mercoledì, dicembre 21, 2005

Iraq: gli effetti positivi della strategia USA

Alzi la mano chi in questi due anni e mezzo non si è mai interrogato sul valore e/o l'opportunità della guerra americana in Iraq. E' capitato anche a chi scrive, pur avendo approvato a suo tempo l'azione degli Stati Uniti. Avere i dubbi sulla quale, dunque, è stato sempre più che ragionevole. Ma in nome della medesima ragionevolezza è giusto oggi riconoscere che le elezioni appena svoltesi in quel Paese hanno rappresentato un indubbio, grande successo della strategia americana. Un indubbio e grande successo anche se quasi tutti i commenti letti in questi giorni in Italia hanno preferito sorvolare disinvoltamente su quest'aspetto della vicenda. La disinvolta superficialità odierna non è che la prosecuzione in linea diretta del metro di giudizio viziato, se non prevenuto, con cui a partire dal momento stesso della fine delle operazioni militari vere e proprie è stata misurata l'effettiva riuscita o meno dell'azione Usa.Il metro di giudizio errato era (ed è) più o meno riassumibile in questi termini: finché in Iraq non regnano l'ordine pubblico e la pace più impeccabili nonché un vero sistema costituzionale, fino ad allora l'azione Usa deve ritenersi fallita. Un tale metro di giudizio è viziato a mio modo di vedere da due errori: innanzitutto perché esso guarda solo all'Iraq, tiene conto solo di quello specifico Paese; e, in secondo luogo, perché ha il difetto di essere un metro di giudizio totalmente privo di senso della realtà.Circa il primo punto è abbastanza singolare come i critici della strategia americana i quali pure tengono aggiornatissima la contabilità quotidiana dei marines uccisi a Bagdad e dintorni, i quali non mancano di enumerare attentati e rapimenti ad opera delle bande terroristiche, di citare disordini che avvengono ogni giorno in questa o quella località, poi però chiudano gli occhi sulle conseguenze indubbiamente positive che la guerra contro Saddam ha innescato in tutta la regione, non mettendo mai tali conseguenze in relazione con quella stessa guerra.Elezioni semilibere per la prima volta in Egitto (che di certo non rappresentano la democrazia ma sono pur sempre qualcosa, anzi, più che qualcosa); miglioramento assai evidente dei rapporti tra Israele e palestinesi con restituzione di Gaza da parte israeliana e crescita delle probabilità di una soluzione concordata del micidiale contenzioso tra le due parti; liberazione del Libano dall'oppressione siriana nonché virtuale messa nell'angolo del dittatore di Damasco: chi può pensare che questi progressi verso situazioni politiche più aperte, più libere, più pacifiche, non dipendano per intero proprio dalla «fallimentare» azione Usa in Iraq? E perché non aggiungere ai risultati positivi di quell'azione pure lo smascheramento del regime iraniano, costretto a mostrare la sua vera natura bellicista, intollerante, imbevuta di antisemitismo fino al delirio? Il risultato della guerra contro Saddam, insomma, non può essere giudicato solo guardando a Bagdad, bensì ponendo attenzione a tutto lo scacchiere mediorientale. Forse, allora, le prospettive e il giudizio cambiano non poco.Ma anche il giudizio sulla situazione irachena in quanto tale — vengo così al secondo punto — per non essere campata in aria deve ispirarsi al senso della realtà, non ad un astratto perfettismo Bisogna insomma chiedersi: il fatto che non ci sia più un regime sanguinario come quello saddamita, che per la prima volta in un Paese di quella regione (Israele escluso naturalmente) esistano cose come la libertà di associazione e di stampa, si tengano libere elezioni anche con la partecipazione delle donne, il fatto che perfino la minoranza sunnita si sia ormai decisa ad accettare la competizione elettorale e quindi a partecipare al processo democratico, tutte queste cose, queste gigantesche novità positive, contano o no di più, molto di più, di qualche migliaio di terroristi dediti alla strage indiscriminata per cercare di impedirle? L'indubbia volontà espressa con il voto dalla grande maggioranza degli iracheni deve o no pesare di più sul nostro giudizio dei pur continui attentati, agguati e rapimenti compiuti da una piccola minoranza i cui obiettivi, tra l'altro, escludono qualunque possibile condivisione? Ciò non vuol dire che allora bisogna sposare ogni punto di vista americano sul problema iracheno o approvare ogni azione compiuta dagli Usa, ci mancherebbe altro. Vuol dire semplicemente cercare di mantenere il giudizio libero da preconcetti, riconoscere la realtà, e magari anche ricordarsi che quella difficile cosa che si chiama democrazia si è quasi sempre affermata attraverso un cammino non proprio punteggiato di rose e di fiori.

Ernesto Galli della Loggia
21 dicembre 2005

venerdì, dicembre 16, 2005

Il bilancio europeo e il cinismo della Francia

Bisognerà pur arrivare a un accordo sul bilancio europeo, sotto una presidenza o l’altra. Partendo dal principio che il denaro è il nerbo della guerra, Tony Blair ha provato a utlizzare il bilancio per imporre una profonda riforma dell’Unione Europea. Ma non ha funzionato e ci si è avviati verso un negoziato tradizionale, in cui i piccoli compromessi permettono ai piccoli egoismi di proteggere i loro piccoli interessi. Insomma, la solita routine. Comunque sia, Blair è riuscito almeno ad attirare l’attenzione su un problema importante. Ma da una parte è stato troppo audace per riuscire a risolverlo, e dall’altra troppo timoroso nell’affrontare la questione dello scandaloso bilancio europeo.

La spesa dell’Unione

Metà del budget serve a finanziare la Commissione. Il suo presidente, José Manuel Barroso chiede un sostanzioso aumento di bilancio: è vero che l’Europa si è ingrandita, ma il suo bilancio è aumentato di conseguenza. Ma Barroso non si accontenta e in un certo senso ha ragione, sono molte le cose da realizzare. Oggi come oggi, però, la Commissione non può fare granché: è invischiata in procedure burocratiche pesantissime che le impediscono di agire; spende il suo bilancio in funzione di priorità che essa stessa determina, senza curarsi degli utenti e distribuendo a pioggia la sua munificenza, per non urtare interessi e suscettibilità nazionali. I suoi funzionari, anche se in gamba, sono bloccati da regolamenti che li deresponsabilizzano completamente. Numerosi tentativi di riforma si sono arenati nel pantano degli interessi particolari. Il messaggio di Barroso dovrebbe essere semplice e chiaro: non un soldo di più finché la Commissione non sarà integralmente ristrutturata.
L’altra metà del bilancio è destinata alla Politica agricola comune (Pac) e ai fondi regionali e strutturali: due enormi sperperi. Anche gli agricoltori francesi, punta di diamante della lobby agricola, si sono accorti ormai che la Pac arreca loro più svantaggi che vantaggi. Certo, apprezzano le sovvenzioni; ma la gran parte di queste finisce nelle mani dei grandi agricoltori, mentre il resto permette alle piccole imprese agricole di sopravvivere appena. Anzi, ogni anno ne spariscono migliaia. La Pac è una droga che fa del bene, ma uccide lentamente. E, nel contempo, chiude la porta dei mercati europei ai paesi poveri, per i quali l’agricoltura può rappresentare la chiave dello sviluppo. La Francia - a cui piace atteggiarsi a difensore dei paesi in via di sviluppo e che, per sovvenzionare detto sviluppo, ha aumentato il costo dei biglietti aerei - blocca (la riforma della Pac n.d.t.) senza altra giustificazione che la difesa degli interessi delle sue grandi aziende agricole. Una tal dose di cinismo è imbarazzante.

Uno spreco di denaro

Le politiche regionali e strutturali dovrebbero, in linea di principio, aiutare le regioni e i paesi più poveri dell’Unione a recuperare il loro ritardo economico, finanziando principalmente la costruzione di infrastrutture. È evidente che bisogna favorire lo sviluppo di infrastrutture nei paesi economicamente più deboli, ma perché a finanziarle deve essere proprio l’Europa? Se le infrastrutture sono utili, perché i paesi non chiedono un prestito all’Unione, per poi rimborsarla quando il loro livello economico sarà cresciuto? La risposta che viene solitamente data è: solidarietà. In realtà, nessuno ha mai potuto dimostrare che aiuti di tal sorta abbiano ridotto il divario economico. Anzi, questi aiuti non servono a nulla, o meglio, sono solo uno spreco di denaro pubblico. Come è possibile? È molto semplice: le sovvenzioni pubbliche sono divenute un diritto e non un mezzo. I paesi che ne fruiscono riducono la spesa per le infrastrutture e indirizzano le loro risorse verso altre spese meno produttive.
Tranne qualche rara eccezione, la soppressione di queste politiche non avrebbe alcun effetto sul recupero e sulla coesione dei paesi in seno all’Unione. Ma i nuovi Stati membri non intendono rinunciarvi, perché vogliono beneficiare anch’essi della manna di cui hanno goduto gli altri: per loro si tratta di una questione di giustizia e dignità. Da queste politiche, la Commissione attinge maggiore influenza e potere, anche se la corruzione è sempre in agguato. Gli altri, coloro che oggi pagano i finanziamenti, non osano ammettere che in passato non avevano realmente bisogno di queste sovvenzioni; è un muro di silenzio e di interessi inconfessabili.
Tony Blair pensava senza dubbio di dare una scossa a questo castello di menzogne. Ne serviranno altre prima di riuscire a scrollarsi di dosso lo status quo. Nel frattempo, continuiamo a mercanteggiare, con accenti nazionalistici.

Charles Wyplosz
www.telos-eu.com

giovedì, dicembre 15, 2005

I vecchi posti di lavoro e le nuove imprese

LA DISTRUZIONE CREATIVA
di Tommaso Padoa-Schioppa

«Se noi avessimo difeso Kodak e Ford, la Microsoft sarebbe sorta non in America ma in un altro Paese», osservava qualche settimana fa un amico economista americano. Si limitava a ricordare quel carattere del mercato concorrenziale, che si chiama distruzione creativa. Carattere, a vero dire, non del solo mercato ma della vita stessa. «Muori e diventa» (stirb und werde) dice un verso di Goethe; per non ricordare il passaggio delle Scritture sulla necessità che il seme muoia perché la pianta nasca. In astratto è una legge che conosciamo, ma ogni giorno vediamo quanto sia difficile accettarla per la nostra impresa, il nostro posto di lavoro.
L'economia italiana non riprenderà vigore senza un combinarsi di costruzione e distruzione: imprese o settori che declinano e scompaiono, altri che nascono e prosperano. Le periodiche statistiche de Il Sole 24 Ore mostrano che mobile, scarpa, macchine utensili crescono in certe regioni o distretti, calano in altri. L'impresa più capace di indovinare il prodotto che piacerà, di contenerne il costo, di organizzarne la vendita porta via clienti all'impresa meno capace; se confrontiamo le due, vediamo che nella prima gli operai di solito non sono più meritevoli che nella seconda, ma sono più bravi il padrone, il sindacalista, il progettista.
È quasi impossibile che la costruzione proceda tanto in fretta da evitare la pena della distruzione: posti di lavoro perduti, aziende che chiudono. L'avvio del nuovo difficilmente comincia prima che morda il bisogno. La necessità aguzza l'ingegno. La straordinaria crescita industriale della provincia di Reggio Emilia iniziò, oltre quaranta anni fa, dalla riconversione in imprenditori di maestranze rese senza lavoro dalla chiusura delle Officine meccaniche reggiane.
Qualche anno fa la Siemens stipulò un accordo che prevedeva più lavoro a paga invariata per non trasferire produzioni fuori dalla Germania. Apparve, anche a me, una lungimirante apertura sindacale. Ma fui poi colpito dal commento assai critico che me ne fece lo svedese ministro socialista del Lavoro: «Il sindacato non deve, pur di tenere in vita vecchie industrie, accettare che i lavoratori s'impoveriscano; deve invece difendere occupazione e alti salari favorendo lo spostamento verso produzioni nuove».
Il successo economico della Svezia è meno celebrato, ma forse più straordinario, di quello britannico. Un crollo del sistema bancario e una sclerosi del sistema produttivo, culminati in una svalutazione, volsero capitale e lavoro dalla difesa del vecchio alla costruzione del nuovo. Non fu smantellato lo Stato sociale, nessuna Thatcher spezzò le reni al sindacato. Oggi né le banche, né il sindacato, tanto meno lo Stato, impediscono la distruzione proteggendo imprese perdenti; però chi perde il posto non manca di protezione. Pagata dai contribuenti, una rete di sicurezza è offerta dallo Stato; ma lo stesso Stato impedisce di rimanervi adagiato a chi rifiuta ogni lavoro offerto solo perché sgradito.
Chi stabilisce che cosa distruggere e che cosa costruire? Noi, non lo Stato o il sindacato; noi, quando scegliamo tra un volo Easy Jet e un volo Alitalia, tra un Cd Naxos e uno Sony. A Stato e sindacato, invece, compete di organizzare quella solidarietà sociale pubblica che è vanto della civiltà europea contemporanea e che permette alla distruzione creativa di compiersi col minore sacrificio.

13 dicembre 2005

mercoledì, dicembre 14, 2005

L´Ambasciatore Britannico risponde a Prodi

Replica dell'Ambasciatore britannico, Sir Ivor Roberts, all’intervista del Prof. Romano Prodi pubblicata su La Repubblica del 13 dicembre 2005.

Nella sua intervista a La Repubblica del 13 dicembre, il Prof. Prodi ha pronunciato alcune osservazioni altamente fuorvianti sul Regno Unito e l'Europa alle quali devo rispondere, soprattutto alla vigilia del Consiglio Europeo.Come prima cosa, per quanto riguardo il bilancio della Ue, il Prof. Prodi sostiene che le proposte della nostra Presidenza britannica significheranno meno Europa, e che sono basate su ciò che egli definisce l'"ingiusto privilegio" del rimborso del Regno Unito. Respingo quest'analisi. Ci troviamo nel mezzo di un'intensa settimana di negoziati sul bilancio prima del Consiglio Europeo di giovedì e venerdì. In quanto titolari della Presidenza, abbiamo ascoltato ciò che ci hanno detto i nostri Partner. Siamo convinti che, con la buona volontà, questa settimana si possa arrivare ad un accordo.
Prevediamo di avanzare delle proposte rivedute fra breve.Le proposte che abbiamo già avanzato indicano un percorso verso un bilancio moderno idoneo a rispondere alle sfide del XXI secolo.
La cosa ideale per noi sarebbe stato un ripensamento radicale del bilancio, con più fondi per le nuove priorità europee come la Ricerca e lo Sviluppo e molti di meno per le vecchie, come la Politica Agricola Comune, che risultano in uno spreco di denaro ed in una maggiore povertà nel mondo in via di sviluppo e vogliono dire che le famiglie europee pagano circa €1.000 euro l'anno in più per il loro cibo. Siamo invece alla ricerca di una base realistica per un accordo immediato. Contrariamente alle cifre citate dal Prof. Prodi, il pacchetto iniziale della Presidenza prevedeva un bilancio molto sostanzioso, nel periodo 2007-13, di €846 miliardi, appena al di sotto dell'1,03% del Reddito Nazionale Lordo della Ue. Ciò rappresenta un notevole aumento rispetto all'attuale bilancio. La proposta di bilancio inizialmente formulata dalla Commissione non era realistica, fin dal momento della sua presentazione.
Voglio esser chiaro circa il rimborso britannico. Esso esiste perché storicamente la spesa Ue è stata concentrata nei settori dell'agricoltura e dei fondi strutturali nei quali il Regno Unito riscuote poco. Anche con il rimborso, il Regno Unito contribuisce al netto oltre il doppio di quanto hanno contribuito annualmente Italia o Francia negli ultimi anni. Malgrado questa manifesta ingiustizia - nei confronti dei cittadini contribuenti britannici, non verso il resto d'Europa - ci siamo offerti di corrispondere la nostra quota equa per l'allargamento della Ue aumentando il nostro contributo netto.Le nostre proposte aiuteranno inoltre i nuovi Stati Membri dando loro maggiore flessibilità su come spendono i fondi europei, più tempo per spenderli e maggiore capacità di assorbimento. Tradizionalmente, i nuovi Stati Membri non sono stati in grado di spendere nulla che si avvicini al livello dei finanziamenti loro disponibili.
Il Regno Unito naturalmente è sempre stato e sempre rimarrà uno dei maggiori fautori dell'allargamento della Ue.In secondo luogo, il Prof. Prodi sottintende che il Regno Unito in qualche modo non sia pienamente impegnato a favore dell'Europa e che altri Stati Membri della Ue che egli considera più europei dovrebbero procedere a creare una nuova Europa, al di là della Costituzione.Ciò non tiene conto del ruolo attivo svolto dal Regno Unito, ed in particolare dell'esempio che la nostra Presidenza ha dato all'Europa nell'ultimo semestre.
Abbiamo già raggiunto la decisione storica di avviare i colloqui sull'adesione alla Ue con la Turchia e con la Croazia. Il processo di adesione per Bulgaria e Romania è sempre valido. In quanto Presidenza, abbiamo promosso le Direttive chiave europee necessarie per liberare l'economia europea e generare la crescita e l'occupazione - priorità reali. Tony Blair ha inoltre colto l'opportunità offertagli dalle nostre due Presidenze della Ue e del G8 per compiere dei passi avanti su cambiamento climatico ed Africa. Stiamo portando avanti un intervento sul cambiamento climatico assieme a Cina, India ed altri paesi, con i risultati importanti a cui abbiamo assistito a Montreal la settimana scorsa. Il Consiglio Europeo, questa settimana, adotterà una strategia antiterrorismo ispirata dal Regno Unito.
Nel corso della Presidenza britannica della Ue, la Ue ha assunto un ruolo di primo piano in Medio Oriente - per la prima volta, una forza europea sotto il comando di un italiano sta controllando la frontiera aperta da poco fra Gaza e l'Egitto. Il Primo Ministro sta dando l'esempio anche sul futuro dell'Europa. Dopo la lacerazione dei 'No' francese ed olandese, il Consiglio Europeo ha convenuto la necessità di un periodo di riflessione per condurre ampie consultazioni e per procedere in maniera unitaria. Questo è quanto stiamo facendo.
Dobbiamo concentrarci su ciò che vogliono veramente i cittadini europei, non su ciò che delle élite europee autoimpostesi ritengono di dover avere. Il Primo Ministro ha ospitato un Vertice informale ad Hampton Court nel mese di ottobre proprio su questo punto. Ciò ha realizzato un'atmosfera positiva fra i Capi di Stato ed ha registrato un ampio accordo sulla giusta direzione futura per la politica economica e sociale dell'Europa: la direzione delineata nel documento della Commissione Europea Valori europei nel mondo globalizzato. Il Presidente della Commissione ed Alto Rappresentante Solana presenterà dei rapporti provvisori sul seguito dato al Consiglio di dicembre.
In terzo luogo, il Prof. Prodi descrive settori in cui si potrebbe portare avanti una cooperazione rafforzata, fra cui la difesa. Il Prof. Prodi è abbastanza cortese da affermare che le forze armate britanniche sono le più efficienti in Europa, ma sostiene anche che ciò che occorre all'Europa è un segno politico e "non c'è bisogno delle divisioni britanniche". Figlio di un uomo che venne ferito nello sbarco in Sicilia, trovo tali affermazioni molto offensive e profondamente preoccupanti. Nei settori della difesa e della gestione delle crisi, ciò che occorre all'Europa è una maggiore capacità, non gesti politici né istituzioni vuote.
Il Prof. Prodi non riconosce il ruolo centrale svolto dal Regno Unito nel corso degli anni nella difesa europea e nello sviluppo delle capacità militari, come la creazione di un pool di Gruppi di Combattimento di intervento rapido per le emergenze umanitarie e di sostegno alla pace. E l'istituzione di un'Agenzia di Difesa Europea, che contribuirà ad armonizzare gli sforzi dell'industria di difesa europea, è stata realizzata assieme al Regno Unito in primo piano, con il forte sostegno italiano. Inoltre, al pari dell'Italia, il Regno Unito è fra i pochi paesi europei pronti ad impegnarsi a guidare nuove operazioni di sostegno alla pace condotte sotto la bandiera Ue. Nel 2005, il Regno Unito ha comandato con successo l'operazione militare europea di gran lunga più grande in Bosnia. Nel corso della Presidenza britannica, la Ue ha lanciato altre sette operazioni. Il Professore sta forse seriamente suggerendo che l'Europa potrebbe mantenere questo livello di attività senza il Regno Unito? Eppure, senza queste capacità, l'Europa si autocondannerà all'irrilevanza sulla scena internazionale.Per concludere, stiamo tentando di fissare un ordine del giorno ambizioso per il futuro dell'Europa in ogni settore. Vogliamo un atteggiamento orientato verso l'esterno, un'Europa moderna, attiva sulla scena mondiale e competitiva sul mercato globale. Purtroppo, l'orientamento del Prof. Prodi sembra affondare le sue radici nel passato.

Ivor RobertsAmbasciatore britannico

lunedì, dicembre 12, 2005

La valutazione della ricerca universitaria

Intervista con Franco Cuccurullo, presidente del Civr
Tullio Jappelli

In questi mesi, università ed enti di ricerca si sono sottoposti a un complesso sistema di valutazione della ricerca, messo a punto dal Civr, il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca, presieduto da Franco Cuccurullo. Partecipano all’esercizio di valutazione tutti e settantasette gli atenei nazionali, dodici enti pubblici di ricerca e tredici enti convenzionati. Un sistema di valutazione è davvero efficace quando sono note, con largo anticipo, le conseguenze della valutazione (positiva o negativa) sulla distribuzione delle risorse. Solo così si può sperare che la valutazione orienti le scelte del corpo accademico, migliori la qualità della ricerca e stimoli la concorrenza tra università. Dopo più di un anno dall’inizio del processo di valutazione, tuttavia, la comunità scientifica conosce poco l’attività del Civr e le conseguenze che i giudizi di valutazione avranno sulla ripartizione dei fondi del ministero. Né è chiaro se l’esperienza sarà ripetuta in futuro, e con quali modalità. Per capire come procede la valutazione e che conseguenze avrà per le università e gli enti di ricerca, abbiamo rivolto alcune domande al presidente del Civr, Franco Cuccurullo.
Come sono stati selezionati i prodotti da valutare?
"Nel 2004, ciascuna struttura (università o ente di ricerca) ha selezionato e trasmesso al Civr, per via telematica, i migliori prodotti della ricerca, riferiti al triennio 2001-2003. In questo primo esercizio di valutazione, il numero dei prodotti da presentare è pari al 50 per cento del numero dei ricercatori equivalenti che operano all’interno della struttura, per un totale di circa 18.500 prodotti, nel rispetto delle seguenti tipologie: articoli su riviste, brevetti, libri e loro capitoli, manufatti e progetti. (1)Contemporaneamente, le strutture di ricerca sono state impegnate nel compito di fornire al Civr una serie di indicatori di performance, da mettere in correlazione con la valutazione dei prodotti, per giungere al giudizio finale del Civr sulla struttura. (cfr. Slide 1). In relazione al taglio disciplinare, i prodotti sono stati trasmessi agli specifici panel di area, in totale venti, di cui quattordici relativi alle aree scientifiche del Consiglio universitario nazionale, integrati da ulteriori sei, relativi ad altrettante aree scientifiche speciali, previste dal Civr. La numerosità dei prodotti presentati in ciascuna area è sintetizzata in tabella". (Slide 2)
Da chi sono composti i panel di valutazione?
"Per definire la composizione dei panel, sono stati individuati specifici criteri, alla cui determinazione hanno partecipato osservatori esterni, provenienti dal mondo dell’università, degli enti di ricerca e dell’industria. I panel, costituiti complessivamente da centocinquantasei esperti italiani e stranieri, sono stati nominati dal ministro Letizia Moratti lo scorso mese di gennaio, su indicazione del Civr. L’elezione dei presidenti dei panel, cui spetta il compito di affidare ai componenti del panel i prodotti da valutare (in relazione alle specifiche competenze di ciascuno), è avvenuta telematicamente". (Slide 3)
Come vengono valutati i prodotti della ricerca?
"I componenti dei panel affidano la valutazione dei prodotti a esperti esterni, attingendoli dalla banca dati del Civr (che ne comprende circa 13mila) ovvero, qualora ne ravvisino l’esigenza, integrando la stessa con ulteriori esperti. Ciascun prodotto deve essere valutato da almeno due esperti esterni, in termini di qualità, rilevanza, originalità/innovazione, internazionalizzazione, impatto economico-occupazionale, anche potenziale (Slide 4), mentre il terzo giudizio è affidato direttamente al panel. Per ciascun criterio, gli esperti formulano un giudizio di merito descrittivo, sintetizzandolo in una delle seguenti categorie: eccellente, buono, accettabile e limitato (Slide 5). Il panel ha il compito di ricondurre all’unicità i giudizi separati degli esperti, tramite valutazione collegiale, con assoluta trasparenza.Il processo esiterà in ranking list di area, che coinvolgeranno tutte le strutture che hanno presentato prodotti nella specifica area. Ai panel è affidato anche il compito di redigere un rapporto finale, dal quale emergeranno i punti di forza e di debolezza delle aree, anche in un confronto internazionale. (Slide 6) Non saranno previste ranking list delle strutture, che saranno soggette, invece, a un giudizio articolato e circostanziato del Civr. La pianificazione temporale ufficiale del processo prevede la conclusione entro il 30 giugno del 2006, ma è verosimile che si possa anticipare in maniera consistente questa data".
Quando saranno resi pubblici i risultati della valutazione?
"A oggi, quasi tutti i prodotti selezionati dalle strutture sono stati valutati. In fase avanzata sono anche i giudizi di consenso dei panel, in base ai quali si costruirà la ranking list delle strutture che hanno partecipato all’esercizio. I panel dovranno anche consegnare una relazione generale sullo stato dell’area. Ranking e relazioni saranno rese pubbliche anche separatamente, mano a mano che i panel concluderanno i loro lavori. Anche i dati informativi richiesti alle strutture sono in avanzato stato di elaborazione e saranno resi pubblici in tempi brevi. La relazione finale del Civr, già in fase di elaborazione, si concluderà quando tutti i panel avranno trasmesso i loro rapporti".
Il ministro Moratti ha ribadito spesso che in sede di assegnazione delle risorse pubbliche per la ricerca, si terrà conto dei risultati della valutazione. I risultati dei panel verranno utilizzati per distribuire una parte dei finanziamenti del Miur alle università e agli enti di ricerca?
"Così dovrebbe essere, ma questa è comunque decisione politica. Il Civr fornirà una serie di criteri e indicatori per la ripartizione delle risorse sulla base dei risultati dell’esercizio".
Quali e quanti fondi saranno distribuiti sulla base della valutazione Civr? Quali meccanismi saranno concretamente utilizzati dal Miur per ripartire i fondi? E a partire da quale data?
"L’ultima proposta del Miur prevede che il 30 per cento del Fondo di funzionamento ordinario sia calcolato sulla base delle performance di ricerca delle varie strutture. Ricordo che, al momento, l’unico indicatore, per il quale esiste al momento una proposta articolata, applicata in via sperimentale dal Cnvsu per il Fondo di funzionamento ordinario 2004, è tarato sui risultati dei bandi dei progetti di ricerca nazionali (Prin)".
Come incideranno i giudizi di valutazione sul comportamento delle singole università, la ripartizione dei fondi all’interno delle università, la selezione dei docenti?
"I rettori hanno piena autonomia nel decidere se usare le risorse loro assegnate per implementare aree di successo o per irrobustire aree deboli, ma strategiche. Ricordo, inoltre, che la valutazione triennale è nata per valutare le strutture, non i singoli ricercatori. Anche se, opportunamente modificato, il sistema del Civr potrebbe rappresentare un prezioso strumento per la valutazione del curriculum scientifico dei singoli ricercatori".
I prodotti della ricerca del triennio 2004-2006 saranno valutati con le stesse modalità?
"Il decreto ministeriale prevede la continuazione a cadenza triennale, tuttavia è anche necessario che il decreto venga reiterato. Questo nuovo decreto ministeriale dovrebbe uscire nel dicembre 2006, a tre anni di distanza dal primo, per rendere possibile un tempestivo svolgimento del nuovo esercizio e la sua conclusione in tempi molto rapidi".
Perché la Conferenza dei rettori ritiene che sia necessaria una nuova agenzia di valutazione? Non condivide la procedura adottata dal Civr?
"La Conferenza dei rettori ha appoggiato con grande chiarezza l’esercizio Civr, fin dal suo inizio, come dimostrato da uno specifico parere ufficiale, nel quale sono stati inseriti diversi suggerimenti integrativi, completamente recepiti dal Civr e introdotti nel decreto ministeriale istitutivo della valutazione triennale. Inoltre, durante lo svolgimento della valutazione triennale, la Conferenza dei rettori ha promosso diversi incontri con il Civr, che hanno fornito l’occasione per utili approfondimenti. Non va infine dimenticato il notevole numero di incontri (circa novanta) con il presidente del Civr, organizzati per iniziativa delle varie sedi universitarie, che hanno favorito una capillare diffusione della comprensione dei meccanismi e dei principi sui quali si fonda la valutazione".
(1) Nell’università, essendo due i compiti istituzionali (ricerca e formazione), due ricercatori sono assimilati a un ricercatore equivalente; negli enti di ricerca, invece, in considerazione dell’unicità del compito istituzionale (ricerca), ciascun ricercatore corrisponde a un ricercatore equivalente.

LaVoce.info

sabato, dicembre 10, 2005

Operazione Antica Babilonia

Nel quadro della Guerra Globale al Terrorismo, una Coalizione anglo-americana ha dato avvio nel mese di marzo 2003 all'Operazione "IRAQI FREEDOM" (OIF) in Iraq.
Il 1° maggio 2003 è iniziata la fase "post conflitto", che si pone come obiettivo la creazione delle condizioni indispensabili allo sviluppo politico, sociale ed economico del paese.

In tale contesto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione n. 1483 del 22 maggio 2003, ha sollecitato la Comunità Internazionale a contribuire alla stabilità e sicurezza dell'Iraq e ad assistere il popolo iracheno nello sforzo per l'opera riformatrice del Paese.

Attualmente quindici Nazioni, tra cui l’Italia, hanno offerto agli USA "pacchetti di Forze" da impiegare, per l’operazione in atto e nelle aree di responsabilità di CENTCOM.

L'Italia partecipa con un proprio Contingente Militare interforze e, alla componente terrestre, è stato assegnato un settore (provincia di Dhi Qar) nella regione meridionale dell'Iraq nell'area di responsabilità della Divisione Multinazionale a guida Inglese.

SIAMO TUTTI ORGOGLIOSI DI VOI RAGAZZI!!!

venerdì, dicembre 09, 2005

A chi serve la frammentazione dei liberali?

L´opinione - Edizione 277 del 08-12-2005

A chi serve la frammentazione dei liberali?

Caro Direttore, non sono un politico, né tanto meno un esperto di politica, sono un semplice cittadino di ideali liberali che, con questa lettera, pensa di raccogliere l’attuale sentimento di molti. Anche in considerazione della nuova legge elettorale, mi domando che utilità abbia questa eccessiva frammentazione presente all’interno del mondo liberale italiano (FI, Pli, RL, Liberali per l’Italia, Nuovo Pli e via discorrendo).
Mi pare di aver capito che i Liberali per l’Italia hanno deciso di confluire nel Pli e per questo non posso che esserne felice, ma la strada per raggiungere l’unità dei liberali (e mi riferisco ai laici-liberali non di sinistra, per distinguerli da un lato da coloro che hanno abbracciato Forza Italia - Partito cristiano-liberale - e dall’altro da coloro che hanno deciso di voltare a sinistra) è ancora lunga. Il fatto che all’Assemblea dei Riformatori Liberali non fosse presente De Luca ne è un palese esempio.

A questo proposito mi saprebbe dire quali sono le principali differenze che intercorrono tra RL e Pli? Cos’è che gli impedisce di unirsi o per lo meno di creare una Federazione Laica Liberale? Quand’è che si capirà che l’unione fa la forza? Che un’unica voce autorevole vale molto di più di tante piccole voci?

I Democristiani questo lo hanno capito bene: prima erano divisi (Ccd, Cdu e De) e valevano poco niente, poi si sono uniti e hanno creato l’Udc. È davanti agli occhi di tutti quanto siano riusciti ad influire in questi cinque anni. In più probabilmente vi saranno anche ulteriori sviluppi: Casini sta correndo per la Presidenza del Consiglio e l’Udc probabilmente sta per creare una federazione cattolica insieme alla Dc di Rotondi e il Movimento per le Autonomie di Lombardo.

Affinché si possa fare questo grande passo avanti è però, a mio parere, necessario che tutti facciano prima un piccolo passo indietro.

Caro Diaconale la saluto invitandola ad organizzare al più presto un convegno in cui venga affrontato seriamente e in modo costruttivo questo tema, in modo da poter arrivare uniti alle elezioni del 2006 e in questo modo influire realmente nel programma della Cdl!

giovedì, dicembre 08, 2005

Non solo TAV. Gli ambientalisti il nostro muro di Berlino

LUNGO MA INTERESSANTE

da Il Gazzettino
di Giorgio Gasco

«Certo non è facile per nessuno riavviare un disegno infrastrutturale in un Paese che, unico caso al mondo, ha bloccato, con legge del 1975, la costruzione di nuove autostrade».

Già, "non è facil e per nessuno" prendersi la briga di realizzare una nuova arteria di collegamento quando se ne era persa l'abitudine, e soprattutto, oggi, con il principio della tutela dell'ambiente che ha comunque pervaso trasversalmente tutti i partiti.
Certo, però, «non è più accettabile sostenere un'altra legge come la "Merloni", la quale per un decennio ha frenato ogni iniziativa, direi ha frenato lo sviluppo del Paese, giocando al ribasso, rivelandosi una stortura antieconomica e unica a livello europeo».

Però, adesso, c'è la Legge Obiettivo, vero Bortolo Mainardi?

«Meno male. Il provvedimento ha indubbiamente avviato un clima nuovo. È una grande riforma e come tale, dopo qualche anno di verifica sul campo, avrà necessità di qualche aggiornamento» risponde il bellunese, nominato con decreto del Governo, Commissario per le Infrastrutture del Nordest».

Ma nonostante la Legge Obiettivo, ideata per sbloccare i cantieri, si va avanti a colpi di Commissario: ogni volta che un progetto si intoppa scatta la nomina.

«La legge prevede questa figura. Il nostro compito è quello di dare la sveglia agli iter procedurali, di battere il territorio per cercare la condivisione... ma è altrettanto vero che se una democrazia ha bisogno di commissari, qualcosa non va. Quindi, questa è una fase di emergenza, poiché era impossibil e, in quattro-cinque, anni rivoltare il sistema come un calzino dopo 30 anni di... astinenza progettuale».

Come dire: la Legge Obiettivo e relativi Commissari, lei è di fresca nomina per la A-28, sono la prima risposta e poi?

«Poi occorre una revisione della legislazione prevedendo l'abolizione dei Commissari...».

Come arrivarci?

«Una volta che le Regioni hanno definito con lo Stato le opere strategiche, e dopo aver snellito ancora più i passaggi (ad esempio tutti i pareri di valutazione ambientale dovrebbero essere regionali), allo Stato non resterebbe che la fase istruttoria con conseguente prosciugamento dei blocchi burocratici. E poi, in fase di stesura del progetto preliminare, organizzare contestualmente incontri con gli enti territoriali affiancati da tutti gli organismi burocratici, così da realizzare insieme il progetto. Esempi ci vengono dalla storia...».

Cioé?

«Pochi sanno che il 15 maggio 1790 si scelse, su 29 proposte, il migliore progetto per il Teatro la Fenice; il 15 maggio 1792 il teatro venne inaugurato con un dramma musicale del "Paisiello"».

Il Veneto ha ancora infrastrutture dell'epoca asburgica (vedi la ferrovia Bologna-Verona), le più giovani datano 40 anni fa...

«Il Veneto, come il resto del Paese. Ripeto, non è facil e per nessuno ricominciare da un'Italia con l'attuale livello autostradale che è di 113 Km per milione di abitanti, a fronte di una media europea di 177 Km e con addirittura il record di 225 Km della Spagna. E ancora: in Germania la rete stradale per Km quadrato è pari al 175,5\%, in Francia al 180,4\%, da noi al 57,09\%. La rete autostradale in Germania è del 2,28\% per Km quadrato, in Italia del 2,27. Quanto alla rete ferroviaria, in Germania si parla del 12,75\% su chil ometro quadrato... in Italia siamo al 6,44».

Partner europei, dove l'ambientalismo è stato assai incisivo.


«Come flash-back storico, ricordo che da noi s'è sviluppata una cultura che ha permeato ideologicamente la contrapposizione "uomo-ambiente", utilizzando concetti come lo sviluppo sostenibile, dando surretiziamente più importanza all'aggettivo che al sostantivo. Con una metafora, abbiamo di fronte "il nostro Muro di Berlino", costruito con luoghi comuni, intonacato con radicalismi ambientalisti e fuori piombo. Guardiamo alla Francia».

Cosa ha fatto?

«Nel 2001 la Francia ha vinto l'appalto per realizzare l'Airbus. La produzione doveva essere trasferita da Tolosa a Marsiglia, 250 Km, con trasporti eccezionali. Il premier Jospin ha fatto un decreto per l'abbattimento di alberi, linee elettriche e tutto ciò che serviva per fare passare i tir... la grandeur della Francia».

E veniamo al Nordest. Quali sono le opere in lista?

«La relazione 2005 della Corte dei Conti dice che tra gli interventi varati dal Cipe, il Lazio è al primo posto col 17,69\%, seguito dal Veneto con il 14,67\%. Poi, tra le opera effettivamente finanziate, al primo posto c'é la Lombardia col 25,56\%, il Veneto è al quinto posto col 9,45\%. Poi, tra le opere veramente cantierate, spetta al Veneto il primo posto col 52,35\%...».

C'è un bel po' di sbilancio tra le opere varate dal Cipe (14,67\%), quelle effettivamente finanziate (9,45\%) e le cantierate (52,35\%)?

«Gli interventi davanti al Cipe sono di due tipi: quelli completi, che comportano l'approvazione tecnico-finanziaria; quelli di natura solo tecnica. Comunque, si può dire, senza essere smentiti, che in Veneto si stanno facendo lavori per 2,1 mil iardi di euro...».

Nome e cognome.

«Il Passante di Mestre, l'alta capacità Padova-Mestre, i tre lotti della Valdastico Sud, il modulo sperimentale elettromeccanico, la prima fase del metrò regionale, il primo lotto della A-28 Conegliano-Sacil e...».

A quanto il secondo, tanto contestato, lotto della A-28?

«Entro i primi mesi del 2006 si possano consegnare i lavori».

Altri progetti?

«Tra le opere varate dal Cipe, finanziate e cantierabil i nel biennio 2006-2007, ci sono la continuazione del Mose, gli altri lotti della Valdastico Sud, il restyling delle stazioni di Venezia-Mestre-Verona, e il secondo lotto della A-28, la terza corsia dalla A-4 Venezia-Trieste col raccordo di Villesse-Gorizia, le opere complementari al Passante, la Pedemontana e il tunnel pil ota del Brennero. Totale: 4,8 mil iardi».

La terza corsia per Trieste?

C'é il Friuli che sta cercando in tutti i modi per frenarne la realizzazione.

«Il Cipe ha approvato tutto il progetto preliminare; il tracciato è stato diviso in quattro lotti, il primo dei quali, 22 Km da Mestre a Quarto D'Altino può essere cantierato entro il prossimo anno».

Poi ci sono le infrastrutture già approvate dal Cipe e in parte cofinanziate dalla Ue o in progetto di finanza.

«Come la piattaforma logistica del porto di Trieste, la parte italiana del tunnel del Brennero, il collegamento ferroviario con l'aeroporto di Venezia, la Nuova Romea. Totale: 6,6 mil iardi».

Ma altre ne mancano all'appello, importanti per il Nordest.

«Che il governo ha inserito nel prossimo Dpef: la metropolitana lagunare di Venezia, le complanari della A-4 tra Padova e Brescia (tutte in autofinanziamento delle società autostradali), la Valdastico Sud, il collegamento A-27/A-28 da Cortina a Tolmezzo, il collegamento A-27 Valbelluna con la statale 47 della Valsugana».

Un bella girandola di progetti e finanziamenti.

«È tutto il lavoro avviato nel Nordest; i dati sono inconfutabili. Ora bisogna continuare».

Fuori di metafora, con un ragionamento più concreto il "nostro muro di Berlino" l'abbiamo ad Est, dove Slovenia e Croazia paiono per nulla interessate, attirate di più dai Paesi forti del centro Europa, a darci una mano per il Corridoio V Lione-Kiev.
«Verso Ovest si stanno vivendo i fatti della Valle di Susa; verso Est ci sono i defatiganti accordi intergovernativi che procedono a rilento. A questo punto è l'Europa che deve svegliarsi, visto che è stata Bruxelles ad avere scelto i 30 progetti prioritari, tra i quali c'è il nostro Corridoio V».

Cosa deve fare l'Ue?

«Farsi carico di non solo cofinanziare le opere di valico tra gli Stati, ma anche rivedere l'impostazione della definizione dei fondi magari rinunciando per 4-5 anni di assegnare finanziamenti ad altri settori, come l'agricoltura e assegnarle alle infrastrutture».

Si farà tanti amici nei campi.

«Guardi che le strade servono per lo sviluppo, e inoltre si abbatte l'inquinamento, per velocizzare e decongestionare il traffico. Ma lo sa che che in Europa gli incidenti legati al traffico, con i dati del 2000, hanno causato 41mil a morti e 1.700.000 feriti, e nel 2005 le cifre sono lievitate a 50mil a e a 2 mil ioni?
Lo sa che la mobilità media/giorno è passata da 17 Km del 1970 ai 40 Km di quest'anno?
E lo sa che nel 2004 è stato stimato che, in tutta Italia, per le code in autostrada il tempo perso/sprecato è stato pari a 30 euro all'ora?
E ancora: in un anno c'è stata una perdita complessiva, in tutta Italia, di circa 900 mil ioni di euro? Una cifra più alta del costo del Passante di Mestre...».

20/11/05

Il prof. Prodi... chi sa quanti ne ha raccomandati?

Saro´breve. Questo vuole essere un appello a tutti i giornalisti professionisti abituati a fare inchieste che fanno scandalo.

Come tutti sanno quel simpaticone di mortadella Prodi e´anche professore universitario.
Ora tutti sanno come funzionano i concorsi universitari: I professori che compongono le commissioni fanno in modo che passi quello tra i candidati che e´ a loro piu´vicino e cio´ indipendentemente dal fatto che sia migliore degli altri ("meritocrazia" e´una parola che non esiste all´interno delle universita´italiane).
Su come vengano svolti questi concorsi sono gia´state fatte alcune, anche se non troppe, inchieste giornalistiche, quello che io chiedo peró é un´altra cosa:

Se la formula delle commissioni pilotate viene utilizzata da buona parte dei professori "normaili", figurarsi cosa deve aver fatto Il Professore (mortadella Prodi) nel corso della sua carriera universitaria? quanti parenti, amici e conoscenti avra´raccomandato?

La risposta la dovrete trovare voi, cari giornalisti, in particolare mi riferisco a chi lavora per il Giornale e per Libero.

Saluti e buon lavoro!

mercoledì, dicembre 07, 2005

Ciampi ai Giovani

«Non temete un declino che non ci sarà. Non abbiate timori per il vostro avvenire.
Per ora, nella vostra vita, avete soprattutto ascoltato. Presto toccherà a voi di parlare ed agire. Guardate alto e lontano. Impegnatevi e proponetevi obiettivi ambiziosi per il vostro futuro, per il futuro della nostra patria».

Carlo Azeglio Ciampi

Giavazzi, Prodi e Della Vedova

Qualche tempo fa stavo facendo zapping e sono incapato in un film che penso fosse ambientato in uno Stato del sud degli USA intorno agli anni 60, quando, per intenderci, le discriminazioni razziali erano una cosa normale.
La scena che ho visto si svolgeva in una scuola elementare. La maestra fa una domanda alla classe ma nesuno alza la mano per rispondere, nessuno tranne una bambina di colore. La maestra fa finta di non vederla e chiede se cé´qualcuno che sa la risposta. Ad un certo punto una bambina bianca prova a rispondere ma sbaglia in tronco la risposta. Allora la maestra, continuando a far finta di non vedere la mano alzata della bambina di colore, chiede se cé´qualcun´altro che vuole provare a rispondere. Ma non cé´ nessuno (oltre alla bambina di colore ovviamente), cosí la risposta la da direttamente la maestra.

Facendo una sottospecie di paragone si potrebbe dire che la maestra e´Giavazzi, la bambina di colore e´ Della Vedova e la bambina bianca e´Prodi.

Con questo intendo sottolineare come tutti invochino il liberalismo/liberismo come ricetta per rimettere in moto l´Italia, ma quando cé´qualcuno che afferma di voler utilizzare questa ricetta e addirittura di fondare il proprio partito ( i Riformatori Liberali) su questa ricetta, si fa finta che non esitano e si continua a domandare.

Daltronde come ricordava Diaconale in un suo editoriale di qualche settimana fa: "Non c’era un complotto mediatico ai loro danni. I radicali lo hanno finalmente capito. Non appena hanno deciso di lasciare la terra di nessuno delle terze forze ed entrare a bandiere spiegate nel centro sinistra, il silenzio che generalmente nascondeva le loro gesta si è improvvisamente dissolto. Il cono d’ombra è diventato cono di luce. Ed a conferma che nei media italiani esiste solo ciò che si trova a sinistra, i radicali hanno ritrovato quella visibilità che credevano di aver tristemente perduto dai tempi eroici delle battaglie per il divorzio e per l’aborto. Non c’è che dire. Da questo punto di vista la scelta di Marco Pannella e di Emma Bonino di bruciare i vascelli dietro le spalle e puntare sull’alleanza con lo Sdi all’interno dell’Unione di Romano Prodi, è risultata vincente. Nel giro di qualche settimana i radicali hanno ottenuto sui media nazionali una visibilità ed una risonanza decisamente superiori e quelle ricevute nel corso degli ultimi dieci anni. Fino a ieri i loro congressi erano seguiti da Radio Radicale, da qualche giornale amico di piccola tiratura e dalla sostanziale indifferenza della stragrande maggioranza della stampa nazionale. Ora la questione radicale sembra diventata un nodo politico di rilevanza nazionale...."

martedì, dicembre 06, 2005

Tra Veneto e Trentino Alto Adige cé´ battaglia

Il Veneto si batte perche´vengano eliminate le inutili eccessive disparita´
tra le regioni a statuto speciale e quelle a statuto ordinario.
A riguardo invito a leggere questo articolo:


http://www.nordesteuropa.it/ktn/nee/site.nsf/
0/272214B5847BEA03C12570CB002BBFF6/$FILE/corriere.pdf

Con il Federalismo Fiscale piu´ virtuosi gli enti locali

Si parla di devolution e io rispolvero un articolo de Il Gazzettino e anche se un´po´datato ve lo ripropongo:

LO STUDIO DELLA CGIA DI MESTRE
Veneto, Friuli, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte: le Regioni sfruttate pagano in tasse da due a quattro volte quanto ricevono dallo Stato


La Sicilia versa ogni anno, in tasse, 1450 euro per abitante. Ma dallo Stato alla Sicilia, ogni anno, arrivano trasferimenti pari a 2274 euro per abitante. Un «guadagno» destinato ad aumentare, dopo la decisione del governo di lasciare alla Sicilia quasi 2 miliardi di euro di tasse all'anno. E si aggraverà quindi lo squilibrio che già adesso penalizza tutte le regioni del Nord, tranne Val d'Aosta, Trentino e Sudtirolo. Per Veneto, Friuli Venezia Giulia, ma anche Piemonte e Lombardia, la differenza tra quanto si paga di tasse e quanto si riceve dallo Stato è pesantemente negativa.
La più penalizzata è la Lombardia: chi risiede in quella regione paga ogni anno, in media, 6623 euro di tasse e riceve in cambio dallo Stato trasferimenti per appena 1263. Ma anche il Friuli Venezia Giulia, nonostante lo Statuto d'autonomia, versa allo Stato, per ogni abitante, imposte per 3.767 euro e ne vede ritornare dallo Stato, sotto varie forme di trasferimenti poco più della metà: 2.054 euro, con una differenza negativa di 1.713 euro per ogni abitante. Il Veneto è ancora più maltrattato: versa allo Stato 3915 euro per abitante e riceve indietro appena un quarto di questa somma: 955 euro.
A evidenziare questa situazione è un'analisi dell'Ufficio Studi della CGIA di Mestre che ha fatto una comparazione tra le tasse versate dalle Regioni allo Stato e le somme che quest'ultimo restituisce in termini di trasferimenti.

Secondo la Cgia, che tra l'altro ha tenuto conto solo delle tasse proncipali (Irpef, Irpeg, Iva), va male anche al Lazio, dove ogni residente versa mediamente 5.787 euro e se ne vede ritornare 1.359. Però nel caso del Lazio occorre tener conto che i dati sulle tasse pagate in regione sono assai gonfiati dal fatto che moltissime grandi aziende hanno sede nella capitale.
A vivere, invece, una situazione di vantaggio nel meccanismo del dare/avere con lo Stato centrale sono gran parte delle regioni del Sud e soprattutto quelle a statuto speciale. Alla Valle d'Aosta, infatti, vengono trasferiti dallo Stato 7.086 euro pro capite contro i 4.208 euro versati in tasse dai cittadini valdostani.
Anche in Trentino Alto Adige si registra un saldo positivo pari a 1.719 euro pro capite.
Ed anche in Basilicata la situazione non è poi così distante e il saldo tra dare ed avere pro capite raggiunge quota 1.232 euro. Mentre arriva a 829 euro in Sardegna, a 825 in Sicilia, a 570 euro in Calabria, a 332 euro in Molise a 133 euro in Campania.

«La devolution su materie come la sanità, l'istruzione e la polizia locale - dichiara Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre - non è sufficiente. Per compensare gli squilibri finanziari esistenti deve partire quanto prima il federalismo fiscale. Non si possono trasferire competenze alle regioni e alle autonomie locali senza che quest'ultime abbiano le risorse per operare in piena autonomia. Non solo. Ma il federalismo fiscale - conclude Bortolussi - è forse l'unica strada per rendere più virtuosi gli enti locali e migliorare così la spesa pubblica decentrata responsabilizzando maggiormente gli amministratori locali».

lunedì, dicembre 05, 2005

Della Vedova: un Ministro per la Deregulation

Al termine di ogni anno parlamentare è ormai prassi consolidata che il presidente di questo o quel ramo del Parlamento esibisca la massa delle leggi approvate. L’idea, davvero ridicola, è che quante più norme si sono introdotte, tanto meglio si è lavorato.
La proposta lanciata da Silvio Berlusconi di affidare un ministero per la deregulation a Benedetto Della Vedova ha senso, allora, se muove dalla constatazione che è necessario frenare l’ipertrofia normativa del nostro Paese. Questo nuovo dicastero, se mai vedrà la luce, dovrà quindi porsi l’obiettivo di bloccare la miriade di leggi e leggine che finiscono per limitare la libertà individuale e ostacolano, quindi, la stessa crescita economica. Oltre a ciò, tale ministero dovrà proporsi di cancellare norme: in ogni ambito. Alcuni esempi possono essere servire ad illustrare l’utilità di una simile iniziativa.
Una delle leggi che più hanno danneggiato l’economia italiana – e che ancora continua a gravare su di essa – è la famigerata 626 del 1994 sulla sicurezza del lavoro. La norma recepisce una direttiva europea (e quindi in qualche modo non può essere abolita), ma sicuramente è possibile semplificarla e alleggerirla di tutti i bizantinismi inutili che il genio italico ha saputo introdurvi. Nel momento in cui le nostre imprese competono con aziende cinesi ed indiane non è ammissibile che i problemi della tutela dei lavoratori siano affidati (in maniera paternalistica) alle scartoffie dei burocrati invece che alla libera negoziazione.
L’intero complesso delle leggi sul lavoro esige ugualmente sforbiciate considerevoli: e al più presto. Vanno cancellati privilegi e procedure onerose. Tanto per fare un esempio: al momento dell’assunzione ogni lavoratore è chiamato a sottoporsi ad una visita medica che – in linea teorica – potrebbe inibirgli di svolgere quell’attività. Ovviamente, di fatto nessun dottore blocca l’assunzione e il tutto si risolve in mezza giornata di lavoro perduta e in un esborso di alcune decine di euro. Possiamo seriamente credere che questo aiuti i lavoratori?
Ma un altro esempio sono le norme in materia di privacy, divenute un intrico di vincoli che ci obbliga costantemente a firmare liberatorie che neppure leggiamo.
Qualcuno può pensare che si tratti di minuzie, eppure non è così. Un vero ministro per la deregulation (come certamente Della Vedova saprebbe essere) finirebbe in effetti per dichiarare guerra a tutti i propri colleghi, con più che giustificate invasioni di campo. Si pensi, per fare un altro esempio, al territorio. In questo ambito deregulation deve voler dire passare dalla logica della pianificazione urbanistica – fonte di innumerevoli aggressioni al diritto di proprietà – ad una logica in cui l’intervento inibitorio dell’iniziativa individuale sia l’eccezione, per bloccare attività che davvero invadono diritti altrui.
Un ministro per la deregulation, in questo senso, sarebbe una sorta di “super-difensore civico”: contro l’invadenza delle norme e degli apparati burocratici.

Carlo Lottieri
L'Indipendente, 2 dicembre 2005.

giovedì, dicembre 01, 2005

Lettera aperta a Diaconale: l´unione dei Liberali

Caro Diaconale,
saro´breve. Questo Post e´indirizzato a Lei in veste di Direttore dell´Opinione, quotidiano ufficiale del Pli e penso a questo punto anche dei R.L. . Anche in considerazione della nuova legge elettorale, mi domando che utilita´abbia questa eccessiva frammentazione presente all´interno del mondo liberale italiano (F.I., Pli, R.L. , Liberali per l´Italia, Nuovo Pli...).
Mi pare di aver capito che i Liberali per l`Italia hanno deciso di confluire nel Pli e per questo non posso che esserne felice, ma non e´neancora abbastanza. Tutti i Laici-Liberali non di sinistra (per distinguerli da coloro che hanno abbracciato Forza Italia, Partito Cristiano-Liberale) dovrebbero confluire in un unico Partito ed influire, in questo modo, realmente nelle politiche della CdL.
Il fatto che all´Assemblea dei Riformatori Liberali non fosse presente De Luca mi fa capire che la strada per la riunificazione dei liberali e´ancora lunga.
Mi saprebbe dire quali sono le principali differenze che intercorrono tra R.L. e Pli? Cos´e´che gli impedisce di unirsi?
Quand´ e´ che si capira´che l´unione fa la forza? che un´ unica voce autorevole vale molto di piu´di tante piccole voci?
I democristiani questo lo hanno capito bene: prima erano divisi (CCD, CDU e DE) e valevano poco niente, poi si sono uniti e hanno creato l´UDC. È davanti agli occhi di tutti quanto siano riusciti ad influire in questi 5 anni.
In piu´probabilmente vi saranno anche ulteriori sviluppi: Casini sta correndo per la Presidenza del Consiglio e l´UDC probabilmente creera´ una federazione cattolica insieme alla DC di Rotondi e il Movimento per le Autonomie di Lombardo.

Caro Diaconale la saluto invitandola ad orgnizzare al piu´presto un convegno (o anche una serie di convegni) in cui venga affrontato seriamente questo tema, in modo da poter arrivare uniti alle elezioni del 2006 e in questo modo contare di piu´!