mercoledì, dicembre 21, 2005

Iraq: gli effetti positivi della strategia USA

Alzi la mano chi in questi due anni e mezzo non si è mai interrogato sul valore e/o l'opportunità della guerra americana in Iraq. E' capitato anche a chi scrive, pur avendo approvato a suo tempo l'azione degli Stati Uniti. Avere i dubbi sulla quale, dunque, è stato sempre più che ragionevole. Ma in nome della medesima ragionevolezza è giusto oggi riconoscere che le elezioni appena svoltesi in quel Paese hanno rappresentato un indubbio, grande successo della strategia americana. Un indubbio e grande successo anche se quasi tutti i commenti letti in questi giorni in Italia hanno preferito sorvolare disinvoltamente su quest'aspetto della vicenda. La disinvolta superficialità odierna non è che la prosecuzione in linea diretta del metro di giudizio viziato, se non prevenuto, con cui a partire dal momento stesso della fine delle operazioni militari vere e proprie è stata misurata l'effettiva riuscita o meno dell'azione Usa.Il metro di giudizio errato era (ed è) più o meno riassumibile in questi termini: finché in Iraq non regnano l'ordine pubblico e la pace più impeccabili nonché un vero sistema costituzionale, fino ad allora l'azione Usa deve ritenersi fallita. Un tale metro di giudizio è viziato a mio modo di vedere da due errori: innanzitutto perché esso guarda solo all'Iraq, tiene conto solo di quello specifico Paese; e, in secondo luogo, perché ha il difetto di essere un metro di giudizio totalmente privo di senso della realtà.Circa il primo punto è abbastanza singolare come i critici della strategia americana i quali pure tengono aggiornatissima la contabilità quotidiana dei marines uccisi a Bagdad e dintorni, i quali non mancano di enumerare attentati e rapimenti ad opera delle bande terroristiche, di citare disordini che avvengono ogni giorno in questa o quella località, poi però chiudano gli occhi sulle conseguenze indubbiamente positive che la guerra contro Saddam ha innescato in tutta la regione, non mettendo mai tali conseguenze in relazione con quella stessa guerra.Elezioni semilibere per la prima volta in Egitto (che di certo non rappresentano la democrazia ma sono pur sempre qualcosa, anzi, più che qualcosa); miglioramento assai evidente dei rapporti tra Israele e palestinesi con restituzione di Gaza da parte israeliana e crescita delle probabilità di una soluzione concordata del micidiale contenzioso tra le due parti; liberazione del Libano dall'oppressione siriana nonché virtuale messa nell'angolo del dittatore di Damasco: chi può pensare che questi progressi verso situazioni politiche più aperte, più libere, più pacifiche, non dipendano per intero proprio dalla «fallimentare» azione Usa in Iraq? E perché non aggiungere ai risultati positivi di quell'azione pure lo smascheramento del regime iraniano, costretto a mostrare la sua vera natura bellicista, intollerante, imbevuta di antisemitismo fino al delirio? Il risultato della guerra contro Saddam, insomma, non può essere giudicato solo guardando a Bagdad, bensì ponendo attenzione a tutto lo scacchiere mediorientale. Forse, allora, le prospettive e il giudizio cambiano non poco.Ma anche il giudizio sulla situazione irachena in quanto tale — vengo così al secondo punto — per non essere campata in aria deve ispirarsi al senso della realtà, non ad un astratto perfettismo Bisogna insomma chiedersi: il fatto che non ci sia più un regime sanguinario come quello saddamita, che per la prima volta in un Paese di quella regione (Israele escluso naturalmente) esistano cose come la libertà di associazione e di stampa, si tengano libere elezioni anche con la partecipazione delle donne, il fatto che perfino la minoranza sunnita si sia ormai decisa ad accettare la competizione elettorale e quindi a partecipare al processo democratico, tutte queste cose, queste gigantesche novità positive, contano o no di più, molto di più, di qualche migliaio di terroristi dediti alla strage indiscriminata per cercare di impedirle? L'indubbia volontà espressa con il voto dalla grande maggioranza degli iracheni deve o no pesare di più sul nostro giudizio dei pur continui attentati, agguati e rapimenti compiuti da una piccola minoranza i cui obiettivi, tra l'altro, escludono qualunque possibile condivisione? Ciò non vuol dire che allora bisogna sposare ogni punto di vista americano sul problema iracheno o approvare ogni azione compiuta dagli Usa, ci mancherebbe altro. Vuol dire semplicemente cercare di mantenere il giudizio libero da preconcetti, riconoscere la realtà, e magari anche ricordarsi che quella difficile cosa che si chiama democrazia si è quasi sempre affermata attraverso un cammino non proprio punteggiato di rose e di fiori.

Ernesto Galli della Loggia
21 dicembre 2005

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