sabato, aprile 29, 2006

Liberal ha fallito, ci vuole Neolib

Per i 10 anni di Liberal, la rivista/fondazione molto vicina a Forza Italia diretta da Ferdinando Adornato, venne pubblicata una raccolta dei migliori articoli (700 pagine). Le prime pagine di questo tomo erano dedicate agli auguri, commenti e critiche provenienti da diverse personalità della politica e della cultura. Tra quest'ultimi c'era anche Piero Ostellino che sotto il titolo "Se il liberalismo latita è anche colpa vostra" dichiarava:

Liberal è stato il "contenitore", una sorta di incubatrice, dentro il quale sono germogliati e maturati i cracili riformismi italiani (al plurale) fino a diventare la robusta pianta riformista (al singolare) che sono ora. La stessa assenza della "e" finale di Liberal sottointendeva che la funzione del "contenitore" era proprio quella di accogliere i riformismi cattolico, socialista e liberale in contrapposizione al vecchio massimalismo delle sinistre e, in qualche modo, fonderli in una "Lega" che delle sinistre rappresentasse , finalmente, una solida alternativa anche politica oltre che culturale. Sotto questo profilo si può dire che Liberal abbia assolto efficacemente il suo compito, al punto di rappresentare l'anticipazione e l'avanguardia culturale di quella che poi è stata (è) , politicamente, la Casa delle Libertà. Al tempo stesso, però, Liberal, proprio a ragione del carattere "pluralista" dei riformisti di cui si era fatta portavoce, ha finito con il condizionare e limitare la crescita di un'autentica, specifica e significativa cultura liberale, relegando crocianamente, sottolineo crocianamente in contrapposizione a einaudianamente, il liberalismo alla funzione di pura "cornice" istituzionale all'interno della quale ciascun riformismo - come aveva sostenuto Croce rispetto a Einaudi - avrebbe poi dipinto il proprio quadro. Se oggi in italia tutti si dicono liberali, ma nessuno sa esattamente che cosa sia il liberalismo, se la Casa delle Libertà non è quel "partito liberale di massa" che sognavano Giuliano Urbani e gli altri liberali storici, ma una versione edulcorata della vecchia Democrazia Cristiana, ciò lo si deve anche a Liberal, il cui successo, paradossalmente ha segnato anche la sconfitta del liberalismo come dottrina articolata, cioè molto di più complesso ed identitario del semplice costituzionalismo.

Questo discorso entra in pieno nel dibattito su Neolib. Faccio presente che, per quanto ne so io, il partito liberale di massa non voleva essere la CdL (come dichiarato da Ostellino) che è una coalizione e non un partito, e come tale è composta da diversi partiti che, seppure in molti temi la pensino allo stesso modo o almeno in modo molto simile, non sono (ovviamente) uguali.
Se quindi riferiamo il discorso fatto da Ostellino alla sola Forza Italia possiamo considerare, almeno per quanto mi riguarda, da intaprendere la linea proposta da Marco Taradash.
La via del terzo polo è oggettivamente irrealistica e avrebbe come unico risultato quello di fare uscire dai giochi i liberali "veri" lasciando governare quelli "finti" (eccetto alcune lodevoli eccezzioni). E' quindi necessario "sporcarsi le mani" e schierarsi con una delle due coalizioni. Non si può di certo pretendere di andare in una coalizione dove ci si trova a fare politica con i soli liberali duri e puri, e proprio per questo è necessario trovare la coalizione che con i liberali hanno più cose in comune, diciamo che non bisogna andare in cerca del "meglio" quanto del "meno peggio". Non mi metterò a rispiegare le motivazioni per il quale è preferibile la CdL all'Unione, perchè è già stato fatto un migliaio di volte (sul sito dei Riformatori Liberali , e non solo, sono state scritte pagine intere su questo argomento).
Come tutti sanno la politica è fatta di compromessi, ed è su questi compromessi che dobbiamo giocarci la nostra partita. Il rimanere in una posizione Terzista avrebbe il vantaggio di farci rimanere per così dire Puri ma avrebbe lo svantaggio di non permetterci di influenzare i giochi.
Ma guardiamo ai fatti, guardiamo a cosa sono riusciti a fare partiti come l'UDC e la Lega Nord con una manciata di voti. Se ci fosse stato un autentico partito liberale (liberista e libertario), ancorchè con relativamente pochi voti, che avesse fatto da lievito riformatore nella CdL molte proposte stataliste dell'Alemanno di turno non sarebbero mai passate, molte dichiarazioni liberali e liberiste di SB si sarebbero trasformate in fatti invece di rimanere semplici parole.

Ma perchè un partito che come numero di voti superava di gran lunga tutti gli altri della CdL messi insieme, non è riuscito a fare molte delle riforme liberali promesse?
Certo hanno avuto il loro peso le numerose corporazioni, certo molti parlamentari di FI di liberale hanno solo il vestito ma poi sotto sotto sono ancora democristiani o socialisti (seppur riformisti), ma ciò non toglie che se uno ha il coraggio di dichiararle certe cose, vuol dire che può anche metterle in pratica.
Il problema principale di FI, e del suo leader, è stato il fatto di aver avuto un ruolo quasi di super partes all'interno della CdL: troppo impegnata ad accontentare questo o quel (piccolo) partito, il capriccio di questo o di quel politico, che si è "dimenticata" di portare avanti le proprie proposte. Senza contare poi il giochino dei ricatti (io voto per la tua legge se tu voti per la mia) dove FI si è trovata a sprecare molte delle proprie "carte" per difendersi da una certa magistratura, senza poterle quindi impegnare per fare approvare delle vere riforme liberali.
Se ci fosse stato un ipotetico partito Neolib Berlusconi sarebbe stato costretto ad accontentare anche lui.

Piero Ostellino dichiara inoltre che "Liberal, proprio a ragione del carattere "pluralista" dei riformisti di cui si era fatta portavoce, ha finito con il condizionare e limitare la crescita di un'autentica, specifica e significativa cultura liberale".
Queste parole ci fanno capire che Liberal non può essere la casa dei neoliberali, certo potrà aiutere a farli convivere con le altre correnti di pensiero all'interno della Coalizione, ma non potrà essere la rivista di riferimento di Neolib (o di quello che da Neolib dovrebbe nascere)

Cade quindi a pallino l'idea di Arturo Diaconale di fondare un nuovo mensile chiamato Le Libertà, io personalmente lo vedrei bene strutturato come Formiche la rivista bimestrale molto vicina all'UDC di appunti, idee, studi e riflessioni sulle politiche di centro. Ovvimante le politiche che si vorrebbero portare avanti con Le Libertà non sono "di centro" bensì liberali, liberiste e libertarie.

giovedì, aprile 27, 2006

L'Opinione, alcune proposte

Paolo in un post dedicato al futuro incontro dei giovani liberali tratta, tra i vari argomenti, anche quello de L'Opinione, dichiarando: "Due sono gli aspetti di particolare interesse per connotare un quotidiano storicamente prestigioso come L’opinione: la politica internazionale (geopolitica) e il mondo della scuola e dei giovani. Per raggiungere l’obiettivo occorre pensare a un giornale distribuito in tutto il Paese, con una grafica rinnovata, con un numero di pagine sufficientemente ampio (da 8 a 14 pagine). Per raggiungere la necessaria autorevolezza si deve pensare a un comitato di garanti scientifico-culturale. L’opinione non entrerebbe in competizione con altri quotidiani – anche di centrodestra -, e sarebbe predisposto ad essere il secondo quotidiano da acquistare...."

Condivido in toto quanto da lui scritto e mi permetto, anche se un'pò in ritardo, di aggiungere qualche suggerimento (per la serie consigli non richiesti):
I valori (temi?) che devono essere portati avanti da L'Opinione e quindi sviluppati nei suoi articoli e rubriche dovrebbero essere la Laicità, il Liberalismo, il Liberismo, il Libertarismo e l'Atlantismo.
In particolare poi non dovrebbe essere trascurato il sempre attuale tema della Giustizia (giusta) e i più attuali Bioetica e Energia&Ambiente. Scontata l'Economia.

Paolo parla di geopolitica, e a me viene ovviamente subito in mente il Medio Oriente come anche Cina Russia e USA, ma non ci serve andare tanto lontano per renderci conto della totale disinformazione esistente su ciò che ci circonda, sto parlando dell'Unione Europea. Molti in Tocque-ville l'UE non la amano ( e ci hanno ragione) o addirittura amano più gli USA che l'Europa di cui sono (siamo) parte. Il problema non è che noi non amiamo l'Europa, e' che noi non amiamo questa Europa. L'Opinione dovrebbe quindi rivolgere una particolare attenzione alla UE, parlarci di lei, di cosa avviene in quegli uffici a Bruxelles di cui noi praticamente non sappiamo niente, di parlarcene con spirito critico lanciando proposte per una Nuova Europa, meno burocratica, più vicina ai suoi cittadini, più liberale, meno passiva, più filo americana.

Paolo parla anche di giovani, L'Opinione dovrebbe essere un giornale giovane, con una redazione giovane che sappia parlare (anche) ai giovani e dei giovani.

Richard Florida, docente di economia all’Università di Pittsburgh, ha da poco pubblicato un libro intitolato “La nuova classe creativa”, edito in Italia da Mondadori. L’economista comprende in essa gli addetti del settore scientifico, dell’ingegneria, dell’informatica, dell’istruzione superiore, della finanza, del design, della pubblicità, delle arti e dello spettacolo. In questa classe vengono per lo più ricompresi i così detti Trentenni ed è anche a costoro che L'Opinione dovrebbe guardare con interesse, magari dedicando al loro mondo una serie di inserti.
Per questa sezione una interessante fonte di ispirazione potrebbe essere la rivista
Zero, il mensile di cultura, politica e società fondato e diretto dal giovane Giuliano Da Empoli, edito dalla Marsilio e dedicato appunto alla realtà dei trentenni.



UPDATE: sul tema Giovani e Politica ne avevo già parlato anche in un mio post precedente
UPDATE 2: riguardo all'incontro dei giovani liberali se ne parla ancora su LE GUERRE CIVILI

25 Aprile, Il Centro Sociale assalta la Messa

Verona

Il 25 aprile è da sempre la festa di San Marco, per secoli festa nazionale in tutti i territori della Serenissima Repubblica. Da quando in questa data s'è aggiunta la Festa della Liberazione dalla dittatura, si festeggia dovunque la ricorrenza «sacra» e quella «civile» senza nessun problema. Ma la coabitazione tra le manifestazioni per la Liberazione e una messa cantata in latino in onore di San Marco non è stata gradita dal Centro Sociale «La Chimica» di Verona.

Ieri alle 11, in piazza dei Signori, i fedeli si erano radunati davanti ad un altare allestito per l'occasione. La Messa solenne, in latino e col rito tradizionale, era tra l'altro a ricordo dei caduti delle Pasque Veronesi, la sollevazione popolare antinapoleonica che si chiuse il 25 aprile 1797, e fece di Verona una delle città dove con maggiore eroismo il popolo insorse contro i francesi e le idee atee della Rivoluzione, nel nome della Serenissima e della Fede.

Ma poco prima che il sacro rito avesse inizio, una quarantina di militanti del Centro sociale 'La Chimica' di Verona, dopo aver «occupato» la piazza appendendo striscioni («Partigiani per sempre»), e distribuito volantini che definivano la manifestazione «farsesca pagliacciata contro la lotta partigiana», ha insultato il sacerdote e i fedeli, definendoli «neofascisti». Alcuni militanti hanno messo le mani sull'altare, cominciando a smontarlo e tentando di impedire la celebrazione della Messa, tra le proteste dei fedeli.

La polizia, dopo aver invano, per una mezz'ora, tentato di convincere i militanti a non impedire la manifestazione, che era regolarmente autorizzata, ha sgomberato la piazza usando la forza. I manifestanti sono stati portati in Questura e ventidue di essi sono stati denunciati.

La Messa cantata ha quindi potuto avere inizio, sia pure con un po' di ritardo.

In questo periodo, nel Veronese, sono programmate varie iniziative per le Pasque veronesi e dal 1997 un gruppo di cattolici celebra anche una messa. Nei giorni scorsi c'erano state alcune polemiche di parte della sinistra sull'opportunità che venisse celebrata la Messa nel giorno della Liberazione.

lunedì, aprile 24, 2006

Bertinotti: Noi non siamo la Thatcher!

Dall'Annunziata Bertinotti ha dichiarato "noi non siamo la Thatcher!". Noi ovviamente questo non lo avevamo mai messo in dubbio. Piuttosto sarei curioso di sapere se gli amici rosapugnette ne avevano preso coscienza prima di diventare i loro Compagni di merende

venerdì, aprile 21, 2006

Giornalismo: Vaccari vs Scalfari

Martedì sera, 4 aprile, sono stato invitato da Carlo Rossella, il direttore del Tg5, per intervistare Silvio Berlusconi in uno speciale di Terra! che sarebbe dovuto andare in onda il giorno dopo. Ho accettato volentieri. Mercoledì mattina, Rossella mi ha telefonato per avvertirmi che c’erano dei problemi: dopo una fatwa contro la trasmissione di Giuseppe Giulietti, parlamentare Ds, ex giornalista Rai e figura storica del sindacalismo della categoria, gli altri partecipanti si erano tirati indietro. «Confermi la tua disponibilità?», mi ha chiesto. «Certo», ho risposto. Nel primo pomeriggio, prima ancora che intervenisse l’Authority, l’idea di intervistare Berlusconi è stata affossata.

Il Corriere della Sera mi ha chiamato per chiedermi perché fossi stato il solo a non rifiutare di andare alla trasmissione. Ho risposto di essere convinto che il mestiere del giornalista consiste (anche) nel fare domande, a chiunque, tutte le volte che è possibile, poiché questo (forse) aiuta il pubblico a capire e comunque a informare l’elettore (che così ha maggior potere). Mi è stata posta anche un’altra domanda: partecipando, non correvo il rischio di infrangere la par condicio? Ho ri- sposto che pensavo il problema non riguardasse me, bensì fosse una faccenda fra l’Authority e l’emittente: far rispettare la legge non rientra nei compiti primari di un giornalista. Ultima domanda: «Lei è schierato a sinistra?». Risposta: «Non ci penso nemmeno a schierarmi. Io sono un giornalista e non voglio aggiungermi alla folta schiera di chi si sente portavoce o rappresentante degli uni o degli altri». Fine dell’intervista. Per aver chiaro l’intero quadro, aggiungo che l’Authority non è dovuta intervenire, perché la polemica politica seguita all’annuncio della trasmissione ha indotto Canale 5 a non farne più niente. Se fosse intervenuta stabilendo che l’intervista costituiva una violazione della legge, non sarei andato in tv, ma non avrei gridato al regime incombente, né mi sarei imbavagliato. Mi sembrava, la mia, una posizione legittima all’interno di una concezione che tiene a separare la professione dalla militanza, tanto che non ho ritenuto fosse necessario riferirne sul Secolo XIX.
Sbagliavo. A quest’episodio Eugenio Scalfari ha dedicato la sua rubrica sull’ultimo Espresso. Sotto il titolo “Con la testa embedded”, esamina quello che definisce il “Vaccari-pensiero” perché «temo che sia una concezione alquanto diffusa nella nostra corporazione». Mi presta (sarcasticamente) “idee chiare sulla deontolo-gia giornalistica”. La prima: «Il nostro dovere è anzitutto quello di non avere o almeno di non mostrare idee proprie. Se proprio non si può fare a meno di pensare bisogna comunque nasconderlo con cura. Infatti per ottemperare questo proposito Vaccari non va nemmeno a votare. Resta a casa con fiera convinzione come si addice a un giornalista che aspiri alla perfezione deontologica».

La seconda: «Il suo secondo dovere è quello di domandare (...) ma mi riesce difficile raffigurarmi le domande di un giornalista asettico che ha volutamente svuotato la sua scatola cranica da ogni convinzione politica». Il collega di Roma si chiede poi come «una persona priva di metro» (quale io sarei) possa valutare i fatti reali e mi accusa di non dirlo. Si lancia allora nella descrizione di un giornalista tanto monco: «Somiglia a quello che gli americani chiamano "embedded" e di cui è stato fatto largo uso in Iraq. È un giornalista che guarda alla realtà solo attraverso lo spiraglio che i suoi ospitanti gli mettono a disposizione. Una realtà taroccata e misurata col metro di chi gentilmente ti ospita». Tuttavia, almeno per una volta, un metro me lo concede: quando sostengo le ragioni per cui non mi sono rifiutato di intervistare Berlusconi. Naturalmente, «il metro di Vaccari è in questo caso sbagliato» perché«il giornalista che partecipa ad una iniziativa vietata dalla legge diventa corresponsabile di un illecito o di un reato e se ne assume i rischi e la responsabilità».


La conclusione di quest'ennesima lectio magistralis scalfariana merita di essere citata per intero: «La professione del giornalista e la deontologia che la governa non sono così semplici come pensa il collega Vaccari: presuppongono convinzioni e criteri, sforzo di osservazione costante del contesto, senso di responsabilità, spirito critico. Pensare che basti svuotarsi la testa e così svuotata cimentarsi con i doveri professionali è un'ingenuità o un'eccessiva furbizia. Il lavaggio del cervello d'altronde crea il giornalista "embedded" di cui non c'è assolutamente bisogno».


Trovo sgradevole il tono e le argomentazioni neppur troppo velatamente insultanti che il collega di Roma usa nei miei confronti. Ma, scorrendo la sua biografia, debbo convenire che "convinzioni e criteri" non gli sono certo mancati. Egli è stato fascista nel '43. Monarchico nel '46 e azionista subito dopo il referendum. Liberale e poi radicale negli anni '50. Socialista (e deputato) nei '60. Berlingueriano nei '70. Demitiano negli '80. Negli ultimi 15 anni, infine, si è abbandonato a una deriva egotista (quella che lo ha portato a scrivere un libro ingombrante già nel titolo: Incontro con Io) accompagnata da un ossessivo anti-berlusconismo.

Lo "sforzo di osservazione costante del contesto" non gli ha mai fatto difetto. Sempre sull'Espresso, una quarantina d'anni fa sosteneva che l'Unione Sovietica aveva ormai inevitabilmente vinto il confronto con gli Stati Uniti, ciò che sarebbe divenuto a tutti chiaro nel giro di pochi anni, e che anche nella politica interna italiana bisognava prendere atto della superiorità del socialismo reale rispetto al capitalismo. Lo "spirito critico"", infine, lo ha saldamente sorretto durante tutte le sue evoluzioni fra i protagonisti della politica che di volta in volta ha avuto la bontà di benedire: come dimenticare, per fare un solo esempio, che individuò in Ciriaco De Mita l'uomo che avrebbe «trasformato l'Italia in una nuova Svizzera»?
Tuttavia, sarebbe ingeneroso liquidare Scalfari così sbrigativamente. È stato certamente il più grande direttore che il giornalismo italiano abbia avuto nel dopoguerra. È stato amico, confidente e sodale di tutti quelli che hanno contato nella Prima Repubblica (e anche nella Seconda: quando Romano Prodi resisteva alle lusinghe di De Mita che gli offriva la presidenza dell'Iri, si prese le briga di telefonargli direttamente per convincerlo). Ha scritto un libro, Razza padrona, faziosamente unilaterale ma certo fra i più importanti degli anni '70. Il suo genio manageriale ha trasformato l'Espresso da settimanale per una ridotta intellighenzia in una delle maggiori aziende editoriali del Paese. Ha messo in piedi dal nulla un giornale, la Repubblica, per trasformarlo subito in un eterodosso partito politico.
Nella sua stanza in piazza Indipendenza, a Roma, ha inventato un modo di fare questo mestiere che, per quanto male - e giustamente - se ne possa pensare, ha segnato un'epoca e almeno un paio di generazioni di cronisti. Ha influenzato come nessun altro la politica italiana degli anni fra i '70 e i '90, facendo e disfando governi e ministri. Si può ironizzare sui disastrosi esiti di uomini e partiti da lui sponsorizzati, ma è doveroso riconoscergli una grandezza un po' mefistofelica e con pochi paragoni nella storia recente del giornalismo.

Per tutte queste ragioni, si rassicuri se non altro su un punto: la sua concezione del giornalismo ha avuto molto più successo ed è molto più diffusa nella corporazione di quanto non lo sia la mia. Lui ha sempre agito come se i giornali dovessero fare la politica, io sostengo che devono limitarsi a raccontarla. Lui preferisce che un giornalista si schieri da una parte o dall'altra (meglio dalla sua, ovvio, ma riconoscerà che nella sua vita non è sempre stato agevole stabilire esattamente quale fosse), io che si sforzi nei limiti del possibile di guardare la realtà senza pregiudizi o partiti presi: non significa non avere opinioni forti, ma evitare quelle viziate da ogni apriorismo. È desolante essere costretti a ricordare a Scalfari che si possono avere idee senza tuttavia doverle sovrapporre al mestiere: questo sì un modo per vedere solo la realtà taroccata, attraverso lo spiraglio consentito dal paraocchi indossato per l'occasione (e, una volta di più, proprio dalla sua parabola professionale apprendiamo che ce ne sono molti appesi nella rastrelliera della scuderia).


È curioso, poi, l'uso che il collega di Roma fa dell'espressione inglese "embedded". Vuol dire "intruppato" ed è un aggettivo che solo un ribaltamento ottico può attribuire a chi, con molti limiti e altrettanti errori, senza nessuna pretesa di infallibilità, cerca di dare un senso all'idea del giornalismo "indipendente". In maniera molto più appropriata andrebbe accostato a chi è convinto che qualcuno abbia tutte le ragioni e qualcun altro tutti i torti, a chi tifa (nell'esercizio della professione) per l'uno o contro l'altro, a chi occulta le notizie sgradite ed enfatizza quelle favorevoli, a chi insomma si sceglie un referente politico e alla sua maggior gloria piega la realtà. Una siffatta visione del mestiere, dove si annulla la linea di demarcazione che dovrebbe non farlo sconfinare nella militanza, è nefasta perché totalizzante. E, come per tutte le idee totalizzanti, le manca sempre pochissimo per diventare totalitaria.

A differenza di Scalfari, non credo che esista (per restare al suo percorso) un giornalismo fascista, monarchico, azionista, liberale, radicale, socialista, comunista, democristiano (di sinistra), anti-berlusconiano e prodiano. Con David Randall e una antica scuola del giornalismo anglosassone, sono invece convinto che chiunque scriva qualcosa che serva queste cause (o qualunque altra) non sia un giornalista, ma un propagandista. Che ci sono soltanto il giornalismo buono e quello cattivo. E che chi, durante tutta la sua vita, ha dato ampie dimostrazioni di praticare il secondo non abbia titolo per impartire boriose lezioncine.



Lanfranco Vaccari
vaccari@ilsecoloxix.it

martedì, aprile 18, 2006

I radicali sono liberali?

Federico Punzi in una lunga lettera a Il Foglio dichiara tra l'altro:"...Non si può però diconoscere il risultato positivo del ritorno dei radicali in Parlamento ( ma Turci e Buglio sono radicali? ndr) con un numero di seggi cui da tempo non erano abituati..." e continua "...alla Rosa nel Pugno si possono fare mille contestazioni, ma occorre riconoscerle di aver saputo, in questi mesi aprire nel centro-sinistra (nella sinistra-centro intendi dire? ndr) contraddizioni laiche e liberali che nessuna forza liberale ha saputo aprire nel centro-destra...".

Sul fatto che abbiate aperto contraddizioni laiche nel csx te lo faccio anche passare anche se ci sarebbe molto da dire. Ma che voi abbiate aperto delle contraddizioni liberali nell'Unione bè direi che l'hai sparata proprio grossa, almeno che l'idea della scuola pubblica x 3 sia una contaddizione liberale. E qui ci si collega al primo punto: chi se ne frega che siano tornati i radicali in parlamento se poi portano avanti le istanze laiche e socialiste lasciando ben chiuse nel cassetto quelle liberali e libersite nonchè garantiste ed atlantiste! E' questo il punto centrale caro Jim ed è per questo che l'elettorato non vi ha dato fiducia nonostante (o forse proprio per quello) i grandi sponsors, perchè voi in parlamento non vi presentate da radicali cioè liberali, liberisti e libertari, bensì da rosapugnati cioè da laici e socialisti in una coalizione che rappresenta l'opposto di tutto quello su cui i radicali si sono sempre battuti.

lunedì, aprile 17, 2006

Neolib Under 40

Con l’avvicinarsi delle elezioni, qualcuno ha calcolato l’età dei due contendenti ed è venuta fuori una somma vicina ai 140 anni. E allora giù dibattiti e polemiche sulla gerontocrazia italiana, invidiosi paragoni con la Gran Bretagna e la Spagna, accorati appelli alle nuove leve (ultracinquantenni) affinché salgano alla ribalta...
A sottolineare questa peculiarità tutta italiana ci ha pensato anche il Time dedicandoci perfino una copertina. Ci troviamo di fronte ad una situazione in cui le vecchie generazioni non vogliono lasciare spazio alle nuove, anche se poi pensandoci meglio viene da domandarci, quando mai si è vista una classe dirigente farsi da parte spontaneamente? Da che mondo è mondo, le classi dirigenti vengono fatte fuori, in modo più o meno cruento, dalle generazioni che vengono dopo di loro e che premono per conquistare il potere.

Ma proviamo a guardare cosa succede per esempio nel Regno Unito.
“Non affidate ad un ragazzo il lavoro di un uomo”: era il 1997 e il partito conservatore britannico spiegava così, in uno spot elettorale, perché non fosse opportuno votare Tony Blair. Chissà cosa direbbe oggi l’ideatore di quello slogan. Da quattro mesi, infatti, quello stesso partito che attaccava l’imberbe leader laburista è guidato da un giovane di 39 anni, che peraltro ne dimostra ancora meno. Eletto con percentuali semiplebiscitarie dagli iscritti al partito Tory, David Cameron è dal 6 dicembre scorso il Capo dell'opposizione.
Durante la campagna per la leadership dei Tories, Cameron ha puntato molto sull’immagine di giovane brillante in grado di dare nuovo slancio al partito e al Paese.
Nella parabola politica di Cameron, molti hanno visto un remake dell’esperienza di Tony Blair, che per riportare al successo il Labour ha prima dovuto svecchiare idee e classe dirigente.
Nei fatti Cameron e i suoi "Cameroons", come vengono chiamati i giovani colleghi del suo Gabinetto, non sono così inesperti, dato che questo "ex allievo di Eton" è entrato nel Conservative Research Department, la sala macchine del partito per la creazione di nuove idee, nel 1988, dopo essersi laureato in PPE (Scienze Politiche , Economia e Filosofia) a Oxford. Consigliere particolare del Cancelliere dello Scacchiere Norman Lemont, prima e del Ministro degli Interni Michael Howard poi, dopo un periodo a capo delle pubbliche relazioni del gigante mediatico Carlton Comunications, Cameron entra a far parte dell'onnipotente comitato parlamentare per gli affari interni e nel 2003 diventa vicepresidente del partito conservatore.
Come dicevo anche i suoi collaboratori e colleghi non scherzano quanto a giovane età: tantissimi i trenta-quarantenni per lo più usciti dalla prestigiosa Oxford University con trascosi nei piani alti di grandi società.
Ora però anche i Laburisti puntano sui giovani, con la "Primerose Hill Set", la nuova congrega di giovani laburisti, lanciata verso l'occupazione di alte cariche, non appena il "vecchietto" Gordon Brown sarà persuaso ad andarsene in pensione

Una cosa del genere in Italia ce la scordiamo.
Giuliano da Empoli ha provato a ricercare il motivo per il quale in Italia vi sia un problema di ricambio generazionale che in altri paesi non è presente nella scomparsa dei partiti (ma anche di altri luoghi di aggregazione come le partecipazioni statali e le grandi aziende) che, sia pure con tutti i loro difetti, erano stati incubatori di classe dirigente, da noi ormai le élites si riproducono solo per partenogenesi: ogni padrino si sceglie uno o più figliocci che, se seguono le regole, saranno un giorno chiamati a succedergli. Il che non impedisce necessariamente un (lento) rinnovamento, ma lo subordina a un vincolo di appartenenza che crea legami verticali (padrino- figlioccio) più forti di quelli orizzontali (tra membri di una nuova classe dirigente). Singoli innovatori, di conseguenza, possono anche emergere di tanto in tanto, ma un vero e proprio ricambio generazionale risulta del tutto precluso.

Cosa c'entra tutto questo con Neolib? C'entra, perchè neolib non dovrebbe essere soltanto un progetto fusionista delle numerose anime liberali sparse per l'Italia, dovrebbe essere anche un progetto innovativo che dia una scossa al sistema politico italiano, anche se il problema non si limita alla sola politica quanto alla società nel suo insieme, ripiegata su se stessa, paralizzata dalle rendite, concentrata sul passato assai più che sull’avvenire.
Neolib dovrà quindi saper essere un raccoglitore dei cosidetti Under 40, giovani brillanti, capaci, dinamici ed intraprendenti con la voglia di cambiare il mondo. Neolib li dovrà coltivare, valorizzare ed iniettare nel sistema politico italiano, sperando che possa mettere in moto un circolo virtuoso come è successo nel Regno Unito.

Un ruolo non secondario in questo processo ce lo potranno avere anche altre istituzioni anche se è da vedere quanto hanno intezione di mettersi in gioco.
Penso all'Istituto Bruno Leoni che, anche se precisa di essere indipendente dai partiti politici, rimane pur sempre un punto di riferimento stabile, sia per le idee che è intento a portare avanti, sia per la sua politica di valorizzazione dei giovani. Interessante è la Scuola di Liberalismo organizzata dalla Fondazione Einaudi insieme all'IBL, chi sa se qualcuno dei suoi allievi sia interessato a passare dalla Teoria alla pratica intraprendendo la strada della Politica?
Anche Ideazione ha un ruolo fondamentale soprattuto per la sua ultima creatura: Tocque-ville. Una citta virtuale nata come aggregatore di bloggers liberali, riformisti e conservatori e ormai diventato movimento (virtuale) politico-culturale, centro di informazione e formazione composto per lo più da giovani. Non a caso neolib è nato lì.
L'Opinione nel progetto Neolib ha deciso di entrarci appieno. Piccolo quotidino liberale con un occhio di riguardo per gli ideali laici, L'Opinione può tranquillamente essere definito una fucina di giovani giornalisti, e questo grazie all'attenzione che il direttore Arturo Diaconale presta alle nuove generazioni.

Due sono quindi le parole d'ordine che Neolib dovrebbe seguire: Liberalismo (al quale ovvimente vanno incluse anche Liberismo e Libertarismo) e Giovani. Sono convinto che se il progetto Neolib andrà a buon fine si potranno aver due grandi risultati: il ricambio generazionale e la rivoluzione liberale o qualcosa che comunque si avvicini ad essi.
Mi rendo conto di essere forse troppo ottimista e di non aver tenuto conto di molte variabile, ma sinceramente se devo scegliere tra l'essere pessimista o ottimista opto per qust'ultimo.

giovedì, aprile 13, 2006

Prodi facci vedere cosa sai fare

"Se Prodi pensa di farcela da solo, ci provi, ne ha tutto il diritto. Si prenda questa responsabilità e ne risponda al paese: se andrà bene, ne avrà il riconoscimento, se lo imballerà ne porterà le colpe. Ma in questa fase così delicata, la chiarezza delle posizioni, dei comportamenti ed eventualmente delle trattative, è indispensabile: o Grosse Koalition o Grosse Distintion".

Sottoscrivo al 100% caro Walker

mercoledì, aprile 12, 2006

Il Corsera lo sa qual'è la politica estera dell'Unione?

I simpatici editorialisti del Corriere fanno notare come non siano affatto sorpresi che il voto dei cittadini italiani all'estero sia andato a favore dell'Unione. Essi sostengono che gli Italiani all'estero erano stufi delle figuarcce che faceva il premier Berlusconi all'estero (corna, barzellette...). Certo questo modo di fare non segue proprio l'etichetta e sinceramente certe volte mi sono vergognato anch'io, ma in fondo ero consapevole che qusto suo modo di fare un'pò populista e bambinesco serviva per creare con gli altri leader un rapporto più personale (e non si può dire che non ci sia riuscito). Sono molte le cose che si possono riproverare a Berlusconi di non aver fatto, ma su una non si può che inchinarsi: Berlusconi ha ridato all'Italia una politica estera.
Mi farebbe piacere che Severgnini, Riotta e gli altri saputelli del Corriera prendessero atto di ciò e iniziassero a riflettere su come l'Unione, con una così forte area massimalista, avrebbe intenzione di portare avanti la sua poliica estera.
Gli "autorevoli" giornalisti di via Solferino durante la campagna elettorale, forse perchè troppo impegnati a sottolineare le gaffes del Cav, non hanno mai (a parte alcune eccezioni) posto questo problema: quale sarà la politica estera dell'Unione nel caso in cui vincesse le elezioni?
Bene, ora sembrerebbero averle vinte anche se con un briciolo di voti, non sarebbe ora di porla questa domanda?

Tra l'altro vorrei ricordargli che se la CdL non avesse presentato candidature autonome probabilmente all'estero avrebbe vinto. Certo è stato un loro errore, questo non lo nega nessuno, ma se si considera anche questo aspetto tutte le seghe metali che si sono fatti queli del Corriere della Sinistra non reggono

martedì, aprile 11, 2006

Oscar Giannino 6 il migliore!

Ho appena seguito su rete quattro il programma di attualità L'Antipatico diretto da Belpietro.
Come ospite c'era anche Oscar Giannino... un Dio!!!
Mi domando, invece di fare il vice-direttore di svariati quotidiani, perchè non ne fonda uno lui(modello Ferrara)?

Rifondare Forza Italia

PADOVA - «È mancato il partito, dietro Berlusconi non c'è nessuno. Perciò il partito va rifondato, bisogna convocare immediatamente un congresso nazionale di rifondazione in modo che i delegati vengano eletti, si deve cambiare lo statuto e devono essere avviati i congressi regionali». È ingiusto riportare papale-papale il pensiero di chi, alle 15.30 di ieri, si basava sui primi exit poll per dare un giudizio sulle elezioni. È ingiusto, ma censurare farebbe torto alla verità. E la verità, a prescindere dal risultato positivo per il centrodestra, è che proprio nel Veneto dove Forza Italia stravince si apre un dibattito sul destino del partito e dell'intera Casa delle libertà. A prescindere dall'esito delle elezioni. Il coordinatore regionale Niccolò Ghedini ha le idee chiare su quali dovranno comunque essere le conseguenze per il partito di Berlusconi: «Qui c'è solo Berlusconi che lavora. E se abbiamo vinto, lo dobbiamo solo a lui. Questo è un partito che deve essere riformato, punto e basta».

E lo dovrà fare Berlusconi?

«Lo può fare solo lui».

Ma dall'"alto", com'è abitudine.

«Non dall'alto, ma bene. Il partito lo ha creato lui, deve fare un congresso nazionale, e indire i congressi regionali. È l'unico modo perché il partito possa rilanciarsi. Siamo pur sempre il primo partito italiano, ma credo sia indispensabile rilanciarlo».

La richiesta di riformare Forza Italia ha speranze di essere accolta, dopo questa sconfitta?

«Un partito votato da un italiano su quattro deve avere una struttura completamente diversa, deve avere una struttura partecipata».

Sarà contento l'ex coordinatore e transfuga, Giorgio Carollo...

«Mah, Carollo ormai sta facendo un altro percorso. E lui non ha mai chiesto democrazia nel partito; mai, almeno fin quando era coordinatore».

La rifondazione di Forza Italia può tramutarsi in un'accelerazione della nascita del Partito unitario dei moderati, già auspicata dallo stesso Berlusconi?

«In politica quando si sommano le forze non si moltiplicano i voti. Credo che il partito unico sia una bella idea dal punto di vista culturale ma poco pratica dal punto di vista politico. Sarebbe bello fare una federazione, un costituente nell'ambito delle forze del centrodestra. Ma io non ho un grande entusiasmo per il partito unico».

L'unica cosa certa è che alle prossime elezioni, siano fra un anno o fra cinque, non ci saranno nè Prodi nè Berlusconi...

«Vedremo cosa deciderà di fare Berlusconi. Per ora ha vinto di nuovo».

Ma ha raccolto il 5\% in meno di cinque anni fa, e questo ha fatto la differenza.

«Questo è stato determinato da uno spostamento dell'elettorato laico verso il centrosinistra. La percentuale di moderati del centrodestra è rimasta costante, ma l'elettorato laico scontento è passato dall'altra parte».

Con la Bonino.

«In base a questi dati, con i radicali che l'altra volta hanno votato nel centrodestra saremmo ampiamente maggioranza. Forza Italia è un grande contenitore che avrebbe dovuto tenere anche i radicali. Pazienza».

Perché non sono stati coinvolti?

«Alle regionali Pannella aveva chiesto di essere ospitato nelle nostre liste, ma l'Udc si era opposta».

(Fonte: il gazzettino)

Politologi Americani all'ambasciata Italiana

Per la prima volta i "guru" della politica Usa - dalla Casa Bianca al Congresso, dai media al mondo accademico - hanno potuto seguire in diretta a Washington le elezioni italiane fin dai primi exit poll, grazie al collegamento organizzato nell'auditorium della ambasciata d'Italia a Washington. Erano le 9 del mattino locali (le 15 in Italia) quando i primi dati sono apparsi sul grande schermo dell'auditorium dell'ambasciata dove erano sedute numerose personalità invitate dall'ambasciatore Castellaneta, attorno a tazze di caffè, cappuccini e cornetti: un confronto di idee tra esponenti dell'amministrazione Bush, parlamentari, firme prestigiose dei media, studiosi e accademici, specialisti in politica italiana dei "Think Tanks", diplomatici di altre ambasciate.

Quotidiani italiani all'estero

Sono arrivati i dati definitivi degli italiani all'estero, a metà mattinata e il voto ha premiato l'Unione.

Da sorprendersi? No, dieri di no. Ma secondo voi gli italiani all'estero attraverso quali quotidiani si sono potuti informare su ciò è sttao fatto in Italia durante questi 5 anni di govero e cosa si è detto durante questa campagna elettorale?

meditate gente, meditate

lunedì, aprile 10, 2006

La Geopolitica è la base di ogni futura politica

In questi giorni è nato un piccolo dibattito all'interno di Tocque-ville per il fatto che la CdL non abbia usato la carta della politica estera durante la campagna elettorale (a riguardo si leggano i post di Le Guerre Civili, 1972 e2twins/M&A). Penso che tutti in TV condividano il fatto che la politica estera di questo governo sia stata quasi impeccabile.
Enzo pone l'accento sull'ignoranza degli esponenti della CdL su questo tema, Paolo sottolinea come il fatto sia preocupante dal momento che "la geopolitica è la base di ogni futura politica".
La conclusione è stata "da lunedì se ne riparla".

Quali potrebbero essere le soluzioni a questo problema?
Dal momento che si prende atto dell'importanza che svolge la politica estera per un paese, bisogna fare in modo che essa entri nel dibattito quotidiano. Opportuno sarebbe che siano direttamente i politici a parlarne senza nascodersi o cambiando argomento ogni volta che cade li il dicorso. Il problema però è appunto l'ignoranza di questi politici su questo tema, ed è a questo che bisogna rimediare.

Le Guerre Civili proponeva di evolvere L'Opinione in un giornale incentrato sulla geopolitica con sei pagine quotidiane sugli esteri, con questa osservazione: creare un arete organica con alcuni quotidiani esteri. Per non trascurare il ruolo che ha L'Opinione a livello di "scuola giovani", perchè non coinvolgere in questo progetto anche giovani bloggers di TV che di politica estera se ne intendono (2twins/M&A, Semplicemente Liberale, Tucidide ...)?

Di riviste di geopolitica vicine al centro-destra non ce ne sono molte, si ricordano il quadrimestrale Liberal Risk diretto da Carlo Jean e ricollegabile direttamente alla Fondazione Liberal di Adornato e Foa; il quadrimestrale di geopolitica Imperi, affidato alle cure di Aldo di Lello responsabile delle pagine culturali del Secolo 'Italia; da segnalare, anche se concentrato più sull'aspetto economico, Emporion il quindicinale online di Geoeconomia diretto da Pierluigi Mennitti.
Che io sappia non dovrebbero essercene altre.

A mio modico parere non sarebbe una cattiva idea se la Fondazione Ideazione affiancasse ai già presenti Osservatori sull'energia e sul mezzogiorno anche un Osservatorio sulla Geopolitica.
In seguito alla costituzione di questo ipotetico Osservatorio verrebbe probabilmente dato avvio ad una serie di studi, ricerce e convegni ed alla conseguente pubblicazione di alcuni Quaderni della Fondazione Ideazione.
Mi domando però se non converrebbe unire le forze con altri think tank per provare ad organizzare qualcosa che possa avvicinarsi di più ad un pubblico più ampio. Mi spiego meglio, attualmente Liberal Risk (quadrimestrale) viene dato in allegato alla rivista Liberal(bimestrale), se la Fondazione Ideazione e la Fondazione Liberal unissero le forze e lavorassero per produrre una rivista di geopolitica di qualità che possa uscire autonomamente e a periodicità bimestrale (come Limes, edizioni L'Espresso) non penso che sarebbe una cattiva idea. Inoltre, dall'esperienza di Emporion potrebbe essere creata una sezione dedicata specificatamente alla geoeconomia.

Queste alcune idee, ma il dibattito si è appena aperto

UPDATE: Se la produzione del bimestrale di geopolitica viene ad essere complicato, il sopradetto Osservatorio potrebbe dar vita alla pubblicazione di Papers

sabato, aprile 08, 2006

L'appello al voto di Silvio Berlusconi

Intanto, un primo appello è: andate a votare, anche chi non si interessa di politica deve sapere che poi la politica si interesserà di lui e che se per caso troppi elettori resteranno a casa, potrebbe anche esserci la possibilità, non lo credo, ma potrebbe anche esserci, la possibilità di una vittoria della sinistra, una sinistra che è ormai dominata dai partiti estremi, dai partiti che ancora si fregiano orgogliosamente del termine «comunista» e che hanno dentro di sé la vocazione a più Stato, più burocrazia e naturalmente a più tasse, perché pensano che lo strumento della tassazione sia il modo per ridistribuire il reddito tra il ceto medio e la classe operaia. E' un'idea antica che però è ancora molto presente nella testa dei capi di questi partiti, quindi io penso che una persona che abbia realizzato qualcosa nella vita e che possa considerarsi un borghese, un appartenente al ceto medio, una di quelle famiglie, 87 su 100, che con molti sacrifici hanno raggiunto la proprietà della casa, hanno tante ragioni ideali, di principio, di valori, per scegliere Forza Italia, ma anche tante ragioni concrete. Io in questi ultimi giorni ho voluto aggiungere alle tante ragioni ideali, all'apprezzamento che penso tutti debbano avere per il gran lavoro che ho fatto io come Presidente del Consiglio con la mia squadra di governo che ha messo insieme una grande esperienza, ma voglio dare tre ragioni in più, tre ragioni concretissime per determinare la scelta di chi avesse ancora dei dubbi.

La prima ragione: la sinistra vuole ripristinare l'imposta sulle donazioni e sulle successioni anche per i piccoli patrimoni, come per esempio un appartamento di 80 mq in periferia. Ecco, con noi queste imposte restano definitivamente cancellate.

Seconda ragione per votare Forza Italia: la sinistra vuole aumentare al 22% le tasse sui BOT, sui CCT, sui dividendi azionari, cioè sui vostri risparmi. Noi, non solo vogliamo mantenere l'aliquota attuale del 12,5%, ma vogliamo anche abbassare l'aliquota del 27%, abbassarla al 12,50% l'aliquota che voi pagate sui vostri conti correnti bancari, sui depositi in banca.

La terza ragione in più per votare Forza Italia è che la sinistra vuole aumentare i valori catastali degli immobili per triplicare le tasse sulla casa, che è stata la sinistra ad inventare, per noi invece la prima casa è sacra, come è sacra la famiglia, per questo abbiamo deciso di abolire l'imposta sugli immobili. Avete capito bene , aboliremo l'imposta sugli immobili, l'ICI su tutte, tutte le prime case e quindi anche sulla casa che voi abitate, sulla vostra casa . E' una decisione coraggiosa, ma ne abbiamo parlato a lungo e ne siamo perfettamente convinti. E abbiamo trovato assolutamente il modo per poterla eliminare.

Infine io credo sappiate che in questi cinque anni abbiamo lavorato molto, abbiamo prodotto tanto, è stato davvero un periodo di duro lavoro. Forse potevamo fare di più, forse potevamo fare meglio, nessuno è perfetto però ce l'abbiamo messa tutta e dovete sapere che l'Italia è un'azienda molto, molto complicata. Ora dobbiamo continuare, per portare a termine il grande lavoro che abbiamo iniziato, per costruire uno Stato più moderno, più efficiente, che costi di meno ai cittadini, che dia ai cittadini i migliori servizi che sappia soprattutto garantire e difendere al meglio i nostri diritti, la nostra sicurezza, la nostra libertà. Avevamo detto: la forza di un sogno, cambiare l'Italia. Beh, io credo che la stiamo davvero cambiando, quindi scegliamo di non tornare indietro , andiamo a votare, andiamo a votare per la parte giusta, non per il partito delle tasse, scegliamo di non tornare indietro, scegliamo di andare avanti.

Silvio Berlusconi

Il 9 e 10 Aprile vota Riformatori Liberali - Radicali per le Libertà

"Le ragioni e gli obiettivi radicali e liberali per il voto a Forza Italia e a Silvio Berlusconi"

POLITICA ESTERA: CON LE DEMOCRAZIE, PER LA DEMOCRAZIA
Occorre rafforzare le scelte di politica internazionale compiute dal governo Berlusconi nel quadro dello stretto rapporto col governo Bush e i suoi alleati (in primo luogo Blair), e svilupparle nella chiave di una costante promozione della democrazia e delle libertà civili nei paesi soggetti a dittatura e perciò promotori attivi o passivi del terrorismo internazionale.
Sì alla coalition of the willing, sì alla community of democracies, sì all’Occidente della libertà e dei diritti individuali.

POLITICA ECONOMICA E FISCALE: MENO TASSE PIU’ LIBERTA’ ECONOMICA
Occorre potenziare la spinta riformatrice sulle questioni strutturali del nostro sistema economico e sociale: sulle tasse, sulle pensioni, sulla scuola, sul mercato del lavoro. E’ necessario procedere, alla riduzione delle tasse e della spesa pubblica; al completamento del programma di infrastrutture e al miglioramento del sistema di istruzione (attraverso un’accentuata competizione fra scuola pubblica e privata); a una forte deregolamentazione delle attività economiche e all’eliminazione di tutti quei vincoli burocratici, amministrativi e sindacali, che rappresentano un freno allo sviluppo della libera iniziativa individuale.
Sì alla legge Biagi, alla riforma Moratti, al buono- scuola, al completamento della riforma delle pensioni, alla riduzione della pressione fiscale, alla riduzione della spesa pubblica, alla liberalizzazione del sistema economico, alla Tav e alla “grandi opere”.

POLITICA SOCIALE: DAL WELFARE STATE ALLA WELFARE SOCIETY
Occorre proseguire sulle riforme “di mercato” del sistema del welfare, in base a principi di efficienza, equità e sostenibilità economica, sostituendo un assetto che ha al suo centro gli “erogaratori pubblici” e le organizzazioni sociali (e dunque istituti iniqui e “riservati” a pochi, come la cassa integrazione e l’indennità di mobilità), con un sistema basato sull’individuo e i suoi bisogni, in cui la tutela costituisca un incentivo e non un disincentivo alla responsabilità sociale e individuale.
Sì al principio di sussidiarietà, ad un sistema minimo e universale di ammortizzatori sociali, al welfare to work, al buono-assistenza e al buono- sanità e al piano di dismissione degli alloggi di edilizia popolare.

AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA: CONTRO L’ANOMALIA ITALIANA
Occorre aggredire con riforme strutturali e di sistema le anomalie della giustizia italiana, per migliorarne le funzioni di “servizio” ai cittadini, e ridurre le connotazioni di “potere” alternative, concorrenti o antagoniste a quelle del sistema politico.
Sì alla riduzione dei tempi di prescrizione, alle norme sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, alla separazione delle carriere fra giudici e pubblica accusa, alla riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e all’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Da radicali e liberali pensiamo che le possibilità di riforma siano in larga misura affidate al successo e alla tenuta della compagine e della leadership berlusconiana, contro uno schieramento unito da una ostilità ottusa, preconcetta e ideologicamente violenta verso le istanze di modernizzazione liberale del diritto, dell’economia, della giustizia e della vita civile.
La vittoria di Prodi non costituirebbe la premessa di alcuna alternativa, ma la base della normalizzazione conservatrice del sistema politico italiano e del dominio di una coalizione di poteri “consociati”, burocratici, statalisti, e corporativi.

No all’aumento della pressione fiscale; no all’invidia sociale; no al governo del sindacato; no al governo dei poteri protetti e dei loro giornali; no al partito dei magistrati e ai magistrati di partito; no ad un governo anti-americano; no al monopolio statale della scuola, “no a tutti i no”- verdi, rossi, sindacali e conservatori di ogni colore - contro la modernizzazione scientifica, tecnologica, infrastrutturale e sociale del nostro paese.

Come possono i Radicali stare a Sinistra?

La possibilità di realizzare le riforme liberali che sono necessarie per modernizzare l’Italia - a partire dalla riduzione della tasse - è affidata unicamente alla vittoria di Silvio Berlusconi, di Forza Italia e della Casa delle libertà.

La vittoria di Prodi e dell’Unione – uno schieramento unito, in realtà, solo dall’odio contro Berlusconi – non costituirebbe alcuna alternativa ma la base della normalizzazione conservatrice del sistema politico italiano e del dominio di una coalizione di poteri “consociati”, burocratici, statalisti e corporativi.

Meno di un anno fa Pannella dichiarava che “se questo centrosinistra prodiano andasse al potere io lascerei l’Italia” (Corriere della Sera del 18 aprile 2005). Come possono ora i radicali di Pannella sostenere Prodi, senza aver fornito una sola ragione per votare “l’uomo dei fondi neri dell’Iri, del piattino di Moro, di Eurostat, di Nomisma, di Telekom Serbia”, come testualmente lo definiva Capezzone solo pochi mesi prima (linonline.it del 23 settembre 2003) ? Come possono i radicali di Pannella sostenere Prodi e una coalizione di cui non condividono nulla, né sulla politica estera, né sull’economia, né sulla giustizia ?

Il 9 e 10 aprile si vota per scegliere innanzitutto la coalizione che deve governare l’Italia. Come possono i radicali, votando Rosa nel pugno, decidere di far vincere il centrosinistra e, quindi, dare più seggi a Fassino, più seggi a Bertinotti, più seggi a Diliberto, più seggi a Rutelli ?
Gli elettori radicali e liberali hanno una concreta alternativa alla Rosa nel pugno: votare Forza Italia nelle cui liste sono candidati anche i Riformatori liberali- Radicali per le libertà.

venerdì, aprile 07, 2006

Gli Industriali Veneti stanno con Berlusconi

Dopo tre settimane dal convegno di Confindustria di Vicenza, e a tre giorni dal voto, un gruppo di industriali capitanato dall'imprenditore trevigiano Aldo Bordignon e dal patron degli industriali di Vicenza Giuseppe Bisazza si è schierato apertamente ieri a favore delle politiche economiche portate avanti in questi anni dal centrodestra.
«L'ultima assemblea di Cofindustria ha decretato il silenzio stampa fino a dopo le elezioni - ha spiegato ieri Bisazza - decisione condivisibile specialmente per i vertici dell'associazione dopo quanto avvenuto a Vicenza. Non si può però rimanere in silenzio di fronte alle posizioni dei due schieramenti su temi cruciali come la competitività, il lavoro e le grandi opere».
Nel comunicato diffuso a margine della riunione con la stampa organizzata ieri all'Holiday Inn di Limena (Padova) gli otto imprenditori firmatari dell'appello, tra cui Paolo Stimamiglio, Sergio Pascucci e Guglielmo Bedeschi, spiegano che «non è possibile per noi imprenditori condividere il programma di uno schieramento che al suo interno ha determinanti forze politiche che respingono la legge Biagi, che si oppongono allo sviluppo energetico nucleare, che ostacolano le grandi opere come la Tav, che pensano di rafforzare il potere dello Stato nell'economia e conseguentemente i suoi costi di gestione».
Il gruppo degli otto riunitosi a Limena garantisce di essere espressione della maggioranza silenziosa degli industriali del Veneto che si è spellata le mani a Vicenza applaudendo Tremonti e Berlusconi.
«Abbiamo sentito parlare di claque preorganizzata da Forza Italia - commentava ieri l'imprenditrice vicentina Susanna Magnabosco - la verità è che chi fa impresa sta dalla parte della libertà di mercato: sono sicura che la maggioranza degli industriali veneti la pensa come noi. In otto abbiamo deciso di "uscire allo scoperto" ma siamo sicuri di poter parlare a nome di tutti i quattromila imprenditori veneti che a marzo hanno dato un chiaro segnale in fiera a Vicenza».
Alla vigilia del voto elettorale, gli otto imprenditori hanno sottolineato l'impossibilità di «trincerarci dietro il silenzio e la dichiarata neutralità dei vertici che ci rappresentano. Nei fatti - osservano - grossi potentati economici si sono schierati con il centro sinistra. In ciò sia chiaro, non c'è nulla di male, ma la base dell'imprenditoria veneta è fatta di industriali che seguono logiche diverse da chi si occupa del grande capitale finanziario».
Infine nel documento sottoscritto da Guglielmo Bedeschi, Giuseppe Bisazza, Aldo Bordignon, Guido Cazzola, Susanna Magnabosco, Sergio Pascucci, Giorgio Polesa e Paolo Stimamiglio, gli otto imprenditori motivano la loro presa di posizione ascrivendola a «un dovere civile e politico per lo sviluppo dell'industria e dell'Italia».

Chi voterò in queste elezioni?

E che diamine Camillo ha fatto outing. Lo voglio fare anch'io. Penso che voterò pensando al mio futuro, c'è chi sosterrà che forse mi sto prendendo un'pò troppo avanti, ma sono convito che invece è bene prendersi per tempo, dopo tutto ho già 21 anni!

Io voto per loro!

giovedì, aprile 06, 2006

Laici. L'imbroglio italiano

E’ davvero in atto un’offensiva tradizionalista dai tratti clericali che impedisce in Italia l’adozione delle riforme civili dei moderni paesi occidentali? Massimo Teodori con l’occhio dello storico e la verve del polemista laico ripercorre le ultime tappe dell’antimodernismo antiliberale: fecondazione assistita, coppie di fatto, bioetica, aborto, terrorismo, radici cristiane, Stato e Chiesa.
Ma la responsabilità del ritorno a un fosco passato non è di papa Ratzinger e del cardinal Ruini che fanno aggressivamente il loro mestiere. E’ piuttosto di quei politici che nel centrodestra e nel centrosinistra abdicano alla loro autonomia e inseguono la Chiesa per ottenerne i favori.
L’imbroglio italiano non sta dunque nella vecchia divisione politica tra il cattolico e il laico, in cui ciascuno rispettava le ragioni altrui. Sta nella crociata neo-tradizionalista guidata dagli atei devoti, dai laici pentiti e dai liberali bigotti che, sulla scorta delle direttive episcopali, pretendono di stabilire che cos’è il “nuovo liberalismo” e la “sana laicità” mentre si adoperano per imporre un nuovo oscurantismo.

INDICE DELL'OPERA

OUVERTURE: ALLEGRO MA NON TROPPO L’IMBROGLIO ANTILIBERALE
Tutti liberali? Nessun liberale
La resurrezione neo-tradizionalista
Sturzo e De Gasperi, cattolici liberali,
Cavour e Croce, liberali laici
La funzione civile de “Il Mondo”
Cattolici e laici: a ciascuno il suo mestiere
L’illusione del “partito liberale di massa” e del “partito democratico” riformatore
Un sistema bipolare antiliberale e antilaico
L’IDENTITÀ COME FETICCIO
Un passe-partout buono per tutti gli usi
La democrazia è relativista
Un folle scontro di civiltà
L’inganno dell’identità
PER COSTITUZIONALIZZARE DIO
Le inutili radici cristiane
Per l’Europa uno spazio laico
Per l’America una Costituzione liberale
Pluralismo etico o integralismo cristiano?
BUTTIGLIONE: VITTIMA O VITTIMISTA?
Il complotto laicista, massonico e omosessuale
L’ambigua protesta dei liberali
VIVA L’EMBRIONE IDEOLOGICO
Legge dello Stato versus idea della vita
L’embrione è qualcosa o qualcuno?
La sconfitta dello Stato liberale
LO SPETTRO DELL’EUGENETICA
L’uso terroristico di Hitler
La scienza non è fantascienza
REFERENDUM: IL TRIONFO DI RUINI
L’astensionismo come arma impropria
L’armata del cardinal Ruini
Una benedetta “dissidenza laica”
RELIGIONE E POLITICA
Papa Ratzinger e Presidente Pera
Bio-genetica e terrorismo
Risveglio religioso e società laicizzata
CON LA SCUSA DEL LAICISTA
. Il paradosso della laicità clericale
Gli artifici lessicali: laico e laicista, laicità e laicismo
Se i diritti vengono da Dio
UN CONCORDATO DA ARCHIVIARE
Da Mussolini a Craxi
Un’archeologica “Libera Chiesa in libero Stato”
Arturo Carlo Jemolo insegna
ABORTIRAI CON DOLORE La confusione tra aborto e sua regolamentazione
Leone e Andreotti firmano la legge 194
Femministe pentite e guerriglieri culturali
Per i devoti una ‘kill pill’ troppo facile
I CAPRICCI DEI GAY
Pacs incostituzionali?
La guerra preventiva del cardinale
Il tabù omosessuale della Chiesa
IL DIAVOLO NELLA SCIENZA
La polemica antiscientificaAntiliberali e premoderni
Darwinismo e “disegno intelligente”
IL VIZIETTO CATTO-COMUNISTA
L’irresistibile attrazione di Piero Fassino
La corsa alla porpora: Rutelli, Prodi e Bertinotti
POLITICA E MORALE: IL PASSO DEL GAMBERO
Clericalismo, anti-individualismo e sessuofobia
De Maistre, Maurras, Solzeniçyn, Strauss
L’ingannevole paragone americano
Politica e morale

Voto all'estero: una strana modalità

Degli amici dei miei genitori sono italiani residenti all'estero. Hanno appena votato e sinceramente sono rimasto al quanto scandalizzato dalle modalità di voto: Da quanto ho capito gli sono arrivate a casa le tessere elettorali, hanno messo la X e le hanno rispedite al mittente.
Io sinceramente pensavo che il tutto si svolgesse all'interno di un consolato, ma evidentemente non è così.

Radio Radicale adesso incassa il plauso di Alfredo Galasso

La politica, come la vita, è il luogo dove non bisogna “mai dire mai”. Ad esempio solo un anno fa uno come Alfredo Galasso sarebbe stato sicuramente intervistato da Radio radicale per le ragioni più disparate, ma questo sarebbe successo durante un incontro del martedì sera allo speciale giustizia con l’avvocato Costa, figlio del procuratore Gaetano assassinato dalla mafia, e impietoso fustigatore di chi ha fatto una carriera sul professionismo dell’Antimafia. Ora invece l’emittente incassa commossa la dichiarazione di voto per la “Rosa nel pugno” di un politico che a tre radicali su quattro sta sul gozzo dai tempi della battaglia che lo stesso fece contro la giustizia giusta e il referendum Tortora. E questa chicca fa il paio con il comunicato del Partito radicale di ieri in cui si paventavano brogli elettorali nelle regioni dove verrà introdotto sperimentalmente il voto elettronico. Ma non erano proprio i radicali quelli che volevano questa procedura da anni e che tacciavano l’Italia di arretratezza per non averla ancora adottata?

L'Opinione 5/4/06
Dimitri Buffa

mercoledì, aprile 05, 2006

Per Gianni il coglione: l'ici va abolita a tutti!

Silvio vuole cancellare l'ICI dalla prima casa di tutti, includendovi quindi anche quelle di lusso (al contrario di quanto era riportato nella proposta di Rifondazione Comunista) ... la solita legge "ad personam"!

Passando alle cose serie ho letto che Alemanno sarebbe daccordo per l'eliminazione dell'ici dalla prima casa ma vorrebbe che venisse "rimodulata in maniera più accentuata" (cioè cosa vuol dire che la vuole aumentare ?) sulle seconde e terze case .

Caro Alemanno per dirla con il Cav. (se ho seguito bene il tuo discorso) non essere COGLIONE (scusate il linguaggio un'pò rozzo ma efficace) tu sei della casa delle LIBERTA' il che significa che le tasse le devi diminuire e non aumentare. Se i soldi persi dall'abolizione dell'Ici sulla prima casa li recuperi aumentandola sulla seconda e terza casa giochi a fare il rosso, in questo modo poi il voto del ceto medio alto può anche andare farsi fottere. Il vecchio slogan del Cav. "Meno tasse per tutti" fino a prova contraria è ancora valido!

domenica, aprile 02, 2006

Per Forza Italia Martino non è un Prof. di Economia

Oggi mi è arrivato a casa il depliant di Forza Italia.
Sfogliando questa "rivista" capita ogni tanto di imbattersi in un trafiletto nel quale viene riportato l'operato del singolo ministro di FI e all'interno del quale è anche presente una sua breve biografia.
Non posso non astenermi dal muovere alcune critiche sul modo in cui sono state scritte queste più o meno brevi biografie.
La pagina dedicata ad Antonio Marzano titola "Il Ministro-Professore", segue un breve curriculum in cui viene riportata tanto l'attivita' accademica(Prof. di politica econima e e fininaziaria prima a Roma Tre e poi alla Luiss, 150 pubblicazioni...) quanto quella politica (forse alla prima viene addirittura dato più spazio della seconda) e poi i punti salienti dell'attivita' di Marzano da ministro.
Anche nella pagina di Enrico la Loggia viene dato ampio spazio oltre che alla sua attività politica anche a quella accademica (Prof. di Diritto Costituzionale ed Amministrativo all'Università di Palermo...).
Se si passa a Tremonti poi, vengono più che elogiate le sue capacità di grande Economista e Tributarista, Professore a Pavia, presidente del prestigioso Aspen Institute Italia ecc... oltre che ovviamente quelle politiche (tra le righe si legge che probabilmente sarà lui il sucessore di S.B.).
Se passiamo a Martino, ci si rimane un'pò male: viene trattato l'operato di Martino da Ministro della Difesa, l'abolizione della leva, le missioni in cui sono attualmente impiegati i nostri soldati(qui si poteva approfondire di più), ma sulla sua attvità accademica NULLA! non viene neanche accennato che Martino sia professore universitario anche sulla sua precedente attività politica si dice poco: non si nasconde che alcuni esponenti di spicco di FI siano ex DC, ma quando si aprla di Martino on viene neanche accennato che proviene dal Pli, quasi a vergognarsene.
E sulla sua attività accademica ce ne sarebbero di cose da dire, ma niente di niente, eppure dovrebbe essere un vanto avere un membro del governo che è stato allievo di un premio nobel. Certo, si potrebbe obbiettare che non viene riportato il fatto che sia un economista di tutto rispetto per il semplice fatto che ciò e' ininfluente per il ruolo che ricopre all'interno del governo, ma a me sembra che ci sia sotto qualcos'altro. Non so, è come se non si volesseo far sapere in giro le qualità di economista di Martino per sottolineare che aTremonti non c'è alternativa: lui è il migliore. O cmq che Martino e' un buon ministro ma come la pensa in economia è troppo liberista (anche per un partito che ama definirsi liberale!), quindi tanto vale far finta che di economia neanche se ne intenda.
Non so, cmq il modo in cui viene trattato Martino da FI non mi piace affatto