venerdì, novembre 25, 2005

Pera e la Riforma Liberale

Viene quì riproposto un testo del 1995 in cui l'attuale Presidente del Senato, Marcello Pera, suggeriva la costituzione di una 'lobby liberale dei cattivi', contro ogni spirito compromissorio. Nel testo, tra l'altro, il Senatore Pera chiedeva riforme nette che contrastassero l'assistenzialismo, lo spreco del denaro pubblico e il corporativismo sindacale.

LA RIFORMA LIBERALE: PERCHE' E QUALE.
di Marcello Pera

LA LOBBY DEI CATTIVI
La Convenzione per la Riforma liberale che oggi tiene la sua prima sessione è già stata ribattezzata la 'Lobby liberale dei cattivi'. Non ci dispiace. Intendiamo infatti essere una lobby, perché vogliamo rappresentare esigenzee fare pubbliche pressioni affinché esse siano tradotte in azione politica. Intendiamo essere una lobby liberale, perché ci ispiriamo ad alcuni grandi princìpi teorici e politici del liberalismo.
Quanto ai 'cattivi', aspettate, ascoltate e giudicate da voi. Non fatevi illussioni però: se buoni sono quelli che vanno in giro dicendo che hanno buoni sentimenti, vogliono buone regolee si fanno il segno della croce ogni volta che vedono il demonio in tv, beh, allora noi ci sforzeremo di essere pessimi.In politica, abbiamo gusti difficili.
La mortadella ci piace così e così, ma la mortadella condita con la nutella proprio non ci va giù, neppure se ci viene servita con una salsa popolare.

LE SETTE TIRANNIDI E IL GOVERNO BERLUSCONI
Perché non possiamo non dirci cattivi?Perché sono diventati cattivi i cittadini italiani.
Con due voti, quello referendario del 18 aprile 1993 e quello politico del 27 marzo 1994, i cittadini italiani hanno mostrato di voler abbattere due muri di Berlino: il muro dei partiti che li separava dalle proprie istituzioni e il muro della consociazione fra i partiti che li separava dalla propria libertà.In particolare, con il voto del 27 marzo si è manifestata una esigenza di liberazione contro le nostre sette tirannidi capitali.Basta seguire la vita di un cittadino dalla culla alla bara per capire quali sono.
1) Quando il cittadino cresce ha già sulle spalle un debito pubblico che i suoi padri hanno contratto a sue spese per godersi la loro vita.
2) Quando il cittadino cresce e va a scuola, si trova un servizio gratuito o quasi, ma è incerto se sia fatto per la sua educazione o a favore del pieno impiego degli insegnanti.
3) Quando esce da scuola, se va all'università, si accorge che solo un terzo degli studenti si laurea e capisce che la cultura che gli viene impartita non è competitiva neppure a livello europeo.
4) Se invece di iscriversi all'università, il cittadino si rivolge al mercato del lavoro, riesce a trovare un posto e a guadagnare qualcosa, si trova schiacciato da un fisco opprimente, stupido e cieco.
5) Quando ha a che fare con la pubblica amministrazione o con lo Stato e ha bisogno di servizi, il cittadino si accorge che né l'una né l'altro sono fatti per lui e che deve arrangiarsi come può.
6) Se il cittadino sopravvive e si rivolge al sistema bancario, capisce che il credito passa attraverso la politica.
7) Infine, se prima di morire per caso litiga con un suo condomino, il cittadino deve rinunciare all'idea che un giudice esamini la sua causa, mentre se per accidente incappa nella giustizia penale, sa che i suoi diritti sono spesso aleatori.
Ebbene, quando ci si chiede perché questa promessa di liberazione del governo Berlusconi si sia affievolita e poi perduta,si entra nel vivo del tema delle riforme liberali per le quali la nostra Convenzione intende fare pressioni.
Perché, dunque, è caduto il governo Berlusconi? Le ragioni sono molteplici. Gli errori compiuti, che sono stati parecchi. L'incompatibilità fra la carica di presidente del Consiglio e la proprietà di grandi mezzi di comunicazione, che era un vizio di origine. I contrasti interni alla coalizione, che sono stati fatali. L'inesperienza e i pasticciamenti, che sono stati profusi a piene mani. Ma tutto questo ­ errori, incompatibilità, contrasti, inesperienza ­ non sarebbe stato sufficiente a far cadere il governo Berlusconi se non fosse rinato un vecchio male del nostro sistema internazionale e della nosra politica, l'ottava e madre di tutte le tirannidi capitali costituita dalla mediazione parlamentare, dai giochi dei partiti, dalla instabilità politica consentita e legalizzata dalla nostra Costituzione. Alla caduta del governo Berlusconi, siamo ritornati ai tempi del voto bendato quando si diceva: 'Tu, partito o candidato, chiediil voto a me elettore; io elettore do il voto a te; tu poi, da eletto, fai come pare e piace a te senza rendere conto a me'. Era la cosiddetta 'politica delle mani libere' (anche se, come poi si è visto, non erano 'mani pulite').
Questa politica, questo vecchio contratto baro tra partiti e cittadini spiega tutto ciò che è accaduto negli ultimi mesi: prima personaggi patetici che da ministri decidevano una cosa e da parlamentari ne facevano un'altra, poi imboscate in Parlamento, quindi ribaltoni di alleanze, infine stiracchiamenti della Costituzione da parte del presidente della Repubblica, sospensione della politica con un governodi tecnici che è ai limiti se non fuori della Costituzione e che comunque è una novità assoluta nella storia della Repubblica.

IL MAGGIORITARIO
Ecco allora un primo punto di riforma. Per avere stabilità politica, occorre una legge elettorale che davvero consenta a chi passa l'esame delle urne di governare. E affinché questa legge assicuri trasparenza fra elettore ed eletto e responsabilità dell'eletto verso l'elettore, occorre che sia maggioritaria, uninominale e ad un solo turno.
Perché uno stato e non due? Escludiamo naturalmente di prendere in considerazione papocchi quali il premio di maggioranza alla Segni e Tatarella sul genere della legge regionale.La mia opinione, che è l'opinione di pressoché tutti noi, è che il doppio turno ci riporterebbe indietro, al muro di Berlino dei partiti.
Intanto constatiamo un fatto. Molti di quelli che oggi propongono il doppio turno, come il senatore Salvi, in realtà consumano un doppio inganno. Perché dicono 'doppio turno', ma non parlano di ballottaggio fra primo e secondo soltanto; e perché dicono 'maggioritario', ma non dicono che nei loro progetti è previsto ancora un recupero proporzionale.
In realtà questi falsi doppioturnisti vogliono una cosa sola: vogliono mantenere intatto il potere e gli apparati dei partiti attuali e renderli ancora una volta arbitri dei governi mediante le mani libere parlamentari. In secondo luogo, neppure il doppio turno col suo ballottaggio è preferibile al turno unico.La ragione è molto semplice e la dico con una formula: il doppio turno consente e facilita la formazione di coalizioni di liste;il turno unico invece consente e agevola la formazione di liste di coalizione. Una lista di coalizione non è una coalizione di liste.
Col doppio turno e la coalizione di liste, tutti i partiti hanno interesse a mantenersi in vita e ad entrare in competizione l'uno con l'altro; col turno unico e la lista di coalizione i partiti omogenei o affini hanno interesse a coalizzarsi sotto un unico simbolo, conun unico programma e con un solo leader.
No dunque a tutti i tentativi di annacquare il maggioritario per evitare la partitocrazia.
Sì invece a tutti gli sforzi per renderlo più rigoroso per dare voce e decisione ai cittadini.

IL PRESIDENZIALISMO
Il principio che chi passa l'esame delle urne governa non basta ancora se poi chi passa l'esame deve, per governare, passare un altro esame, quello del Parlamento.
Ecco allora un secondo punto di riforma, quella istituzionale. E anche qui la riforma deve essere autenticamente liberale: occore che ci sia una separazione netta, non solo di competenze, ma anche di investitura, fra il potere esecutivo e il potere legislativo. Insomma, che è eletto per controllare e legiferare non deve anche governare.
Quale modello è migliore? Noi proponiamo il modello americano.
È semplice, perché prevede due attori, un presidente forte, capo dello Stato e dell'esecutivo, che guida l'amministrazione sulla base di mandato politico ricevuto direttamente dai cittadini, e un Parlamento altrettanto forte in cui maggioranza e minoranza si confrontano fra loro e con il presidente.
È efficiente, perché aumenta la funzione di controllo del Parlamento.
È trasparente, perché esalta il valore del voto e riduce il potere della partitocrazia.
È democratico, specie se esso è accompagnato da quel federalismo che noi auspichiamo.
Non è vero che il modello americano sia a rischio di involuzioni totalitarie. Proprio perché esso prevede un peso forte bilanciato da un contrappeso altrettanto forte, esso riduce o elimina i possibili squilibri.
È vero invece che il modello americano rigetta la teoria della cosiddetta 'centralità del Parlamento'.
Ma questa teoria è falsa e perniciosa: è falsa, perché in un sistema democratico nessuna istituzione è centrale o sovrana su tutte le altre, solo i cittadini lo sono; ed è perniciosa, perché quella teoria è solo una copertura della partitocrazia e del consociativismo.
Insomma, no ad un capo dello Stato eletto che non sia anche capo del governo; no ad un capo del governo eletto che non sia anche capo dello Stato. Chi vuole scindere le due cose pensa solo ai partiti così come sono attualmente come variabili indipendenti del sistema politico.

IL METODO DELLE RIFORME
Come ottenere queste riforme? Anche qui dobbiamo pronunciare altri no. Diciamo no alle commissioni bicamerali, perché sono luogo di compensazione partitocratica. Diciamo no ad una blindatura dell'attuale Costituzione come sarebbe toccare in senso restrittivo l'articolo 138, perché ciò impedirebbe il passaggio alla seconda Repubblica. Quanto ad una Assemblea costituente, diciamo no se essa sia prevista all'inizio e sì solo se essa sia al termine di un processo di maturazione politica in cui le forze si siano chiarite le rispettive posizioni, le posizioni, le abbiano lanciate e presentate ai cittadini, abbiano raccolto un consenso sudi esse. Si obietterà: e le regole? Non sono forse le regole patrimonio di tutti su cui tutti devono convertire? Sì, ma sul punto c'è una grande confusione, forse voluta. Una cosa sono le regole, un'altra le riforme.
Le regole si fanno con l'accordo di tutti, perché definiscono l'area della lotta politica; le riforme no, le riforme le fa chi vince nei modi stabiliti dal programma in base al quale ha vinto.
Le regole sono impegni che le parti in competizione prendono l'una rispetto all'altra; le riforme sono impegni politici che ciascuna parte per proprio conto prende di fronte agli elettori.
Chi, a destra e sinistra, vuol portare le riforme sul tavolo delle regole in realtà non vuole né le une né le altre o vuole solo la consociazione.

LA RIFORMA LIBERALE
Una riforma liberale non si limita però agli aspetti costituzionali. Occorre anche una riforma dell'azione e dei programmi politici.
Noi, in proposito, auspichiamo due cose: prima, la formazionedi due grandi schieramenti, ancorché variegati al loro interno, uno di destra e uno di sinistra, o uno conservatore e uno socialista; seconda, che lo schieramento conservatore o di destra sia autenticamente, coraggiosamente liberale.
Non ci fanno paura le parole, non siamo prigionieri di vecchie e pigre categorie mentali e politiche.
Non temiamo le etichette 'destra' o 'conservatori', temiamo solo la illibertà.Forse non siamo di moda fra molti intellettuali, ma agli intellettuali con la puzza sotto il naso e che si ritengono ancora di moda lanciamo una sfida su concetti e punti concreti: che cosa ancora intendete voi per uguaglianza se la volete coniugare con la libertà? Che cos'è ancora per voi lo Stato sociale se volete unirlo all'efficienza, alla competitività e all'autodeterminazione dei cittadini? Che cos'è esattamente la vostra solidarietà se volete eliminare l'assistenzialismo? E con chi volete essere solidali: con questo o quel cittadino svantaggiato o con le corporazioni protette dai sindacati e dai partiti? Per fare la seconda delle cose che ho detto, occorre che il Polo delle libertà diventi un Polo liberale. Non siamo ciechi: vediamo che attualmente non lo è ancora al grado in cui vorremmo e che riteniamo necessario per trasformare l'esigenza di liberazione diffusa nel paese in una politica liberale. Per questo siamo cattivi: perché dobbiamo sculacciare chi ancora recalcitra o non capisce o fa finta di non capire.Qui vediamo tre rischi: un rischio di moderatismo democristiano, un rischio clericale e un rischio di deriva di destra cosiddetta 'sociale e cristiana'.Quanto al clericalismo, cioè ai valori cristiani messi come un berretto in capo allo Stato, è il caso di ricordare in particolare all¹onorevole Buttiglione che nutre questo disegno che tali valori riguardano le coscienze dei singoli non le istituzioni.La libertà di coscienza, onorevole Buttiglione, è nata anche prima del liberalismo!No dunque alle sanzioni penali dell'aborto e altre cose del genere.Quanto al cristianesimo, è il caso di ricordare all'onorevole Fini che esso non basta a fare una politica né liberale né di destra neanche quando fosse accompagnato da programmi sociali. Al contrario, programmi sociali e cristiani sono, o possono facilmente diventare, programmi democristiani.
Onorevole Fini, davvero pensa che gli italiani abbiano voluto smettere di essere assistenzialisti democristiani in un modo per tornare ad esserlo in un altro? Quanto al moderatismo, da cattivi impenitenti e impertinenti, dobbiamo rivolgere una domanda senza peli sulla lingua all'onorevole Berlusconi: onorevole Berlusconi, che cosa intende fare da grande? Vuole finalmente decidersi senza riserve per quella politica liberale di cui questo paese ha bisogno come dell'aria e che lei stesso aveva lanciato, o preferisce diluire il suo messaggio fino a renderlo senza gusto? Ho già detto che la nutella non ci piace; aggiungo che non ci piace neppure una marmellata moderata di frutti di bosco o di sottobosco.

IL LIBERALISMO
Noi spingiamo nel senso del liberalismo. Più che ai cosiddetti 'valori' oggi di moda, ci ispiriamo ad un solo principio di valore,il più bello, il più nobile, il più attraente ed esaltante principio liberale dei grandi maestri: che gli uomini nascono liberi, che ad uomini liberi tutto è concesso fuorché ciò che è proibito dalla legge, e che la legge nulla può proibire ad un uomo libero fuorché ciò che lede la libertà di un altro uomo.
Questo principio ci serve come guida politica. A partire da esso, noi chiediamo uno Stato snello, non confessore di anime,non proprietario di imprese, non gestore unico di servizi, non opprimente, non impiccione nella vita sociale e privata.Bensì, uno Stato regolatore che abbia poche leggi e chiare, dotate di sanzioni che garantiscano l'autonomia dei singoli,la giustizia, la concorrenza, la libertà imprenditoriale, l´ambiente. Non entro nel merito di questi punti. Lo faranno le relazioni successive. E lo farà ancora la nostra Convenzione con successive sessioni che saranno dedicate ai temi specifici.
Buon lavoro a tutti e auguri di cattiveria liberale!

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