martedì, febbraio 28, 2006

Il Manifesto di Pera, era migliore quello del '95

Sul Manifesto di Pera a Tocque-ville se ne e' parlato molto e molto hanno detto numerosi autorevoli bloggers.
Io mi limito a porre solo una domanda:
Premettendo che condivido pienamente le premesse del manifesto, se io al referendum della procreazione assistita ho votato si e sono anche a favore dei Pacs, vuol dire che non sono "per l'Occidente"?

Colgo l'occasione anche per riproporre un manifesto del 1995 sempre firmato Pera. E' evidente che in molti punti i due manifesti non si possono comparare, ma ve ne sono alcuni nel quale si parla di liberta' di coscienza in cui la differenza tra i due e' palese. Io personalmente prefersico il Pera del '95, poi ovviamente ognuno e' libero di pensarla come vuole.

LA RIFORMA LIBERALE: PERCHE' E QUALE
di Marcello Pera

LA LOBBY DEI CATTIVI
La Convenzione per la Riforma liberale che oggi tiene la sua prima sessione è già stata ribattezzata la 'Lobby liberale dei cattivi'. Non ci dispiace. Intendiamo infatti essere una lobby, perché vogliamo rappresentare esigenzee fare pubbliche pressioni affinché esse siano tradotte in azione politica. Intendiamo essere una lobby liberale, perché ci ispiriamo ad alcuni grandi princìpi teorici e politici del liberalismo.
Quanto ai 'cattivi', aspettate, ascoltate e giudicate da voi. Non fatevi illussioni però: se buoni sono quelli che vanno in giro dicendo che hanno buoni sentimenti, vogliono buone regolee si fanno il segno della croce ogni volta che vedono il demonio in tv, beh, allora noi ci sforzeremo di essere pessimi.In politica, abbiamo gusti difficili.
La mortadella ci piace così e così, ma la mortadella condita con la nutella proprio non ci va giù, neppure se ci viene servita con una salsa popolare.

LE SETTE TIRANNIDI E IL GOVERNO BERLUSCONI
Perché non possiamo non dirci cattivi?Perché sono diventati cattivi i cittadini italiani.
Con due voti, quello referendario del 18 aprile 1993 e quello politico del 27 marzo 1994, i cittadini italiani hanno mostrato di voler abbattere due muri di Berlino: il muro dei partiti che li separava dalle proprie istituzioni e il muro della consociazione fra i partiti che li separava dalla propria libertà.In particolare, con il voto del 27 marzo si è manifestata una esigenza di liberazione contro le nostre sette tirannidi capitali.Basta seguire la vita di un cittadino dalla culla alla bara per capire quali sono.
1) Quando il cittadino cresce ha già sulle spalle un debito pubblico che i suoi padri hanno contratto a sue spese per godersi la loro vita.
2) Quando il cittadino cresce e va a scuola, si trova un servizio gratuito o quasi, ma è incerto se sia fatto per la sua educazione o a favore del pieno impiego degli insegnanti.
3) Quando esce da scuola, se va all'università, si accorge che solo un terzo degli studenti si laurea e capisce che la cultura che gli viene impartita non è competitiva neppure a livello europeo.
4) Se invece di iscriversi all'università, il cittadino si rivolge al mercato del lavoro, riesce a trovare un posto e a guadagnare qualcosa, si trova schiacciato da un fisco opprimente, stupido e cieco.
5) Quando ha a che fare con la pubblica amministrazione o con lo Stato e ha bisogno di servizi, il cittadino si accorge che né l'una né l'altro sono fatti per lui e che deve arrangiarsi come può.
6) Se il cittadino sopravvive e si rivolge al sistema bancario, capisce che il credito passa attraverso la politica.
7) Infine, se prima di morire per caso litiga con un suo condomino, il cittadino deve rinunciare all'idea che un giudice esamini la sua causa, mentre se per accidente incappa nella giustizia penale, sa che i suoi diritti sono spesso aleatori.
Ebbene, quando ci si chiede perché questa promessa di liberazione del governo Berlusconi si sia affievolita e poi perduta,si entra nel vivo del tema delle riforme liberali per le quali la nostra Convenzione intende fare pressioni.
Perché, dunque, è caduto il governo Berlusconi? Le ragioni sono molteplici. Gli errori compiuti, che sono stati parecchi. L'incompatibilità fra la carica di presidente del Consiglio e la proprietà di grandi mezzi di comunicazione, che era un vizio di origine. I contrasti interni alla coalizione, che sono stati fatali. L'inesperienza e i pasticciamenti, che sono stati profusi a piene mani. Ma tutto questo ­ errori, incompatibilità, contrasti, inesperienza ­ non sarebbe stato sufficiente a far cadere il governo Berlusconi se non fosse rinato un vecchio male del nostro sistema internazionale e della nosra politica, l'ottava e madre di tutte le tirannidi capitali costituita dalla mediazione parlamentare, dai giochi dei partiti, dalla instabilità politica consentita e legalizzata dalla nostra Costituzione. Alla caduta del governo Berlusconi, siamo ritornati ai tempi del voto bendato quando si diceva: 'Tu, partito o candidato, chiediil voto a me elettore; io elettore do il voto a te; tu poi, da eletto, fai come pare e piace a te senza rendere conto a me'. Era la cosiddetta 'politica delle mani libere' (anche se, come poi si è visto, non erano 'mani pulite').
Questa politica, questo vecchio contratto baro tra partiti e cittadini spiega tutto ciò che è accaduto negli ultimi mesi: prima personaggi patetici che da ministri decidevano una cosa e da parlamentari ne facevano un'altra, poi imboscate in Parlamento, quindi ribaltoni di alleanze, infine stiracchiamenti della Costituzione da parte del presidente della Repubblica, sospensione della politica con un governodi tecnici che è ai limiti se non fuori della Costituzione e che comunque è una novità assoluta nella storia della Repubblica.

IL MAGGIORITARIO
Ecco allora un primo punto di riforma. Per avere stabilità politica, occorre una legge elettorale che davvero consenta a chi passa l'esame delle urne di governare. E affinché questa legge assicuri trasparenza fra elettore ed eletto e responsabilità dell'eletto verso l'elettore, occorre che sia maggioritaria, uninominale e ad un solo turno.
Perché uno stato e non due? Escludiamo naturalmente di prendere in considerazione papocchi quali il premio di maggioranza alla Segni e Tatarella sul genere della legge regionale.La mia opinione, che è l'opinione di pressoché tutti noi, è che il doppio turno ci riporterebbe indietro, al muro di Berlino dei partiti.
Intanto constatiamo un fatto. Molti di quelli che oggi propongono il doppio turno, come il senatore Salvi, in realtà consumano un doppio inganno. Perché dicono 'doppio turno', ma non parlano di ballottaggio fra primo e secondo soltanto; e perché dicono 'maggioritario', ma non dicono che nei loro progetti è previsto ancora un recupero proporzionale.
In realtà questi falsi doppioturnisti vogliono una cosa sola: vogliono mantenere intatto il potere e gli apparati dei partiti attuali e renderli ancora una volta arbitri dei governi mediante le mani libere parlamentari. In secondo luogo, neppure il doppio turno col suo ballottaggio è preferibile al turno unico.La ragione è molto semplice e la dico con una formula: il doppio turno consente e facilita la formazione di coalizioni di liste;il turno unico invece consente e agevola la formazione di liste di coalizione. Una lista di coalizione non è una coalizione di liste.
Col doppio turno e la coalizione di liste, tutti i partiti hanno interesse a mantenersi in vita e ad entrare in competizione l'uno con l'altro; col turno unico e la lista di coalizione i partiti omogenei o affini hanno interesse a coalizzarsi sotto un unico simbolo, conun unico programma e con un solo leader.
No dunque a tutti i tentativi di annacquare il maggioritario per evitare la partitocrazia.
Sì invece a tutti gli sforzi per renderlo più rigoroso per dare voce e decisione ai cittadini.

IL PRESIDENZIALISMO
Il principio che chi passa l'esame delle urne governa non basta ancora se poi chi passa l'esame deve, per governare, passare un altro esame, quello del Parlamento.
Ecco allora un secondo punto di riforma, quella istituzionale. E anche qui la riforma deve essere autenticamente liberale: occore che ci sia una separazione netta, non solo di competenze, ma anche di investitura, fra il potere esecutivo e il potere legislativo. Insomma, che è eletto per controllare e legiferare non deve anche governare.
Quale modello è migliore? Noi proponiamo il modello americano.
È semplice, perché prevede due attori, un presidente forte, capo dello Stato e dell'esecutivo, che guida l'amministrazione sulla base di mandato politico ricevuto direttamente dai cittadini, e un Parlamento altrettanto forte in cui maggioranza e minoranza si confrontano fra loro e con il presidente.
È efficiente, perché aumenta la funzione di controllo del Parlamento.
È trasparente, perché esalta il valore del voto e riduce il potere della partitocrazia.
È democratico, specie se esso è accompagnato da quel federalismo che noi auspichiamo.
Non è vero che il modello americano sia a rischio di involuzioni totalitarie. Proprio perché esso prevede un peso forte bilanciato da un contrappeso altrettanto forte, esso riduce o elimina i possibili squilibri.
È vero invece che il modello americano rigetta la teoria della cosiddetta 'centralità del Parlamento'.
Ma questa teoria è falsa e perniciosa: è falsa, perché in un sistema democratico nessuna istituzione è centrale o sovrana su tutte le altre, solo i cittadini lo sono; ed è perniciosa, perché quella teoria è solo una copertura della partitocrazia e del consociativismo.
Insomma, no ad un capo dello Stato eletto che non sia anche capo del governo; no ad un capo del governo eletto che non sia anche capo dello Stato. Chi vuole scindere le due cose pensa solo ai partiti così come sono attualmente come variabili indipendenti del sistema politico.

IL METODO DELLE RIFORME
Come ottenere queste riforme? Anche qui dobbiamo pronunciare altri no. Diciamo no alle commissioni bicamerali, perché sono luogo di compensazione partitocratica. Diciamo no ad una blindatura dell'attuale Costituzione come sarebbe toccare in senso restrittivo l'articolo 138, perché ciò impedirebbe il passaggio alla seconda Repubblica. Quanto ad una Assemblea costituente, diciamo no se essa sia prevista all'inizio e sì solo se essa sia al termine di un processo di maturazione politica in cui le forze si siano chiarite le rispettive posizioni, le posizioni, le abbiano lanciate e presentate ai cittadini, abbiano raccolto un consenso sudi esse. Si obietterà: e le regole? Non sono forse le regole patrimonio di tutti su cui tutti devono convertire? Sì, ma sul punto c'è una grande confusione, forse voluta. Una cosa sono le regole, un'altra le riforme.
Le regole si fanno con l'accordo di tutti, perché definiscono l'area della lotta politica; le riforme no, le riforme le fa chi vince nei modi stabiliti dal programma in base al quale ha vinto.
Le regole sono impegni che le parti in competizione prendono l'una rispetto all'altra; le riforme sono impegni politici che ciascuna parte per proprio conto prende di fronte agli elettori.
Chi, a destra e sinistra, vuol portare le riforme sul tavolo delle regole in realtà non vuole né le une né le altre o vuole solo la consociazione.

LA RIFORMA LIBERALE
Una riforma liberale non si limita però agli aspetti costituzionali. Occorre anche una riforma dell'azione e dei programmi politici.
Noi, in proposito, auspichiamo due cose: prima, la formazionedi due grandi schieramenti, ancorché variegati al loro interno, uno di destra e uno di sinistra, o uno conservatore e uno socialista; seconda, che lo schieramento conservatore o di destra sia autenticamente, coraggiosamente liberale.
Non ci fanno paura le parole, non siamo prigionieri di vecchie e pigre categorie mentali e politiche.
Non temiamo le etichette 'destra' o 'conservatori', temiamo solo la illibertà.Forse non siamo di moda fra molti intellettuali, ma agli intellettuali con la puzza sotto il naso e che si ritengono ancora di moda lanciamo una sfida su concetti e punti concreti: che cosa ancora intendete voi per uguaglianza se la volete coniugare con la libertà? Che cos'è ancora per voi lo Stato sociale se volete unirlo all'efficienza, alla competitività e all'autodeterminazione dei cittadini? Che cos'è esattamente la vostra solidarietà se volete eliminare l'assistenzialismo? E con chi volete essere solidali: con questo o quel cittadino svantaggiato o con le corporazioni protette dai sindacati e dai partiti? Per fare la seconda delle cose che ho detto, occorre che il Polo delle libertà diventi un Polo liberale. Non siamo ciechi: vediamo che attualmente non lo è ancora al grado in cui vorremmo e che riteniamo necessario per trasformare l'esigenza di liberazione diffusa nel paese in una politica liberale. Per questo siamo cattivi: perché dobbiamo sculacciare chi ancora recalcitra o non capisce o fa finta di non capire.Qui vediamo tre rischi: un rischio di moderatismo democristiano, un rischio clericale e un rischio di deriva di destra cosiddetta 'sociale e cristiana'.Quanto al clericalismo, cioè ai valori cristiani messi come un berretto in capo allo Stato, è il caso di ricordare in particolare all¹onorevole Buttiglione che nutre questo disegno che tali valori riguardano le coscienze dei singoli non le istituzioni.La libertà di coscienza, onorevole Buttiglione, è nata anche prima del liberalismo!No dunque alle sanzioni penali dell'aborto e altre cose del genere.Quanto al cristianesimo, è il caso di ricordare all'onorevole Fini che esso non basta a fare una politica né liberale né di destra neanche quando fosse accompagnato da programmi sociali. Al contrario, programmi sociali e cristiani sono, o possono facilmente diventare, programmi democristiani.
Onorevole Fini, davvero pensa che gli italiani abbiano voluto smettere di essere assistenzialisti democristiani in un modo per tornare ad esserlo in un altro? Quanto al moderatismo, da cattivi impenitenti e impertinenti, dobbiamo rivolgere una domanda senza peli sulla lingua all'onorevole Berlusconi: onorevole Berlusconi, che cosa intende fare da grande? Vuole finalmente decidersi senza riserve per quella politica liberale di cui questo paese ha bisogno come dell'aria e che lei stesso aveva lanciato, o preferisce diluire il suo messaggio fino a renderlo senza gusto? Ho già detto che la nutella non ci piace; aggiungo che non ci piace neppure una marmellata moderata di frutti di bosco o di sottobosco.

IL LIBERALISMO
Noi spingiamo nel senso del liberalismo. Più che ai cosiddetti 'valori' oggi di moda, ci ispiriamo ad un solo principio di valore,il più bello, il più nobile, il più attraente ed esaltante principio liberale dei grandi maestri: che gli uomini nascono liberi, che ad uomini liberi tutto è concesso fuorché ciò che è proibito dalla legge, e che la legge nulla può proibire ad un uomo libero fuorché ciò che lede la libertà di un altro uomo.
Questo principio ci serve come guida politica. A partire da esso, noi chiediamo uno Stato snello, non confessore di anime,non proprietario di imprese, non gestore unico di servizi, non opprimente, non impiccione nella vita sociale e privata.Bensì, uno Stato regolatore che abbia poche leggi e chiare, dotate di sanzioni che garantiscano l'autonomia dei singoli,la giustizia, la concorrenza, la libertà imprenditoriale, l´ambiente. Non entro nel merito di questi punti. Lo faranno le relazioni successive. E lo farà ancora la nostra Convenzione con successive sessioni che saranno dedicate ai temi specifici.
Buon lavoro a tutti e auguri di cattiveria liberale!

lunedì, febbraio 27, 2006

Berlusconi mandi Della Vedova in Televisione!

Il Presidente dei RIformatori liberali - Radicali per le Liberta' Bendetto Della Vedova ha perfettamente ragione ad arrabbiarsi quando vede che fino ad oggi i RL hanno avuto enormi difficoltà a mettere il naso fuori, a comunicare le proprie idee e proposte, anzi, la propria stessa esistenza sulla stampa ed in TV. Sono in pochissimi, tra gli elettori italiani, a sapere che i RL esistono, che un gruppo di radicali ha deciso di non seguire Pannella nell'Unione.
In Italia se ti schieri con il centrosinistra sei sicuro di godere immediatamente di buona stampa, se ti schieri con il centrodestra puoi contare solo sul fatto di essere ignorato. L'esempio piu' eclatante e' il Corriere della Sera, il quotidiano piu' letto in Italia, che ama definirsi autorevole ed imparziale. Il giornale diretto da Paolo Mieli fino ad oggi i RL non gli ha neanche mai menzionati, per i suoi lettori Benedetto Della Vedova e gli altri radicali che non hanno deciso di diventare i giapponesi di Prodi neanche esistono. Discorso simile potrebbe essere fatto anche per gli altri quotidiani "non schierati" come La Stampa, Il Messaggero, Il Sole 24... Per quanto riguarda La Repubblica, il secondo quotidiano piu' letto in Italia, preferisco sorvolare perche' il suo disinteressamento e' scontato.

Sui giornali più vicini al centrodestra il discorso è un po’ diverso, i RL hanno avuto un po’ di spazio, ma sempre e solo, come ha ricordato lo stesso Della Vedova, "quando abbiamo insistito e abbiamo chiesto, chiesto e ancora chiesto noi."

Un paio di critiche vanno in particolar moto mosse verso Arturo Diaconale direttore de L'Opinione. Non dico certo che qualche articolo riguardante i RL non sia stato scritto ma di certo non si puo' dire che si stia facendo abbastanza. Faccio infatti notare che nonostante nel sito dei Riformatori Liberali tra i link italiani sia presente al primo posto L'Opinione, il caro Diaconale non si e' neanche preso il disturbo di far scrivere un articolo sia sulla prima che sulla seconda assemblea dei RL. Sorprende invece positivamente l'attenzione che viene riservata ai salmoni da parte de L'Indipendente, il giovane quotidiano diretto da Giordano Bruno Guerri, il cui editore e' il deputato di Alleanza Nazionale Italo Bocchino (c'e' qualcosa che non torna?).
Una forte critica va anche fatta a Panorama il settimanale di attualita' piu' letto in Italia edito dalla Mondadori.
Se il senatore dei DS Franco Debendetti puo' ringraziare Silvio (Berlusconi) per avergli permesso di tenere per 5 anni una rubrica su Panorama, lo stesso non puo' fare Della Vedova. Panorama e' indiscutibilmente sbilanciato a destra (anche se comunque non ha mai smesso di riservare consistenti spazi anche alla sinistra) mi domando quindi per quale motivo il suo atteggiamneto nei confronti dei salmoni non sia tanto diverso da quello riservatogli dal Corsera.

Di televisioni è meglio non parlare, visto che lo spazio maggiore i Riformatori liberali lo hanno avuto da La7.
E per fortuna che Berlusconi doveva avere il momopolio dei mezzi d'informazione. Che forse esiste, ma è un monopolio dei contenitori. Al monopolio dei contenuti pensa il mainstream progressista.

Concludendo non mi resta che dire che se i RL non riusciranno a raggiunggere questo maledetto 2% non sara' tanto perche' la percentuale della popolazione italiana votante che condivide le idee di Della Vedova & Co. non raggiunge questa cifra, quanto piuttosto perche' i RL per la grandissima maggioranza della popolazione neanche esistono!

Rivolgo quindi un appelo a S.B.: Mandi Benedetto in televisone, conviene sia a Lui che a Lei!

E' infatti di tutta evidenza che l'unica componente nuova della coalizione, l'unica che non rappresenti un mero rimescolamento delle carte all'interno del centrodestra, sono i Riformatori Liberali - Radicali per le Liberta'.
Essi si rivolgono ad un elettorato che oggi è in parte sfiduciato nei confronti della Casa delle Liberta e non ha ancora deciso se andare a votare; oppure ad un elettorato che ha guardato con sorpresa o diffidenza lo schierarsi dei Radicali italiani con la sinistra e con Romano Prodi.
Inoltre bisogna considerare che Della Vedova e' un volto nuovo, giovane, non ha diciamo scheletri nell'armadio., e' una persona competente e con una certa esperienza (parlamento europeo ma non solo). Una cosa e' certa, in TV farebbe sicuramente una figura migliore di molti politici della prima repubblica.
Inoltre va considerato anche che l'On. La Russa si e' complimentato per l'onesta' intellettuale dei radicali, il portavoce di AN Rochi riferendosi ai RL ha dichiarato : "Voi in questi anni avete rappresentato una coerenza in un mondo di incoerenti. Avete rappresentato un soffio di libertà in un mondo politico che spesso e volentieri questi soffi tende a soffocarli. In politica spesso e volentieri la coerenza è una dote rara. Voi in questi anni avete tenuto alta la bandiera della coerenza" e ha continuato "Mi auguro che questa pattuglia di salmoni faccia volare la Casa delle Libertà. Perché io sono convinto di una cosa: in certi momenti non vale la quantità - ha sottolineato - vale la qualità. Voi siete una parte importante della qualità del centrodestra".

Insomma caro Berlusconi, non abbia paura di far parlare Della Vedova perche' egli per la CdL e' un'enorme risorsa. Non si deve preoccupare perche' a Lei e il suo partito non rubera' nenache un voto. I voti potenziali che i RL potrebbero attrarre sono quelli che altrimenti andrebbero o persi (gli astenuti che non riescono a votare FI neanche con la molletta sul naso, ma che comunque si rifiutano di votare Unione)o comunque andrebbero alla Rosa nel Pugno e quindi al centro-sinistra.

giovedì, febbraio 16, 2006

Platone

Esiste un modello fissato nei cieli per chiunque voglia vederlo e, avendolo visto, conformarvisi in se' stesso. Ma che esso esista in qualche luogo o abbia mai ad esistere, e' cosa priva di importanza, perche' questo e' il solito Stato nella politica di cui egli possa mai considerarsi parte.

Tratto da "La Repubblica" di Platone

mercoledì, febbraio 15, 2006

I Fascisti nella CdL? No Grazie!

Saro' breve perche' su questo argomento ne hanno gia parlato altri bloggers (tra gli altri ricordo Italian Libertarians e Libero Pensiero). Per raccattare fino all'ultimo voto il Premier Berlusconi sta cecando di stringere alleanze con qualsiasi partito non di sinistra. Tra questi figura anche Fiamma Tricolore. Le idee che questo partito neofascista porta avanti soprattutto in politica estera (ma non solo) sono al quanto in contraddizione con quanto fatto dalla CdL in questi 5 anni di governo.
In un intervista a Il Riformista Romagnoli, segretario di Fiamma Trcolore, ha dichiarato di essere filo palestinese, contro il filo-americanismo, contro la NATO, e di difendere il diritto dell'Iran al nucleare.
Fino a poco tempo fa Berlusconi si vantava di aver recuperato la linea degasperiana filoamericana; Ferrara con il suo Foglio aveva organizzato una stupenda fiaccolata davanti all'ambasciata Iraniana a Roma per manifestare a favore del diritto di Israele di esistere; lo stesso Corriere ha recentemente riconosciuto al governo Berlusconi di essere stato artefice di una politica filoisraeliana. Sorvoliamo poi sulla tutt'altro liberale politica economica che MFT vorrebbe proporre, dico soltanto che sembra quasi di parlare con Bertinotti.
Mi sorprende che mentre Berlusconi paventa il rischio di trovarsi con l'italia governata da No Global (gli sfasciavetrine come li definisce, tra gli altri, ragionpolitica.it) non si rende conto che vi e' il rischio di trovarseli direttamente nel proprio governo. Infatti tra estrma destra ed estrema sinistra cambia ben poco.
E' inutile che ci venga a dire che noi siamo moderati mentre la sinistra viene appoggiata da frange estremiste, violente ed antisemite e poi cerca l'alleanza con un partito che da queste frange non si differenzia molto e che con una Casa che si definisce delle Liberta' non ha prorio nulla a che fare.
Come ha fatto poi notare anche Jinzo vi e' il rischio che per raccattare un'po' di voti dall' elettorato di estrema destra (che probabilmente non voterebbe AN nenache con la molletta nel naso) ne perda altrettanti, se non addirittura di piu', dall'elettorato moderato.

Propongo a qualche blogger che di computer (al contrario del sottoscritto) ci capisce qualcosa , di fare un banner in cui si esprime la contrarieta' a qesta alleanza. Io lo strutturerei cosi': ispirandosi ad un manifesto elettorale di Forza Italia che recita: i "No Global al Governo? No Grazie! (http://www.forzaitalia.it/manifesti2006/immagine_ico_2.jpg), si potrebbe modificare la scritta e scrivere: i fascisti nella CdL? No Grazie!

martedì, febbraio 14, 2006

Un'imposta ingiusta

L'imposta sulle successioni, il pupillo di quella pazzesca accozzaglia di partiti che è l'Unione, e che trova in linea di massima concordi tutti i prodiani. Una vera schifezza, diciamocelo, un'imposta che tassa per l'ennesima volta delle masse imponibili che sono già state ampiamente tartassate prima di passare di mano. Immaginiamo il caso di una persona che per tutta la vita, con i propri sforzi, mette da parte una somma, su cui paga le tasse. A un certo punto decide di passarla ai propri figli, senza quindi creare alcun valore aggiunto, senza dare luogo ad alcun presupposto «sano» d'imposizione. E' lì che Visco e Bertinotti vogliono colpire. Una vigliaccata, altro che imposta che colpisce i ricchi. Essenzialmente è un'imposta ingiusta, che non farebbe che incentivare complicate transazioni con rimbalzi dalla Svizzera e simili, per la felicità dei fiscalisti più cavillosi e ingegnosi.

Ma di imposte ingiuste i prodiani s'intendono. Come dimenticare:

  1. l' Irap, imposta rapina, di Visco
  2. il prelievo «europeo», che Prodi promise di restituire ma che mai più rivedemmo;
  3. il prelievo nottetempo di Amato.


sabato, febbraio 11, 2006

Caruso su Al Jazeera esalta i terroristi palestinesi

La sinistra ha un nuovo ambasciatore in Medio Oriente: il disobbediente Francesco Caruso, probabile futuro deputato di Rifondazione comunista in quota “indipendente”. La prima uscita mercoledì sera intorno alle 22,30 sulla tv del Qatar Al Jazeera. Un’ora di intervista su tutto il Caruso pensiero corredata con foto e filmati delle imprese sue e dei suoi accoliti in Palestina, Iraq e nei vari social forum dove di solito questi signori vanno a fare danni e anche nei supermercati dove fanno le spese proletarie. Un ambasciatore con uno staff diplomatico fatto di giovani dei centri sociali con orecchini al naso e altrove, tatuaggi, cappelletti e parlata strascicata con un “cioè” ogni sei parole. Ma, soprattutto, con idee molto chiare su come si dialoga con il mondo arabo e con l’Islam: giustificando gli attacchi terroristici dei palestinesi in Israele. “Che non si possono classificare come atti di terrorismo – come ha detto una delle sue amichette dure e pure che imitano le sessantottine di 40 anni orsono anche negli atteggiamenti – ma di legittima resistenza di un popolo oppresso”. Chi ieri sera avesse assistito anche solo per dieci minuti a quella trasmissione delirante che Al Jazeera ha mandato in onda in seconda serata in tutti i paesi arabi, si sarebbe fatto una ben originale e negativa idea del nostro Paese. Cioè, secondo la welt und schauung di Francesco Caruso, di un regime para fascista schiavo di Bush e di Blair, guerrafondaio, ingiustamente dalla parte di “Sharon boia” e soprattutto condizionato da un’ideologia neocon che magari la destra italiana, più che altro corporativa, avesse mai avuto.

Caruso, che oramai ha chiaramente oscurato Luca Casarini (con il quale non deve neanche correre più tanto buon sangue) ha straparlato per quasi un’ora dicendo di tutto e di più. Praticamente impegnando l’Unione in un programma di politica estera che al confronto quello di Zapatero è quasi da considerarsi conservatore. Caruso ha infatti detto che da dentro il futuro Parlamento che la sinistra ritiene di avere in pugno dopo il 9 aprile continueranno le sue battaglie antagoniste: fuori la Nato dall’Italia e dall’Europa, via dalla guerra, no agli americani, solidarietà senza sé e senza ma alla lotta armata palestinese. In quelle stesse ore Caruso parlava più o meno delle stesse cose anche con il cronista de “Il Giornale” Luca Telese. In ciò dimostrando di avere messo in atto la fase uno della propria personalissima campagna elettorale.

Dimitri Buffa - L' Opinione

venerdì, febbraio 10, 2006

Il Manifesto invita a "comprendere" l´eccidio delle foibe

Foibe: ormai quell'eccidio non può più essere negato. Quando anche il Presidente della Repubblica invita a ricordare, allora solo un vero sovversivo può decidere di continuare a tacere. E allora qual è la tattica adottata dagli irriducibili negazionisti? La loro strategia è quella della «contestualizzazione». Il ragionamento è: «non bisogna limitarsi a studiare il massacro ed esserne scandalizzati, piuttosto bisogna capire il contesto in cui è avvenuto». L'Università di Roma 3 ha negato ai giovani di Alleanza Nazionale di esporre le foto del ritrovamento dei corpi delle vittime, con gli stessi argomenti usati contro le vignette su Maometto: offendono il buon gusto, possono provocare troppe tensioni politiche e la loro semplice esposizione non permette di capire il loro «contesto».
Ma il campione della «contestualizzazione» delle Foibe, alla vigilia della giornata in cui verrà ricordato lo sterminio, è il quotidiano comunista Il Manifesto. In prima pagina, Gabriele Polo, nell'articolo Ricordo senza memoria, invita a riflettere: «La memoria non è semplice ricordo: non può essere elencazione di fatti, richiede elaborazione. E, soprattutto, non accetta le semplificazioni, di cui si nutre la propaganda». Poi ricorda che i fascisti tentarono di italianizzare Istria e Dalmazia con metodi terroristici e contribuirono in modo determinante all'occupazione nazista della Jugoslavia. Quindi l'elaborazione della memoria non è altro che questa: le foibe sono una vendetta. Non si legge «legittima», né «giustificata», ma fra le righe si intuisce: «almeno comprensibile».
Accettiamo la sfida, allora, e cerchiamo di «elaborare»: i 15.000 e più italiani trucidati dall'Esercito Popolare di Tito furono fucilati, torturati, gettati anche vivi nelle profonde caverne del Carso solo perché erano Italiani, indipendentemente dalla loro età, dal loro sesso, dalle loro idee politiche, dalla loro fede o dal loro ruolo in guerra. Non si tratta di vendetta, né di giustizia, ma di pulizia etnica, di gran lunga superiore, per ferocia ed entità, ai «crimini» commessi dagli italiani fino al 1945. Accettiamo doppiamente la sfida e cerchiamo di «contestualizzare» realmente questo massacro: non fu un caso isolato e non riguardò solo la popolazione italiana di Istria e Dalmazia, ma si deve inserire in uno sterminio sistematico di tutti i «nemici» del regime comunista di Tito, un vero democidio (genocidio, politicidio e omicidio di massa) che provocò oltre 1.000.000 (un milione!) di morti. Il nuovo regime, ancora prima di insediarsi definitivamente al potere a Belgrado, incominciò a sterminare tutti i membri delle formazioni non comuniste, comprese quelle (come i Cetnici serbi) che avevano combattuto valorosamente contro l'occupazione nazista fin dal 1941; tutti gli appartenenti ai ceti sociali ritenuti «nemici» dall'ideologia marxista (borghesi, contadini ricchi, proprietari terrieri, preti e religiosi di tutte le confessioni); nonché le etnie «colpevoli» (collettivamente giudicate colpevoli) di aver sostenuto l'occupazione.
I metodi con cui vennero eliminati in massa i «nemici» furono sempre gli stessi: vi furono eccidi analoghi a quelli delle Foibe anche nel Montenegro, dove le vittime furono gettate in massa in caverne e dirupi. I criteri con cui il Partito Comunista sceglieva chi uccidere erano arbitrari. In alcuni periodi i cittadini jugoslavi avevano paura più dei partigiani che non degli occupanti nazisti: paura di essere uccisi senza processo per essere andati a messa, per essere giudicati troppo ricchi, per essere considerati troppo grassi o troppo ben vestiti. Come Stalin deportò intere etnie (Ceceni, Baltici, Tedeschi del Don...), man mano che i loro territori venivano riconquistati, così anche Tito eliminò dalla Jugoslavia l'intera minoranza tedesca, punì ferocemente gli Sloveni e «ripulì» le regioni settentrionali dagli italiani. Un osservatore inglese definì il regime di Tito un «mattatoio», senza mezzi termini. Questo è il contesto in cui avvennero le Foibe.

Stefano Magni
magni@ragionpolitica.it

Mussulmani educati fin dall´infanzia all´odio verso USA ed Ebrei

In questo periodo sto facendo l´erasmus (programma di scambio tra studenti universitari europei) in Germania. L´altra sera mi capito´di vedere su 2DF (canale televisivo tedesco) sulla rubrica Frontal 21 un servizio al quanto impressionante.
Questo servizio si interessava di un "osservatorio" che ha il compito di monitorare le televisioni arabe. Gli esperti dell´osservatorio si erano concentrati in particolare nei programmi che avevano come principale target i bambini. Il mio tedesco non e´uno dei migliori quindi non posso dire di aver capito tutto, ma il senso del discorso era che gli arabi vengono educati sin dall´infanzia all´odio verso Israele (e gli abrei in genere) e gli USA.
Come dimostrazione di cio´venivano mostrate alcune scene di questi programmi poi commmentate dai responsabili dell´osservatorio.
Come primo esempio veniva mostrato un programma per bambini, che potrebbe essere paragonato al nostro albero azzurro, nel quale la presentatrice domanmda ad una bambina che avra´avuto si e no 5 anni cos´e´che non le piace ´di piu´in assoluto. La risposta della bambina e´"gli ebrei", la presentatrice allora domanda il perche´, e la bambina risponde "perche´sono maiali" e poi qualcos´altro che non sono riuscito a capire. La presentatrice allora parlando verso il pubblico dice una cosa che suonava come "ragazze fedeli crescono bene" o qualcosa di simile.
Un secondo filmato mostrava invece un cartone animato in cui i soldati israeliani vengono rappresentati come sadici assasini che non aspettano altro che uccidere un innicente mussulmano. In questo cartone vi é´anche la scena di un giovane kamikaze mussulmano che invocando Allah si scaglia contro un convoglio militare israeliano con addosso in bella vista una cintura esplosiva.
Un altro filmato rappresentava una scenetta fatta con omini di pongo in cui veniva raffigurato un episodio contenuto nel corano ove, a dire dei commentatori dell´osservatorio, viene data una interpretazione fondamentalista e estremista.
Un altro filmato mostrava una scena tratta da un film in cui due Israeliti portano con forza un ragazzino mussulmano in una stanza, gli tagliano la gola e raccolgono il sangue che ne fuori esce per compiere non so quale rito religioso.
Dulcis in fundo vengono mostrate alcune vignete contro Stati Uniti e Israele: evviva la satira a senso unico!

Con questo finisco e lascio a voi i commenti.
Quello che posso dire e´che se i mussulmani vengono educati fino da giovanissimi all´odio verso gli ebrei e l´occidente, be´mi aspetto che questa guerra (religiosa o di civilta´, chiamatela come vi pare) sara´piu´lunga e difficile di quanto ci potessimo immaginare.

Basovizza = Auschwitz

Solo una volta mi capito´di vedere un pezzo di filmato in bianco e nero (di cui non ricordo un gran che) in cui alcuni soldati italiani tiravano su dalle foibe i resti dei cadaveri orami quasi putrefatti di quei poveri italiani che erano stati gettati nelle fosse carsiche.
Mi capito di vederne solo un pezzo e solo una volta.
Ne rimasi sconvolto come si rimane spesso sconvolti dai numerosi filmati di ebrei nei campi di concentramento nazisti. Di questi ultimi se ne vedono parecchi (anche se evidentemente non abbastanza visto l´antisemitismo tutt´ora presente anche in Italia), ma dei primi se ne vedono pochi e comunque quei pochi che si vedono vengono mandati in onda solo da pochi anni e soltanto in occasioni come questa, dove, grazie ad un governo di centro-destra (si sono dovuti aspettare 50 anni!!!) e´stato istituito il giorno del ricordo.
Di questi 50 anni di silenzio una enorme responsabilita´ce l´ha avuta una categoria, quella degli Storici. Intellettuali (cosi´fanno credere di essere) che hanno tranquillamente mistificato la realta´storica come se nulla fosse. Lo hanno fatto non solo eliminando intere pagine di storia da libri di testo di medie, licei e universita´, ma addirittura talvolta invertendo direttamente i ruoli: mi e´capitato di leggere (Bruno Vespa - Storia d´Italia da Mussolini a Berlusconi) che vi e´stato chi ha addirittura scritto che erano i fascisti a buttare nelle foibe gli antifascisti invece che i comunisti a buttare gli italiani (ma non solo) per il solo fatto di non aderire all´ideologia comunista.
Il modo in cui veniva commessa questa carneficina lo descrive bene Librerali per Israele nel suo post odierno intitolato "Foibe una tragedia da non dimenticare": Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.
Vengono i brividi solo a rileggerlo! I Titini poverini non si degnavano neanche di sprecare una pallottola per ciascuna persona, ragalandogli quindi una morte istantanea e indolore. No, quei cani, morti di fame senza cuore, per risparmiare uccidevano solo il primo che poi cadendo nella foiba si portava con se anche gli altri (ancora vivi) che a lui erano legati con un filo di ferro. Raccapricciante e´dir poco!
Come dicevo prima gli storici hanno taciuto per numerosi anni (certo ci sono state rarissime eccezioni) e ora magari iniziano a scrivere qualcosetta, giustificano la categoria dicendo che le circostanze particolari del tempo hanno impedito che venisse fatta luce su questi fatti storici.... tutte stronzate!!! prendetevi le vostre responsabilita´, perche´la colpa di questi 50 anni di silenzio e´soprattutto vostra!
Quello che vorrei e´che ai morti nelle foibe e nei gulag sovietici venisse data la stessa dignita´e attenzione che viene riservata agli ebrei morti nei campi di concentramento nazisti. Mi domando e´forse chiedere troppo!

giovedì, febbraio 09, 2006

Foibe: l´Italia non puo´dimenticare

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CARLO AZEGLIO CIAMPI IN OCCASIONE DEL "GIORNO DEL RICORDO".
Palazzo del Quirinale, 8 febbraio 2006
Signor Presidente della Corte Costituzionale,Signor Vice Presidente del Senato della Repubblica,Signor Vice Presidente del Consiglio dei Ministri,Signori Ministri,Onorevoli Parlamentari,Autorità,Signore e Signori,
sono oggi qui con voi, per onorare le finalità della Legge che, con decisione pressoché unanime del Parlamento, ha istituito il "Giorno del Ricordo". Le cito:"conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale".E' giusto che agli anni del silenzio faccia seguito la solenne affermazione del ricordo.La celebrazione di quest'anno si arricchisce di un momento di grande significato: la prima consegna a congiunti delle vittime di una medaglia dedicata a quanti perirono in modo atroce, nelle foibe, al termine della seconda guerra mondiale.Il riconoscimento del supplizio patito è un atto di giustizia nei confronti di ognuna di quelle vittime, restituisce le loro esistenze alla realtà presente perché le custodisca nella pienezza del loro valore, come individui e come cittadini italiani.
L'evocazione delle loro sofferenze, e del dolore di quanti si videro costretti ad allontanarsi per sempre dalle loro case in Istria, nel Quarnaro e nella Dalmazia, ci unisce oggi nel rispetto e nella meditazione.
Questo nostro incontro non ha valore puramente simbolico; testimonia la presa di coscienza dell' intera comunità nazionale.
L'Italia non può e non vuole dimenticare: non perché ci anima il risentimento, ma perché vogliamo che le tragedie del passato non si ripetano in futuro.
La responsabilità che avvertiamo nei confronti delle giovani generazioni ci impone di tramandare loro la consapevolezza di avvenimenti che costituiscono parte integrante della storia della nostra patria.
La memoria ci aiuta a guardare al passato con interezza di sentimenti, a riconoscerci nella nostra identità, a radicarci nei suoi valori fondanti per costruire un futuro nuovo e migliore.L'odio e la pulizia etnica sono stati l'abominevole corollario dell'Europa tragica del Novecento, squassata da una lotta senza quartiere fra nazionalismi esasperati.La Seconda guerra mondiale, scatenata da regimi dittatoriali portatori di perverse ideologie razziste, ha distrutto la vita di milioni di persone nel nostro continente, ha dilaniato intere nazioni, ha rischiato di inghiottire la stessa civiltà europea.
Questa civiltà - alla quale noi italiani abbiamo dato, nel corso dei secoli, uno straordinario contributo intellettuale e spirituale - è fatta di umanità, rispetto per "l'altro", fede nella ragione e nel diritto, solidarietà. Le prevaricazioni dei totalitarismi non sono riuscite a distruggere questi principi: essi sono risorti, più forti che mai, sulle devastazioni della guerra; hanno cementato la volontà degli europei di perseguire, uniti, obiettivi di pace e di progresso.
L'Italia, riconciliata nel nome della democrazia, ricostruita dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale anche con il contributo di intelligenza e di lavoro degli esuli istriani, fiumani e dalmati, ha compiuto una scelta fondamentale. Ha identificato il proprio destino con quello di un'Europa che si è lasciata alle spalle odi e rancori, che ha deciso di costruire il proprio futuro sulla collaborazione fra i suoi popoli basata sulla fiducia, sulla libertà, sulla comprensione.
In questa Europa di fratellanza e di pace, le minoranze non sono più vittime di divisioni e di esclusione, ma sono fonte e simbolo di rispetto e di arricchimento reciproco, di dialogo e di costruttiva collaborazione. Animata da questo spirito, l'Italia ha rafforzato il proprio impegno per favorire il processo di rinascita e di riaffermazione dei diritti delle minoranze italiane in Slovenia e Croazia, in base ai principi cui debbono attenersi tutti i Paesi membri dell'Unione Europea.
Il nostro europeismo non nega, anzi rafforza l'amore per la patria, radicato negli ideali del Risorgimento. Essi ci hanno trasmesso, insieme alla ritrovata coscienza dell'unità nazionale, il sentimento profondo di fraternità fra tutte le nazioni, libere e indipendenti.
A oltre cinquant'anni di distanza dall'inizio del progetto politico europeo, la consapevolezza delle ragioni che lo determinarono, la memoria dei rischi fatali corsi dai popoli europei sono necessarie per mantenere vigile la difesa delle fondamenta del vivere civile, del rispetto per la dignità della persona umana.
Nel ricordare il cammino percorso da allora, possiamo rivendicare con orgoglio, dopo gli immani travagli del secolo scorso, gli straordinari avanzamenti compiuti.
Il ricordo di quei travagli e dell'indicibile fardello di dolore che essi hanno addossato ai popoli europei rafforza la coscienza dei valori di civiltà in cui si sostanzia l'identità europea. Il presente e il futuro dell'Europa si fondano sul sentimento di comune appartenenza di tutti gli europei e sul consolidamento di un unico spazio in cui i principi e le libertà dell'Unione Europea siano da tutti pienamente condivisi. La volontà di popoli un tempo fieramente avversi di vivere insieme, nell'Unione Europea, assicura un futuro di comune progresso, nella democrazia e nella libertà.

La ricerca scientifica in Italia: una valutazione positiva

Il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca (Civr) ha concluso il primo ciclo di valutazione relativo al triennio 2001-2003. Le relazioni finali dei venti panel sono disponibili sul sito del Civr (www.civr.it) insieme ai risultati, espressi con un punteggio complessivo compreso tra 0 e 1 attribuito a ciascuna università o ente di ricerca in ciascuna disciplina. Per www.lavoce.info, i problemi dell’università e della qualità delle attività che vi si svolgono rivestono un’importanza particolare. Speriamo quindi che si apra un dibattito ampio sul metodo di valutazione, i suoi esiti, la sua utilità per la ripartizione delle risorse future e la riforma dell’università. Ecco alcune prime riflessioni.
La composizione dei panel
I componenti del panel sono esperti riconosciuti sul piano nazionale e internazionale nelle rispettive discipline; un quarto proviene dall’estero, un elemento di eccezionale novità nel quadro asfittico e autoreferenziale di buona parte dell’università italiana. Ciascun panel ha previsto esplicitamente come affrontare i casi di conflitti di interesse (coautori, colleghi della stessa università, parenti, eccetera). Anche qui, si tratta di una positiva novità.
I raggruppamenti disciplinari
Ciascun panel ha valutato circa mille lavori di aree di ricerca molto ampie, che comprendono mediamente quattromila ricercatori ciascuna (diecimila per le scienze mediche, seimila per quelle biologiche). Ad esempio, per le scienze mediche è stato attivato un solo panel che ha valutato lavori di oncologia, neurologia, endocrinologia, cardiologia, immunologia, eccetera. Il panel di scienze economiche e statistiche ha valutato, tra gli altri, lavori di statistica, economia politica, matematica finanziaria, economia aziendale. Il panel di scienze biologiche ha esaminato lavori di biologia molecolare, biochimica, fisiologia, e così via. Nell’università italiana molte decisioni sono prese dai cosiddetti "settori scientifico-disciplinari". Se ne contano cinquanta in medicina, un centinaio nelle scienze letterarie, diciannove nelle scienze biologiche, altri diciannove nelle scienze economiche e statistiche: in totale, circa quattrocento. Si tratta di piccoli o grandi raggruppamenti di docenti che si comportano spesso come corporazioni medievali, erigendo barriere all’ingresso e impedendo che le altre discipline possano "mettere il naso" nei loro affari. Fino ad oggi, le decisioni sull’ingresso in ruolo dei docenti, le conferme e le promozioni (i concorsi) sono prese da commissioni elette all’interno dei settori disciplinari. I panel del Civr hanno eliminato, o quanto meno attenuato, alcune di queste barriere, valutando con una stessa metrica settori della stessa area di ricerca, uniformando gli standard di qualità e promuovendo, in prospettiva, la competizione orizzontale tra settori disciplinari. Qualsiasi riforma dell’università non potrà prescindere da una profonda revisione dei settori scientifici esistenti.
I lavori presi a riferimento
La valutazione ha preso in esame le pubblicazioni nel triennio di riferimento, non le pubblicazioni dei docenti che al momento della valutazione lavoravano presso la sede. Questo criterio tende a scoraggiare comportamenti strategici e opportunistici; ad esempio assumere un docente per un anno, al solo scopo di inserire i suoi lavori e migliorare il ranking. Tuttavia, si introduce un elemento di inerzia troppo accentuato. Supponiamo che nel 2006 l’università X decida di migliorare la propria ricerca in un certo settore assumendo un nuovo docente. Il docente prenderà servizio alla fine del 2006; le sue pubblicazioni del periodo 2004-06 non saranno però attribuite alla nuova sede e non saranno quindi oggetto del secondo ciclo di valutazione. Bisognerà attendere il terzo ciclo (2007-09), che sarà reso pubblico due anni dopo, nel 2011, per capire se e come il nuovo docente avrà modificato il ranking. Meglio sarebbe prevedere un aggiornamento annuale o biennale della valutazione, acquisendo i prodotti già valutati, e aggiungendo quelli che ogni anno si rendono disponibili.
Il metodo di valutazione
I prodotti selezionati dalle università (uno per ogni quattro ricercatori) e dagli enti di ricerca (uno per ogni due ricercatori) sono stati preliminarmente valutati da due esperti esterni al panel. Sulla base dei primi due giudizi, un componente del panel ha poi espresso una proposta di giudizio finale, vagliata all'interno del panel da uno specifico sottogruppo, che ha riesaminato il giudizio finale, esprimendo il proprio consenso o dissenso motivato. Nei casi in cui il consenso non è stato raggiunto dal sottogruppo, il giudizio finale è stato espresso collegialmente dal panel. Questa procedura garantisce il massimo di imparzialità, e tuttavia può comportare l’allungamento dei tempi anche quando non è necessario, ad esempio per lavori pubblicati su riviste internazionali di prestigio.
I tempi e i costi
I costi sono stati contenuti, meno di quattro milioni di euro secondo le cifre diffuse dal ministero dell’Istruzione, università e ricerca. Si tratta di una somma di circa quattro volte inferiore a quella del sistema di valutazione inglese, che si aggira sui 15 milioni di euro. I tempi invece non sono stati brevi: un anno per selezionare i lavori da parte delle università, un altro per la valutazione dei panel. In futuro, sarà necessario comprimerli, anche sulla base dell’esperienza acquisita. Soprattutto perché la valutazione è efficace ex-ante, quando sono note le conseguenze della valutazione sulla distribuzione delle risorse: solo così si può sperare che orienti le scelte del corpo accademico, migliori la qualità della ricerca e stimoli la concorrenza tra università.
La trasparenza delle decisioni
Le relazioni finali dei panel sono disponibili integralmente sul web, in italiano e in inglese. Contengono un resoconto del lavoro svolto, delle decisioni prese, delle procedure adottate. Dai verbali emerge che nella grande maggioranza dei casi le decisioni sono state prese all’unanimità; il dissenso è limitato a pochissimi casi, documentati con relazioni di minoranza. Le responsabilità individuali e le prese di posizione non sono coperte dall’anonimato. Si tratta di un principio di trasparenza di grande valore rispetto alle abitudini vigenti nell’accademia italiana.
La pubblicità
Anche l’elenco dei lavori valutati è disponibile sul web. Chi lavora nelle università italiane sa quanto poco tempo sia dedicato alla discussione di temi di ricerca, e quanto invece a cavilli, regolamenti, delibere, verbali, riunioni estenuanti. Il Civr offre per la prima volta l’occasione per sapere cosa si fa nell’università, chi lo fa, come lo fa. Ci si può rendere conto di quali temi di ricerca vengono affrontati e quali sono i gruppi di ricerca attivi nelle varie sedi.
I risultati
Il ministro Moratti ha dato una lettura molto positiva dei risultati. "La ricerca italiana supera l'esame della valutazione," - ha osservato nel comunicato ufficiale - "dall'analisi dei dati emerge uno spaccato confortante della ricerca nazionale". Come sempre, è difficile stabilire se un bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto. La tabella riporta, per ciascuna area disciplinare, il numero di lavori valutati, la percentuale dichiarata eccellente, il punteggio medio e il punteggio minimo e massimo ottenuto in ciascun settore. Complessivamente, il 30 per cento dei prodotti valutati è stato giudicato "eccellente", dove per "eccellente" si intende il 20 per cento più elevato secondo la scala di valore condivisa dalla comunità scientifica internazionale. Anche se è difficile confrontare i ranking di aree di ricerca con standard internazionali diversi, la percentuale di lavori dichiarati "eccellenti" è di oltre il 50 per cento nelle scienze fisiche e letterarie, ma raggiunge solo il 10 per cento nelle scienze agrarie, il 17 per cento nelle scienze economiche e statistiche, il 20-22 per cento nelle scienze giuridiche, nelle scienze politiche e sociali e in ingegneria civile e architettura. Anche all’interno delle aree vi è notevole dispersione. Guardando le sole strutture grandi e medie (almeno quaranta ricercatori), per molti settori l’oscillazione tra valori minimi e massimi è di circa 20 punti; sale a 30 per la chimica, la biologia, l’ingegneria civile, e a oltre 40 per le scienze economiche. Vi sono quindi significative differenze tra aree e all’interno delle aree. Bisogna poi ricordare che il Civr ha preso in esame soltanto le pubblicazioni migliori, in media soltanto una ogni quattro ricercatori.
Una domanda ai due schieramenti politici
Il ministro Moratti ha ribadito spesso che in sede di assegnazione delle risorse pubbliche per la ricerca, si terrà conto dei risultati della valutazione del Civr e che il 30 per cento del Fondo di funzionamento ordinario del Miur sarà calcolato sulla base della qualità della ricerca delle varie strutture. Ma sappiamo che il ministro è orientato verso altri incarichi. Sarà applicato questo principio? E con quali modalità?
E una ai rettori
Non ci sono solo i fondi del Miur. I rettori potranno, se vorranno, adottare misure specifiche per premiare o incentivare aree di eccellenza nelle rispettive università. Già ora ciascuna sede può predisporre un piano di sviluppo della ricerca razionalizzando le risorse esistenti, senza chiedere stanziamenti aggiuntivi. Come saranno utilizzati i ranking nazionali delle singole aree nelle rispettive università? Quali procedure saranno messe concretamente in atto per non disperdere le aree di eccellenza che esistono? Tra le aree meno forti, come saranno identificate quelle che sono suscettibili di sviluppo?
Aree disciplinari
Numero di lavori
% Lavori eccellenti
Rating minimo
Rating massimo
Rating medio
1. Scienze matematiche e informatiche
788
0.36
0.73
0.94
0.83
2. Scienze fisiche
1769
0.52
0.73
0.95
0.83
3. Scienze chimiche
1089
0.31
0.63
0.93
0.81
4. Scienze della terra
651
0.34
0.76
0.96
0.84
5. Scienze biologiche
1575
0.33
0.63
0.93
0.82
6. Scienze mediche
2640
0.25
0.62
0.85
0.77
7. Scienze agrarie
750
0.10
0.60
0.79
0.71
8. Ingegneria civile e architettura
768
0.22
0.64
0.94
0.75
9. Ingegneria industriale
1197
0.21
0.71
0.83
0.77
10. Scienze letterarie
1346
0.51
0.78
0.94
0.88
11. Scienze storiche e filosofiche
1177
0.28
0.62
0.85
0.79
12. Scienze giuridiche
1061
0.20
0.59
0.85
0.74
13. Scienze economiche
971
0.17
0.43
0.89
0.67
14. Scienze politiche e sociali
373
0.20
0.63
0.91
0.71

Nota. Il rating è il rapporto tra prodotti "pesati" per la qualità e il numero totale di prodotti valutati. I prodotti pesati si ottengono come E+0.8×B+0.6×A+0.2×L, dove E = Eccellente; B = Buono; A = Accettabile; L = Limitato. Minimi e massimi si riferiscono a mega-strutture (più di 400 ricercatori), grandi strutture (tra 100 e 400) o medie (tra 40 e 100), escludendo quindi le piccole (meno di 40). I valori medi si riferiscono a tutti i prodotti valutati. Non vengono riportate le 5 "aree speciali".

Tullio Jappelli

martedì, febbraio 07, 2006

I Sinistri, gli Onesti e gli Intelligenti

Si racconta che quando Dio creò il mondo, affinché gli uomini prosperassero, decise di concedere loro due virtù. E così fece: Gli svizzeri li fece ordinati e rispettosi delle leggi. Gli inglesi perseveranti e studiosi. I giapponesi lavoratori e pazienti. I francesi colti e raffinati. Gli spagnoli allegri e accoglienti.


Quando arrivò agli italiani si rivolse all'angelo che prendeva nota e gli disse: "Gli italiani saranno intelligenti, onesti e di sinistra!"


Quando terminò con la creazione, l'angelo gli disse: Signore, hai dato a tutti i popoli due virtù ma agli italiani tre, questo farà sì che prevarranno su tutti gli altri". "Porca miseria! È vero! "Ma le virtù divine non si possono più togliere, che gli italiani abbiano tre virtù! Però ogni persona non potrà averne più di due insieme".


Fu così che: L'italiano che è di Sinistra ed onesto, non può essere intelligente. Colui che è intelligente e di Sinistra, non può essere onesto. E quello che è intelligente e onesto non può essere di Sinistra.


INVIA QUESTO MESSAGGIO A TUTTI I TUOI CONTATTI, PERCHÉ QUANDO SI ANDRÀ DI NUOVO A VOTARE NON SUCCEDA CHE QUALCUNO PERDA L'INTELLIGENZA O L'ONESTÀ .
ATTENTO! SE NON LO FAI ENTRO 5 MINUTI, TI SI INSTALLERÀ UNA FOTO DI FASSINO NUDO E PRODI A PECORA COME SFONDO DEL DESKTOP, PER SEMPRE!!!!

lunedì, febbraio 06, 2006

Calvino e gli intelletuali (non) di sinistra

"Noi comunisti italiani eravamo schzzofrenici. Si', credo proprio che questo sia il termine esatto. Con una parte di noi eravamo e volevamo essere i testimoni della verita', i vendicatori dei torti subiti dai deboli e dagli oppressi, i difensori della giustizia contro ogni sopraffazione. Con un'altra parte di noi giustificavamo i torti, le sopraffazioni, la tirannide del partito, Stalin, in nome della Causa. Schizzofrenici. Dissociati. Ricordo benissimo che quando mi capitava di andare in viaggio in qualche paese del socialismo, mi sentivo profondamente a disagio, estraneo, ostile. Ma quando il treno mi riportava in Italia, quando ripassavo il confine, mi domandavo: ma qui, in Italia, in questa Italia. che cos'altro potrei essere se non comunista?"
1956 - Italo Calvino

Mi domando, se ora come ora si stia facendo abbastanza per creare un'alternativa. Per fare in modo, insomma, che alla domanda posta da Calvino vi possa essere una risposta affermativa.
Per gli intellettuali non di sinistra Berlusconi ha fatto abbastanza?
Sono in molti a pensare di no (a riguardo avevo gia scritto un altro post)

Uno dei primi premi vinti da Calvino e' stato uno indetto dall'"Unita'". Colgo quindi l'occasione per lanciare questa idea: perche´ Il Domenicale, magari anche in collaborazione con la Fondazione Bibloteca di via Senato, non organizza un premio letterario?

venerdì, febbraio 03, 2006

Colpirne cento per educarne zero

Quasi per caso, accompagnando Vittorio Sgarbi a una trasmissione serale, ho potuto visitare il piccolo Studio 5 a palazzo dei Cigni di Milano 2, una delle sedi Mediaset, da dove ogni mattina lo psichiatra Raffaele Morelli si collega con Maurizio Costanzo: arredato a mo’ di tinello con due poltroncine in pelle bianca e una libreria minimal chic con inserti in finta radica. Mentre Sgarbi interloquiva con Claudio Martelli, sono stato incuriosito dai tomi sugli scaffali. Trattandosi dello studio di Morelli dal quale lo psichiatra, alternativa Mediaset a Paolo Crepet, ammannisce quotidianamente saggezza alle folle televisive, rincuora i telespettatori dei loro più turpi sogni e desideri, circoscrive turbe e deliri con bonomia levandosi gli occhialetti, trattandosi proprio di quel Morelli che insieme a Costanzo lenisce i mali dei videodipendenti mattutini, soprattutto anziani, badanti e colf intente a stirare, non ho potuto resistere. Scorrendo nella penombra i dorsi dei volumi ho provato un fremito, quasi avessi di fronte i libri mei peculiares di un grande conoscitore dell’animo umano, al pari di Petrarca. Stavo di fatto svelando l’intimità culturale del secondo più importante psicopompo televisivo. Ebbene: c’era un romanzo sentimentale come Emma di Jane Austen, una fondamentale storia di formazione come Oliver Twist di Charles Dickens, ovviamente La coscienza di Zeno di Italo Svevo, perfino il Paradiso perduto di John Milton. Davanti all’improbabile Tappeto volante, autore Nicky Lauda, ho capito che qualcosa non quadrava. Erano libri di polistirolo. Costole di finta pelle incollate a rettangoli di polistirolo.Marcuzzi, ex Iena riciclataLibri di polistirolo per uno psicologo del tubo catodico. A pensarci, non c’è contraddizione. Si sa, la televisione è un mondo autoreferenziale in cui la finzione regna sovrana. In questi giorni è partito per la sesta volta il Grande Fratello che è l’antesignano dei cosiddetti reality show. Di fatto, di reality non c’è nulla a partire dall’arredamento, quest’anno non più technopop tipo Ikea, ma finto povero. Una cosa grottesca, se ci si pensa: perché gli scenografi, come nel caso dello studio posticcio di Morelli coi tomi di polistirolo, hanno dovuto comunque pensare e progettare la finta realtà del tugurio, invecchiando gli ambienti, evidenziando crepe negli intonaci, esagerando col linoleum del pavimento, le sedie spaiate, i divani-letto tristemente svettanti nei monolocali ammobiliati degli studenti universitari. Il che, contrariamente alle intenzioni, aumenta il senso di finzione, quasi si trattasse di una di quelle piéce oratoriali recitate in dialetto che la tv svizzera ama mandare in onda, ambientate su palcoscenici con le porte e le consolle dipinte a mo’ di trompe-l’oeil sui fondali.Acuti critici sostengono che la tivù sia comunque dotata di propri anticorpi: alla finzione e alla autoreferenzialità generalizzata si opporrebbero le trasmissioni che attraverso l’ironia e la dissacrazione “impegnate” (pensiamo alla Gialappa’s, a Striscia e alle Iene) ridimensionano le pretese totalizzanti degli altri programmi “d’evasione”. Di fatto fungerebbero da metatesto intelligente di un testo stupido. Ma la necessaria presenza del testo per far esistere il metatesto, e l’intercambiabilità tra i due generi (per esempio la Marcuzzi che da Iena cool diventa conduttrice trash del Gf) rendono meno accettabile questa tesi. Di fatto la tivù è così e, perdonate la banalità, il medium è il messaggio, onde per cui solo con difficoltà e applicando il massimo dell’intelligenza si riesce a produrre qualcosa non di mediocre. Perché proprio la mediocrità è il fine cui tende la tivù dell’audience, dovendo raggiungere il maggior numero di persone, posto che sia accettabile la dittatura delle cinquemila famiglie del campione Auditel e verosimili le loro indicazioni.Disimpegno etico personaleProprio per il suo essere forma prima ancora che contenuto, la tivù non aiuta molto la comprensione del reale, ma è un formidabile generatore di simboli. In questo senso i quotidiani risultano più efficaci a mediare contenuti politici, e in questo senso il temuto conflitto di interessi ascrivibile a Silvio Berlusconi è meno grave di quanto la sinistra tende, sopravvalutandolo, a far credere. Epperò, come accennato, il video resta un potente mezzo per costruire simboli e fortificare ritualità che indirizzano la scelta politica in modo determinante. I cabaret alla Zelig, il cui sinistrismo è palese, influenzano gli spettatori (anche per maggior audience) più delle poche tribune politiche o dei brevi servizi dei telegiornali. E allo stesso modo, un canale “giovanilistico” come Italia 1 media una serie di valori in antitesi con le pretese educative del Centrodestra. Contrariamente a quanto sostengono i detrattori del berlusconismo (i tanti commentatori di Repubblica rimasti fermi al modello yuppie degli anni Ottanta), la gioventù allevata dalle reti Mediaset non è un bacino elettorale del Centrodestra, ma verosimilmente del Centrosinistra. Pensiamo ai “ggiovani” di Maria de Filippi tramite cui si instilla l’idea che per raggiungere il successo professionale sia sufficiente un training di pochi mesi, pensiamo ai calciatori di Campioni che arrivano alla fama nazionale nonostante il poco talento, pensiamo alle tante veline e starlette celebrate perfino da Studio Aperto (un tg che, strutturato come un rotocalco, ha sì aumentato il proprio share, ma a che prezzo), pensiamo ai tanti modelli del disimpegno panciafichista sui temi oggi in discussione (clonazione, aborto, pacs, droga) proposti da comici e veejay, involontariamente perfino da Lucignolo che, nato con intenti quasi moralistici nei confronti delle mode adolescenziali, s’è trasformato in apologia del proprio oggetto (la voce fuoricampo un po’ stigmatizza e un po’ ammicca ai comportamenti descritti). Disimpegno etico personale mascherato con un finto impegno civile e collettivo, ironica dissacrazione dei valori della tradizione nel nome del progresso, adesione a modelli materialistici o al massimo di blanda spiritualità, impossibilità di fondare valori e differenze in favore di un vago multiculturalismo, una sorta di adeguamento al conformismo edonista (come peraltro richiesto agli intellettuali progressisti anche da un brillante sociologo come Giuliano da Empoli) sono sintomi di un nichilismo ascrivibile alla sinistra. L’archetipo del giovane proposto dalla tivù in generale, e spesso anche dalle reti Mediaset, mimando il deleterio modello giovanilistico di Mtv, un giovane un po’ cool amante della globalizzazione o magari un po’ cool e contrario alla globalizzazione, ma è l’identica cosa, un giovane alla moda, trendy e con aspirazioni artistiche, un po’ pittore e un po’ grafico, con la t-shirt del Che, i pantaloni multitasche, ovviamente antiamericano, anticattolico, favorevole alla dissoluzione della famiglia, libertino per quanto concerne i rapporti sessuali, è tutto fuorché un futuro elettore del Centrodestra. Il Centrodestra, detto per inciso, stando alle dichiarazioni d’intenti, si batte per la meritocrazia, apprezza l’impegno e la serietà, perora un ritorno ai valori della tradizione, ama la vecchia famiglia naturale, guarda con sospetto la scienza quando sperimenta sull’uomo. Nel frattempo, quella completa finzione del video che è oggi la tivù sforna modelli giovanilistici irreali che però hanno capacità di incidere sul reale e diventare moda. Chi avrebbe dovuto fare cosaNon vogliamo addentrarci in analisi sociologiche o in diatribe fra stato e mercato. Nemmeno entriamo nel merito del “caso Italia”, unico al mondo, in cui una forte tivù pubblica ha inseguito la forte tivù commerciale sulla via “mediocre” dell’audience, strizzando un occhio ai numeri e chiudendo quello dei valori. E ci guardiamo dal domandarci come mai il Terzo Polo televisivo, al di là di quella riserva indiana che è oggi La 7, non sia mai nato e cresciuto, malgrado sia chiaro che si poteva fare, solo che lo si fosse voluto (la Gasparri, infatti, aveva aperto spazi bipartisan). Restiamo qui invece a chiederci – e certo non è la prima volta, su queste pagine – com’è possibile che alla televisione italiana privata e commerciale non sia stato affidato alcun reale compito di fiancheggiamento della politica: di fiancheggiamento culturale, intendiamo, cioè fondato sull’ideazione e sulla proposta di modelli positivi e alternativi rispetto a quelli di sinistra. La tivù pubblica avrebbe dovuto farlo, ma questo è un altro discorso. Quella privata avrebbe potuto e non l’ha fatto. Come poteva farlo non sappiamo, non è il nostro mestiere. Non abbiamo risposte bell’e fatte. Ma la domanda, quella sì, l’abbiamo. In essa sta il vero e principale e clamoroso conflitto d’interessi che oggi appanna la politica italiana.

Angelo Crespi
Il Domenicale

E´stato l´imam di Copenaghen ad architettare il "caso" delle vignette blasfeme

Un amico di Zawahiri ha creato il caso delle vignette sataniche.
France Soir sta col direttore cacciato via fax

Adler: “Siamo in guerra, e le provocazioni aiutano il nemico”

Parigi. C’è tensione nella redazione di France Soir. Ieri una riunione-fiume iniziata in mattinata – cui era presente anche Jacques Lefranc, il direttore licenziato il giorno prima – si è conclusa soltanto verso sera. Lefranc è stato rimosso con un fax dall’editore franco-egiziano Raymond Lakah per aver ripubblicato sul giornale le vignette su Maometto – pubblicate la prima volta sul quotidiano danese Jylland Posten – che hanno fatto detonare la violenza degli islamici in tutto il mondo. “La decisione di rimuovere monsieur Lefranc è stata presa in segno di forte rispetto della fede e della convinzioni di ciascuno. Chiediamo scusa a tutti i musulmani indignati o scioccati”, dice un comunicato dell’editore, che non si è mostrato per tutto il giorno. Le facce dei giornalisti tradiscono stanchezza. “Ma la redazione – dice al Foglio il caporedattore centrale Arnauld Levy – è ancora convinta della sua battaglia di libertà. Stiamo con il direttore. Quella di pubblicare le vignette è stata una decisione che abbiamo preso collettivamente, in riunione. E finora non abbiamo ricevuto nessuna minaccia, i lettori sono solidali”. “Ma quale battaglia di libertà – dice al Foglio Alexander Adler, noto editorialista del Figaro – France Soir è un giornale in coma profondo, avrebbe già dovuto chiudere da tempo, ha cercato di salvarsi la pelle con una mossa volgare e faziosa. Tutti quanti dimenticano che siamo in una guerra, quella dell’occidente contro il fondamentalismo islamico. Una guerra più astratta di una volta, che oggi si combatte su fronti meno visibili rispetto al passato”. Il giornalista francese mette senza pietà il dito nella crisi di France Soir. Un tempo faceva un milione e mezzo di copie al giorno, otto edizioni. Oggi agonizza. “In questi orizzonti di guerra – dice Adler – dovremmo invece concentrarci sull’essenziale: cioè isolare l’integralismo dai moderati e non dare argomenti supplementari ai nostri nemici per avanzare nella lotta. Che uno scrittore come Salman Rushdie si esprima come vuole è un punto sacrosanto. E’ un letterato che ha scritto una grande opera letteraria. E va difeso. Ma questo non è paragonabile con la vicenda delle vignette danesi e col desiderio di scatenare risse da parte della stampa. Che non è accettabile. In questo modo si danno argomenti a vantaggio dei nemici”. Soltanto nel finale Adler corregge un poco la rotta. “Questa non è difesa della libertà di espressione. Tuttavia dobbiamo fare in modo che il diritto alla libertà di opinione sia mantenuto nel nostro paese. E dobbiamo vigilare per questo. In questa guerra dovremmo essere tutti più consci della posta in gioco”. “Vero, siamo in difficoltà – ribattono in redazione – Ma non abbiamo pubblicato le caricature per farci pubblicità o per provocare in maniera gratuita il mondo arabo. Anzi, siamo una voce storica dei musulmani, e sempre a favore dell’integrazione”. Lo strano caso del giornale giordano L’invisibile editore Lakah non è il solo ad avere scelto istintivamente la linea della cautela. Con molto juicio risponde anche Romano Prodi. “Vignette di cattivo gusto – dice al Foglio – C’è uno stile nella stampa. In un periodo di così grande sensibilità su questi problemi, si doveva evitare questo episodio. Sono state estremamente irrispettose. Di cattivo gusto. Inappropriate”. Lo Jylland Posten è stato costretto a presentare le sue scuse, e il suo direttore, Carsten Juste, ha già ammesso di aver perso la battaglia. “Nessuno in Danimarca oserà più pubblicare un disegno di Maometto per almeno una generazione, quindi con grande vergogna devo dire che hanno vinto loro”. Il premier danese, Anders Fogh Rasmussen, a settembre si era rifiutato di ricevere la delegazione di protesta degli ambasciatori islamici: “E’ chiaro come il cristallo quali sono i principi su cui la nostra democrazia è fondata – aveva detto – L’esecutivo non ha alcun potere sulla stampa. Se hanno qualche lamentela, si rivolgano ai tribunali”. Aveva torto. La Danimarca non può scegliere da sola che cosa è meglio veder pubblicato sui propri giornali. Così Rasmussen ha fatto retromarcia e ha acconsentito all’incontro riparatore. Ma il corpaccione del gigante islamico è stato ormai definitivamente scatenato. Dalla Bosnia Erzegovina all’Indonesia infuriano proteste, minacce di morte, cacce all’uomo e boicottaggi. A Gaza uomini armati hanno occupato – sparando – gli uffici della rappresentanza danese, preventivamente già sgomberati. Da giorni gli osservatori scandinavi della missione europea sul valico di Rafah non si presentano al lavoro. Un cittadino tedesco, reo di avere un aspetto sospettosamente “nordico”, è stato rapito e poi rilasciato. Dipendenti dell’Arla food di Copenaghen in Arabia Saudita sono stati picchiati, al Jazeera mostra prodotti danesi dati alle fiamme in Pakistan e le imprese, senza più un mercato così importante, hanno già licenziato un centinaio di dipendenti. “Musulmani di tutto il mondo, siate ragionevoli”, ha osato titolare ieri mattina il settimanale giordano al Shihan, nella pagina che riporta tre vignette di Maometto, tra cui quella in cui il profeta indossa un turbante a forma di bomba. “Che cosa crea pregiudizi più pesanti nei confronti dell’islam – chiede in un editoriale il direttore Jihad Momani – queste vignette o le immagini di un sequestratore che taglia la gola a un ostaggio o quelle di un kamikaze che si fa saltare in un pranzo di nozze ad Amman?”. Momani dice di aver voluto pubblicare le vignette “per mostrare alla gente quello per cui sta protestando”. “Si scagliano contro disegni che non hanno neppure visto”, ha aggiunto. Jihad è stato sconfessato dal suo editore e le copie ritirate dalle edicole. Nelle stesse ore, mentre le Brigate al Aqsa inscevano la “caccia al danese” a Nablus, le richieste palestinesi perché i sussidi europei – circa seicento milioni di dollari l’anno – non siano tagliati sono state candidamente reiterate. Chi è Abu Laban, imam a Copenaghen E’ tutto partito da un uomo solo. L’imam palestinese Abu Laban, a Copenhagen da ormai dodici anni, è per i danesi la faccia più familiare dell’islam. Negli anni si è saputo costruire l’immagine di religioso moderato e fino a qualche giorno fa era invitato regolarmente nei salotti televisivi e nei meeting ufficiali con alti rappresentanti del governo. Nonostante il danese stentato, Abu Laban era il cocco dell’intelligenzia locale; era l’uomo-ponte tra le due culture. A settembre, quando uscirono le fatidiche vignette, Laban fu pronto a organizzare manifestazioni di protesta, ma il governo e i media danesi, presi dalle elezioni locali, lo ignorarono. L’imam della moschea danese – un qaidista in sonno, pronto ad accendere il fuoco un pericoloso jihad culturale – aveva ben chiara la sequenza delle mosse successive da intraprendere. Dopo aver contattato gli ambasciatori a Copenaghen di vari paesi islamici, a dicembre Abu Laban ha formato una delegazione che si è recata in medio oriente per pubblicizzare la vicenda. I musulmani danesi hanno incontrato i dirigenti della Lega araba e dell’università al Azhar al Cairo, l’antico cuore degli studi dell’islam, per poi proseguire per l’Arabia Saudita e il Qatar, dove sono stati ricevuti dallo sceicco Yusuf al Qaradawi, eminenza grigia dei Fratelli musulmani e star di uno show su al Jazeera in cui dispensa verdetti religiosi. A tutti mostrano i disegni. Furbescamente ne aggiungono altri tre – studiati ad arte per essere massimamente insultanti – con cui Jylland Posten non ha nulla a che fare. Un profeta con la faccia suina, un profeta avvinghiato a un cane e un profeta con la scritta “demone pedofilo”. Il passato di Abu Laban è nero. Documenti d’intelligence mostrati ieri sera alla tv danese rivelano che è stato per anni in contatto con gruppi terroristi, in particolare con l’egiziana Jamaat Islamiya. Agli inizi degli anni 90 il gruppo spostò parte della sua leadership in Europa, e a Copenaghen s’insediarono Ayman al Zawahiri, oggi vice di bin Laden, e Talat Fuad Kassem, uno dei suoi massimi esponenti. Dalla capitale scandinava i due pubblicavano al Murabitun, la rivista ufficiale dell’organizzazione. Abu Laban divenne traduttore e distributore del mensile, che glorificava l’uccisione di turisti in Egitto, come avvenne a Luxor nel 1997, e incitava allo sterminio degli ebrei in Palestina.

Il Foglio (03/02/2006)