venerdì, febbraio 03, 2006

Colpirne cento per educarne zero

Quasi per caso, accompagnando Vittorio Sgarbi a una trasmissione serale, ho potuto visitare il piccolo Studio 5 a palazzo dei Cigni di Milano 2, una delle sedi Mediaset, da dove ogni mattina lo psichiatra Raffaele Morelli si collega con Maurizio Costanzo: arredato a mo’ di tinello con due poltroncine in pelle bianca e una libreria minimal chic con inserti in finta radica. Mentre Sgarbi interloquiva con Claudio Martelli, sono stato incuriosito dai tomi sugli scaffali. Trattandosi dello studio di Morelli dal quale lo psichiatra, alternativa Mediaset a Paolo Crepet, ammannisce quotidianamente saggezza alle folle televisive, rincuora i telespettatori dei loro più turpi sogni e desideri, circoscrive turbe e deliri con bonomia levandosi gli occhialetti, trattandosi proprio di quel Morelli che insieme a Costanzo lenisce i mali dei videodipendenti mattutini, soprattutto anziani, badanti e colf intente a stirare, non ho potuto resistere. Scorrendo nella penombra i dorsi dei volumi ho provato un fremito, quasi avessi di fronte i libri mei peculiares di un grande conoscitore dell’animo umano, al pari di Petrarca. Stavo di fatto svelando l’intimità culturale del secondo più importante psicopompo televisivo. Ebbene: c’era un romanzo sentimentale come Emma di Jane Austen, una fondamentale storia di formazione come Oliver Twist di Charles Dickens, ovviamente La coscienza di Zeno di Italo Svevo, perfino il Paradiso perduto di John Milton. Davanti all’improbabile Tappeto volante, autore Nicky Lauda, ho capito che qualcosa non quadrava. Erano libri di polistirolo. Costole di finta pelle incollate a rettangoli di polistirolo.Marcuzzi, ex Iena riciclataLibri di polistirolo per uno psicologo del tubo catodico. A pensarci, non c’è contraddizione. Si sa, la televisione è un mondo autoreferenziale in cui la finzione regna sovrana. In questi giorni è partito per la sesta volta il Grande Fratello che è l’antesignano dei cosiddetti reality show. Di fatto, di reality non c’è nulla a partire dall’arredamento, quest’anno non più technopop tipo Ikea, ma finto povero. Una cosa grottesca, se ci si pensa: perché gli scenografi, come nel caso dello studio posticcio di Morelli coi tomi di polistirolo, hanno dovuto comunque pensare e progettare la finta realtà del tugurio, invecchiando gli ambienti, evidenziando crepe negli intonaci, esagerando col linoleum del pavimento, le sedie spaiate, i divani-letto tristemente svettanti nei monolocali ammobiliati degli studenti universitari. Il che, contrariamente alle intenzioni, aumenta il senso di finzione, quasi si trattasse di una di quelle piéce oratoriali recitate in dialetto che la tv svizzera ama mandare in onda, ambientate su palcoscenici con le porte e le consolle dipinte a mo’ di trompe-l’oeil sui fondali.Acuti critici sostengono che la tivù sia comunque dotata di propri anticorpi: alla finzione e alla autoreferenzialità generalizzata si opporrebbero le trasmissioni che attraverso l’ironia e la dissacrazione “impegnate” (pensiamo alla Gialappa’s, a Striscia e alle Iene) ridimensionano le pretese totalizzanti degli altri programmi “d’evasione”. Di fatto fungerebbero da metatesto intelligente di un testo stupido. Ma la necessaria presenza del testo per far esistere il metatesto, e l’intercambiabilità tra i due generi (per esempio la Marcuzzi che da Iena cool diventa conduttrice trash del Gf) rendono meno accettabile questa tesi. Di fatto la tivù è così e, perdonate la banalità, il medium è il messaggio, onde per cui solo con difficoltà e applicando il massimo dell’intelligenza si riesce a produrre qualcosa non di mediocre. Perché proprio la mediocrità è il fine cui tende la tivù dell’audience, dovendo raggiungere il maggior numero di persone, posto che sia accettabile la dittatura delle cinquemila famiglie del campione Auditel e verosimili le loro indicazioni.Disimpegno etico personaleProprio per il suo essere forma prima ancora che contenuto, la tivù non aiuta molto la comprensione del reale, ma è un formidabile generatore di simboli. In questo senso i quotidiani risultano più efficaci a mediare contenuti politici, e in questo senso il temuto conflitto di interessi ascrivibile a Silvio Berlusconi è meno grave di quanto la sinistra tende, sopravvalutandolo, a far credere. Epperò, come accennato, il video resta un potente mezzo per costruire simboli e fortificare ritualità che indirizzano la scelta politica in modo determinante. I cabaret alla Zelig, il cui sinistrismo è palese, influenzano gli spettatori (anche per maggior audience) più delle poche tribune politiche o dei brevi servizi dei telegiornali. E allo stesso modo, un canale “giovanilistico” come Italia 1 media una serie di valori in antitesi con le pretese educative del Centrodestra. Contrariamente a quanto sostengono i detrattori del berlusconismo (i tanti commentatori di Repubblica rimasti fermi al modello yuppie degli anni Ottanta), la gioventù allevata dalle reti Mediaset non è un bacino elettorale del Centrodestra, ma verosimilmente del Centrosinistra. Pensiamo ai “ggiovani” di Maria de Filippi tramite cui si instilla l’idea che per raggiungere il successo professionale sia sufficiente un training di pochi mesi, pensiamo ai calciatori di Campioni che arrivano alla fama nazionale nonostante il poco talento, pensiamo alle tante veline e starlette celebrate perfino da Studio Aperto (un tg che, strutturato come un rotocalco, ha sì aumentato il proprio share, ma a che prezzo), pensiamo ai tanti modelli del disimpegno panciafichista sui temi oggi in discussione (clonazione, aborto, pacs, droga) proposti da comici e veejay, involontariamente perfino da Lucignolo che, nato con intenti quasi moralistici nei confronti delle mode adolescenziali, s’è trasformato in apologia del proprio oggetto (la voce fuoricampo un po’ stigmatizza e un po’ ammicca ai comportamenti descritti). Disimpegno etico personale mascherato con un finto impegno civile e collettivo, ironica dissacrazione dei valori della tradizione nel nome del progresso, adesione a modelli materialistici o al massimo di blanda spiritualità, impossibilità di fondare valori e differenze in favore di un vago multiculturalismo, una sorta di adeguamento al conformismo edonista (come peraltro richiesto agli intellettuali progressisti anche da un brillante sociologo come Giuliano da Empoli) sono sintomi di un nichilismo ascrivibile alla sinistra. L’archetipo del giovane proposto dalla tivù in generale, e spesso anche dalle reti Mediaset, mimando il deleterio modello giovanilistico di Mtv, un giovane un po’ cool amante della globalizzazione o magari un po’ cool e contrario alla globalizzazione, ma è l’identica cosa, un giovane alla moda, trendy e con aspirazioni artistiche, un po’ pittore e un po’ grafico, con la t-shirt del Che, i pantaloni multitasche, ovviamente antiamericano, anticattolico, favorevole alla dissoluzione della famiglia, libertino per quanto concerne i rapporti sessuali, è tutto fuorché un futuro elettore del Centrodestra. Il Centrodestra, detto per inciso, stando alle dichiarazioni d’intenti, si batte per la meritocrazia, apprezza l’impegno e la serietà, perora un ritorno ai valori della tradizione, ama la vecchia famiglia naturale, guarda con sospetto la scienza quando sperimenta sull’uomo. Nel frattempo, quella completa finzione del video che è oggi la tivù sforna modelli giovanilistici irreali che però hanno capacità di incidere sul reale e diventare moda. Chi avrebbe dovuto fare cosaNon vogliamo addentrarci in analisi sociologiche o in diatribe fra stato e mercato. Nemmeno entriamo nel merito del “caso Italia”, unico al mondo, in cui una forte tivù pubblica ha inseguito la forte tivù commerciale sulla via “mediocre” dell’audience, strizzando un occhio ai numeri e chiudendo quello dei valori. E ci guardiamo dal domandarci come mai il Terzo Polo televisivo, al di là di quella riserva indiana che è oggi La 7, non sia mai nato e cresciuto, malgrado sia chiaro che si poteva fare, solo che lo si fosse voluto (la Gasparri, infatti, aveva aperto spazi bipartisan). Restiamo qui invece a chiederci – e certo non è la prima volta, su queste pagine – com’è possibile che alla televisione italiana privata e commerciale non sia stato affidato alcun reale compito di fiancheggiamento della politica: di fiancheggiamento culturale, intendiamo, cioè fondato sull’ideazione e sulla proposta di modelli positivi e alternativi rispetto a quelli di sinistra. La tivù pubblica avrebbe dovuto farlo, ma questo è un altro discorso. Quella privata avrebbe potuto e non l’ha fatto. Come poteva farlo non sappiamo, non è il nostro mestiere. Non abbiamo risposte bell’e fatte. Ma la domanda, quella sì, l’abbiamo. In essa sta il vero e principale e clamoroso conflitto d’interessi che oggi appanna la politica italiana.

Angelo Crespi
Il Domenicale

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