto forte, esso riduce o elimina i possibili squilibri.
È vero invece che il modello americano rigetta la teoria della cosiddetta 'centralità del Parlamento'.
Ma questa teoria è falsa e perniciosa: è falsa, perché in un sistema democratico nessuna istituzione è centrale o sovrana su tutte le altre, solo i cittadini lo sono; ed è perniciosa, perché quella teoria è solo una copertura della partitocrazia e del consociativismo.
Insomma, no ad un capo dello Stato eletto che non sia anche capo del governo; no ad un capo del governo eletto che non sia anche capo dello Stato. Chi vuole scindere le due cose pensa solo ai partiti così come sono attualmente come variabili indipendenti del sistema politico.

IL METODO DELLE RIFORME
Come ottenere queste riforme? Anche qui dobbiamo pronunciare altri no. Diciamo no alle commissioni bicamerali, perché sono luogo di compensazione partitocratica. Diciamo no ad una blindatura dell'attuale Costituzione come sarebbe toccare in senso restrittivo l'articolo 138, perché ciò impedirebbe il passaggio alla seconda Repubblica. Quanto ad una Assemblea costituente, diciamo no se essa sia prevista all'inizio e sì solo se essa sia al termine di un processo di maturazione politica in cui le forze si siano chiarite le rispettive posizioni, le posizioni, le abbiano lanciate e presentate ai cittadini, abbiano raccolto un consenso sudi esse. Si obietterà: e le regole? Non sono forse le regole patrimonio di tutti su cui tutti devono convertire? Sì, ma sul punto c'è una grande confusione, forse voluta. Una cosa sono le regole, un'altra le riforme.
Le regole si fanno con l'accordo di tutti, perché definiscono l'area della lotta politica; le riforme no, le riforme le fa chi vince nei modi stabiliti dal programma in base al quale ha vinto.
Le regole sono impegni che le parti in competizione prendono l'una rispetto all'altra; le riforme sono impegni politici che ciascuna parte per proprio conto prende di fronte agli elettori.
Chi, a destra e sinistra, vuol portare le riforme sul tavolo delle regole in realtà non vuole né le une né le altre o vuole solo la consociazione.

LA RIFORMA LIBERALE
Una riforma liberale non si limita però agli aspetti costituzionali. Occorre anche una riforma dell'azione e dei programmi politici.
Noi, in proposito, auspichiamo due cose: prima, la formazionedi due grandi schieramenti, ancorché variegati al loro interno, uno di destra e uno di sinistra, o uno conservatore e uno socialista; seconda, che lo schieramento conservatore o di destra sia autenticamente, coraggiosamente liberale.
Non ci fanno paura le parole, non siamo prigionieri di vecchie e pigre categorie mentali e politiche.
Non temiamo le etichette 'destra' o 'conservatori', temiamo solo la illibertà.Forse non siamo di moda fra molti intellettuali, ma agli intellettuali con la puzza sotto il naso e che si ritengono ancora di moda lanciamo una sfida su concetti e punti concreti: che cosa ancora intendete voi per uguaglianza se la volete coniugare con la libertà? Che cos'è ancora per voi lo Stato sociale se volete unirlo all'efficienza, alla competitività e all'autodeterminazione dei cittadini? Che cos'è esattamente la vostra solidarietà se volete eliminare l'assistenzialismo? E con chi volete essere solidali: con questo o quel cittadino svantaggiato o con le corporazioni protette dai sindacati e dai partiti? Per fare la seconda delle cose che ho detto, occorre che il Polo delle libertà diventi un Polo liberale. Non siamo ciechi: vediamo che attualmente non lo è ancora al grado in cui vorremmo e che riteniamo necessario per trasformare l'esigenza di liberazione diffusa nel paese in una politica liberale. Per questo siamo cattivi: perché dobbiamo sculacciare chi ancora recalcitra o non capisce o fa finta di non capire.Qui vediamo tre rischi: un rischio di moderatismo democristiano, un rischio clericale e un rischio di deriva di destra cosiddetta 'sociale e cristiana'.Quanto al clericalismo, cioè ai valori cristiani messi come un berretto in capo allo Stato, è il caso di ricordare in particolare all¹onorevole Buttiglione che nutre questo disegno che tali valori riguardano le coscienze dei singoli non le istituzioni.La libertà di coscienza, onorevole Buttiglione, è nata anche prima del liberalismo!No dunque alle sanzioni penali dell'aborto e altre cose del genere.Quanto al cristianesimo, è il caso di ricordare all'onorevole Fini che esso non basta a fare una politica né liberale né di destra neanche quando fosse accompagnato da programmi sociali. Al contrario, programmi sociali e cristiani sono, o possono facilmente diventare, programmi democristiani.
Onorevole Fini, davvero pensa che gli italiani abbiano voluto smettere di essere assistenzialisti democristiani in un modo per tornare ad esserlo in un altro? Quanto al moderatismo, da cattivi impenitenti e impertinenti, dobbiamo rivolgere una domanda senza peli sulla lingua all'onorevole Berlusconi: onorevole Berlusconi, che cosa intende fare da grande? Vuole finalmente decidersi senza riserve per quella politica liberale di cui questo paese ha bisogno come dell'aria e che lei stesso aveva lanciato, o preferisce diluire il suo messaggio fino a renderlo senza gusto? Ho già detto che la nutella non ci piace; aggiungo che non ci piace neppure una marmellata moderata di frutti di bosco o di sottobosco.

IL LIBERALISMO
Noi spingiamo nel senso del liberalismo. Più che ai cosiddetti 'valori' oggi di moda, ci ispiriamo ad un solo principio di valore,il più bello, il più nobile, il più attraente ed esaltante principio liberale dei grandi maestri: che gli uomini nascono liberi, che ad uomini liberi tutto è concesso fuorché ciò che è proibito dalla legge, e che la legge nulla può proibire ad un uomo libero fuorché ciò che lede la libertà di un altro uomo.
Questo principio ci serve come guida politica. A partire da esso, noi chiediamo uno Stato snello, non confessore di anime,non proprietario di imprese, non gestore unico di servizi, non opprimente, non impiccione nella vita sociale e privata.Bensì, uno Stato regolatore che abbia poche leggi e chiare, dotate di sanzioni che garantiscano l'autonomia dei singoli,la giustizia, la concorrenza, la libertà imprenditoriale, l´ambiente. Non entro nel merito di questi punti. Lo faranno le relazioni successive. E lo farà ancora la nostra Convenzione con successive sessioni che saranno dedicate ai temi specifici.
Buon lavoro a tutti e auguri di cattiveria liberale!

Beppe Grillo e la "Sovranita´ Giudiziaria"

Tornando a parlare di Beppe Grillo vorrei fare una precisazione riguardo al mio post precedente (Clean Up Courts): Con "Sovranita´Giudiziaria" intendo dire che prima di poter eleggere un candidato al Parlamento e´necessario che si abbia il "nulla osta" della Magistratura. Pare di capire infatti che Beppe Grillo appoggi l´idea di Di Pietro di una legge che impedisca a coloro che hanno la fedina penale sporca di candidarsi al Parlamento, come gia avviene per esempio per le professioni legali dove per poter diventare giudice, notaio o avvocato non bisogna aver commmesso alcun reato. Il principio e´giusto e´ la sua applicazione che e´problematica: infatti i giudici sono umani e hanno anche loro le loro idee politiche. Siccome le leggi sono tante e vi e´sempre il rischio di infrangerne ci vuole poco affinche´un giudice impedisca ad un politico "scomodo" di candidarsi. Il caso di Visco, condannato per abuso edilizio, e´emblematico !

mercoledì, novembre 23, 2005

Clean Up Courts!

Vorrei pronunciarmi in merito all'iniziativa di Beppe Grillo intitolata "Parlamento Pulito".
Sicuramente e' singolare che ben 23 parlamentari italiani siano stati condannati in via definitiva. Come e' singolare che la grandissima maggioranza di essi siano di centro-destra.
Caro Grillo, la sua iniziativa e' lodevole ma si ricordi che in Italia per fortuna la Sovranita' appartiene ancora al Popolo (Art. 1 Cost.). Quello che lei vuole e' una sovranita' giudiziaria!
Se gli italiani vogliono eleggere una persona che e' stata condannata gli lasci fare, perche' e' un loro diritto!
E poi scusi, siamo franchi, che differenza c'e' tra uno ha rubato e viene scoperto e uno che ha ugualmente rubato ma non e' stato scoperto (o non si e' voluto scoprirlo)?

«Questa pagina è stata finanziata da migliaia di cittadini italiani per scoprire se esista un altro stato in qualche parte del mondo in cui 23 membri del parlamento sono stati condannati per una serie di reati e sono ancora autorizzati a sedere in parlamento e rappresentare i loro cittadini», si legge a pagina 7 dell'Herald Tribune.
«Se un Paese come questo esistesse, noi italiani vorremmo proporre un gemellaggio. Se non ci fosse un simile stato o Paese, chiediamo al mondo di aiutarci a capire perché 23 parlamentari italiani, già condannati penalmente dal sistema giudiziario italiano e i cui reati sono registrati nel mio blog www.beppegrillo.it, siedano nel parlamento italiano ed europeo».

Ora caro Grillo ci speghi lei in quale altro paese i magistrati (non eletti dal popolo) difendono il loro diritto ad avere contemporaneamente più di una lealtà: Quando Elena Paciotti lascia la presidenza dell'Anm per diventare parlamentare europeo nelle liste ds, non avverte il senso di una contraddizione o di un conflitto. Quando un magistrato di Napoli decide di prendere parte a una manifestazione di no-global, dimostra di non avere dubbi e scrupoli di coscienza. Quando Felice Casson, procuratore di Venezia, assiste a un congresso di Rifondazione comunista e si dimette per candidarsi il giorno dopo alla carica di sindaco, è in pace con se stesso. Il Consiglio superiore della magistratura non ritiene che queste scelte, finché non saranno proibite dalla legge, siano deplorabili, e noi siamo tutti felici che i custodi del diritto non abbiano commesso un reato. Ma nessuno potrà impedirci di dire sommessamente, parafrasando Giosue Carducci, che questa Italia dei cugini non ci piace.

E mi spieghi anche perche' in perfetta contaddizione con la ratio legis dell'art 98 Cost. esistono in Italia correnti politiche all'interno della magistratura?

A questo proposito, visto che lei ha sempre voglia di fare, le propongo di promuovere una nuova iniziativa che si pottrebbe intitolare "Tribunali Puliti!".

«Libertà di stampa: cambieremo i criteri per valutare l’Italia»

Il Giornale - 23/11/2005 
«In Italia c’è ancora una situazione di “parziale libertà” per quanto riguardala stampa e il diritto di espressione». Comincia così il comunicato della Freedom House, la società americana che ha stilato il contestato rapporto sulla libertà di stampa nel mondo, assegnando all’Italia il 77° posto, e ripreso anche da Adriano Celentano nella trasmissione Rockpolitik. La società prende anche le distanze dall’intervista rilasciata al nostro giornale quasi un mese fa: «Contrariamente a quanto scritto da Il Giornale del 26 ottobre, le azioni legali contro i due giornalisti Massimiliano Mellili e Lino Jannuzzi non sono le uniche ragioni (sole reason) della retrocessione dell’Italia».La precisazione della società Usa, oltre che tardiva, è anche imprecisa, perché Il Giornale non ha mai sostenuto che i due arresti fossero le uniche ragioni, ma semplicemente che, cifre alla mano, senza quegli arresti saremmo stati un Paese anche da loro considerato libero. La richiesta di ulteriori chiarimenti ai responsabili della società è stata difficile: la Karlekar, contattata via e-mail, risulta assente da domenica scorsa e fino al 2 dicembre. Riusciamo a parlare con Sarah Repucci, che ha redatto la precisazione. Come mai questa precisazione, un mese dopo l’intervista?«Karin Karlekar dice di essere stata mal interpretata nell’intervista, e ancor di più perché qualcuno, dall’Italia, ha detto che l’unica fonte che ha ascoltato l’estensore del rapporto è il quotidiano Repubblica. Questo lo smentisco». Nient’altro? «Avete sostenuto che il motivo principale della vostra posizione era l’arresto dei due giornalisti». No. La Karlekar mi ha detto che senza quelle due sentenze della magistratura la nostra posizione sarebbe stata diversa. Saremmo stati liberi...«I due arresti hanno pesato, non saprei se 6 punti come dice lei o no. Ma i problemi dell’Italia sono altri. Cito dal rapporto: il premier Berlusconi e la sua famiglia, che hanno interessi nel settore dei media, la legge Gasparri...» Lei sa che cosa prevede la Gasparri?«No». Annuncia la possibile privatizzazione della Rai, che toglierà la tv pubblica dal controllo del potere politico. Moltiplica i canali televisivi grazie al digitale terrestre, prevede un contributo per l’acquisto del decoder. Lo sapeva? «No». Sul vostro rapporto si legge: «I critici sostengono che questa legge rinforza il potere di Berlusconi sui media». E quelli che sono favorevoli?«Non saprei».Chi ha redatto il rapporto? «Questo non posso dirglielo, deve rimanere segreto. Ma posso assicurarle una cosa». E cioè? «Che il prossimo anno, quando valuteremo la situazione italiana ascolteremo anche altre voci».

martedì, novembre 22, 2005

Gianni Letta Presidente della Repubblica

Il Presidente della Repubblica e' un organo Super Partes. Se devo essere sincero non mi sono mai piaciuti quei Presidenti esplicitamente schierati (vedi Scalfaro), essi sono stati buoni solo a screditare l'Istituzione che rappresentavano.

E' per questo che ci vedrei bene Gianni Letta come Presidente della Repubblica. Egli e' un uomo fedele a Berlusconi ma allo stesso tempo e' molto amato anche a sinistra (specialmente dalla Margherita). E' un gran lavoratore e ha il senso dello Stato.

Voi invece chi ci mettereste?

lunedì, novembre 21, 2005

Leo Longanesi

L'italiano è ateo,pensa solo alle donne e ai quattrini,sogna di non lavorare,disprezza qualunque ordine sociale,non ama la natura.(Il male è statico,l'ordine sociale non cambia)

Comunali Roma: Cecchi Paone pronto a candidarsi a Sindaco

ANSA - ROMA, 18 nov - Alessandro Cecchi Paone, volto noto di Rete 4, giornalista e scrittore lancia la sua candidatura a sindaco di Roma dalle pagine del free press romano Barrio.

\"Se Berlusconi me lo chiedesse accetterei senza pensarci due volte il ruolo di Anti Veltroni - afferma Cecchi Paone - è esclusivamente lui che devo ringraziare se ho avuto la possibilità di candidarmi alle scorse europee\".

Romano di nascita, 44 anni, vanta una carriera televisiva decennale e una, più recente, di professore universitario alla Bicocca di Milano. Alessandro Cecchi Paone scende per la prima volta in politica con Forza Italia per le Europee 2004. Una esperienza che il conduttore romano considera positiva dal momento che con 30 mila voti risultò il primo dei non eletti.

Cecchi Paone, che ha fatto della difesa dei diritti gay la sua bandiera e che si definisce un opinionista senza peli sulla lingua, ha già le idee chiare su cosa farebbe se venisse eletto sindaco di Roma: \"come sindaco, farei di Roma una città alla pari con le altre capitali europee e non sarei certo un uomo di partito\". \"Veltroni? Ha fatto un buon lavoro, ma Roma purtroppo non è ancora alla pari con le altre capitali europee\", risponde Cecchi Paone a Barrio.

(Tanks to Marco Faraci)

sabato, novembre 19, 2005

Ma quale Assemblea Costituente?!

Mi sono stufato di sentire politici di sinistra dire che questa riforma costituzionale e' incostituzionale. Perche' cio', permettetemelo, e' un paradosso! Mi sono stufato anche di sentire Follini dire che a suo parere per modificare la Costituzione bisognava creare un' Assemblea Costituente.
Mi domado, ma questi politici prima di andare in Parlamento sono andati a scuola?
Forse gli servirebbero un'po' di ripetizioni. Ed eccoli serviti:

Art. 138 della Costituzione della Repubblica Italiana

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.


Come potete notare per modificare la Costituzione non e' necessaria un'Assemblea Costituente!
L'attuale Riforma Costituzionale sta seguendo la procedura prescritta nella Costituzione stessa.
Dal momento che la legge non è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti la Riforma verra' sottoposta al referendum popolare.

Questa, cari miei, si chiama Democrazia altro che Golpe!

Gia che ci sono ne approfitto per fare un 'po' di ripetizioni a quell'asino di Alfonso Pegoraro Scanio anche su un'altro argomento.
Ogni volta che non viene approvato un'emendamento proposto da un parlamentare della CdL perche' in quel momento sono in minoranza, ecco che ti spunta il nostro caro Verde con la fatitica frase: "Il Governo dovrebbe dimetersi!"

Lart. 94 (4° comma) della Costituzione della Repubblica Italiana dichiara: "Il voto contrario di una o d'entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni."

Asini! Sui banchi di scuola dovete tornare, altro che in Parlamento!

mercoledì, novembre 16, 2005

Una Rivista Economica Liberale

Nel giro di poco tempo Bendetto Della Vedova, fondando i Riformatori Liberali, e' riuscito a creare alternativa alla svolta a sinistra di Pannella & Co. e allo stesso tempo a Forza Italia che, per quanto riguarda le riforme liberali, per molti e' stata una delusione. Ora vuole creare pure dei Club in giro per l'Italia. E noi non possiamo fare altro che augurargli buona fortuna.
C'e' pero' un'altra cosa che potrebbe fare il nostro caro Della Vedova: potrebbe fondare e diriggere una Rivista, una Rivista che potrebbe chiamarsi "Friedrich - rivista economica liberale", oppure "Rivoluzione Liberale" e ancora "Il Liberista", ma il nome per ora non ha importanza.
Una Rivista che possa fare da cassa di risonanza per tutte quelle fondazioni (penso per esempio all'IBL, all'Adam Smith Society, al Centro Einaudi...) e associazioni dedite alla discussione e allo studio delle teorie economiche liberali e liberiste che pero' non sono munite di una rivista attraverso la quale divulgare le loro ricerche e opinioni al "grande" pubblico. Quella di cui parlo sarebbe una rivista con un comitato scientifico di alto profilo composto dai maggiori economisti liberali italiani e anche da qualche straniero, magari proveniente da qualche grosso think tank liberale americano.
Una rivista che possa stimolare il dibattito e la riflessione, in seno alla classe diriggente politica, economica e culturale italiana ma anche all'opinione pubblica, sui vantaggi delle applicazioni delle teorie liberali all'economia italiana. Una Rivista che possa essere una fucina di idee, che promuova incontri, dibattiti, convegni e conferenze.
Bendetto della Vedova ha dichiarato che i Riformatori Liberali vogliono essere un lievito riformatore e liberale che possa influenzare le politiche della CdL. Questa Rivista potrebbe essere un ottimo strumento per far crescere piu' velocemente questo lievito.
I suoi lettori potrebbero essere gli stessi che leggono Ideazione e Liberal ma anche parte di quelli che leggono Il Sole 24 Ore, Corriere Economia e Lavoce.info, insomma politici ed economisti ma anche molti cittadini comuni. Dovra' potersi trovare nelle migliori edicole e librerie come anche in una biblioteca universitaria. Per fare un paragone Della Vedova sarebbe direttore di questa Rivista come Adornato lo e' di Liberal.
E chi sa che una volta creata si possa costituire attorno ad essa un grande Thinnk Tank liberale: un American Enterprise Institute all'Italiana!