venerdì, aprile 21, 2006

Giornalismo: Vaccari vs Scalfari

Martedì sera, 4 aprile, sono stato invitato da Carlo Rossella, il direttore del Tg5, per intervistare Silvio Berlusconi in uno speciale di Terra! che sarebbe dovuto andare in onda il giorno dopo. Ho accettato volentieri. Mercoledì mattina, Rossella mi ha telefonato per avvertirmi che c’erano dei problemi: dopo una fatwa contro la trasmissione di Giuseppe Giulietti, parlamentare Ds, ex giornalista Rai e figura storica del sindacalismo della categoria, gli altri partecipanti si erano tirati indietro. «Confermi la tua disponibilità?», mi ha chiesto. «Certo», ho risposto. Nel primo pomeriggio, prima ancora che intervenisse l’Authority, l’idea di intervistare Berlusconi è stata affossata.

Il Corriere della Sera mi ha chiamato per chiedermi perché fossi stato il solo a non rifiutare di andare alla trasmissione. Ho risposto di essere convinto che il mestiere del giornalista consiste (anche) nel fare domande, a chiunque, tutte le volte che è possibile, poiché questo (forse) aiuta il pubblico a capire e comunque a informare l’elettore (che così ha maggior potere). Mi è stata posta anche un’altra domanda: partecipando, non correvo il rischio di infrangere la par condicio? Ho ri- sposto che pensavo il problema non riguardasse me, bensì fosse una faccenda fra l’Authority e l’emittente: far rispettare la legge non rientra nei compiti primari di un giornalista. Ultima domanda: «Lei è schierato a sinistra?». Risposta: «Non ci penso nemmeno a schierarmi. Io sono un giornalista e non voglio aggiungermi alla folta schiera di chi si sente portavoce o rappresentante degli uni o degli altri». Fine dell’intervista. Per aver chiaro l’intero quadro, aggiungo che l’Authority non è dovuta intervenire, perché la polemica politica seguita all’annuncio della trasmissione ha indotto Canale 5 a non farne più niente. Se fosse intervenuta stabilendo che l’intervista costituiva una violazione della legge, non sarei andato in tv, ma non avrei gridato al regime incombente, né mi sarei imbavagliato. Mi sembrava, la mia, una posizione legittima all’interno di una concezione che tiene a separare la professione dalla militanza, tanto che non ho ritenuto fosse necessario riferirne sul Secolo XIX.
Sbagliavo. A quest’episodio Eugenio Scalfari ha dedicato la sua rubrica sull’ultimo Espresso. Sotto il titolo “Con la testa embedded”, esamina quello che definisce il “Vaccari-pensiero” perché «temo che sia una concezione alquanto diffusa nella nostra corporazione». Mi presta (sarcasticamente) “idee chiare sulla deontolo-gia giornalistica”. La prima: «Il nostro dovere è anzitutto quello di non avere o almeno di non mostrare idee proprie. Se proprio non si può fare a meno di pensare bisogna comunque nasconderlo con cura. Infatti per ottemperare questo proposito Vaccari non va nemmeno a votare. Resta a casa con fiera convinzione come si addice a un giornalista che aspiri alla perfezione deontologica».

La seconda: «Il suo secondo dovere è quello di domandare (...) ma mi riesce difficile raffigurarmi le domande di un giornalista asettico che ha volutamente svuotato la sua scatola cranica da ogni convinzione politica». Il collega di Roma si chiede poi come «una persona priva di metro» (quale io sarei) possa valutare i fatti reali e mi accusa di non dirlo. Si lancia allora nella descrizione di un giornalista tanto monco: «Somiglia a quello che gli americani chiamano "embedded" e di cui è stato fatto largo uso in Iraq. È un giornalista che guarda alla realtà solo attraverso lo spiraglio che i suoi ospitanti gli mettono a disposizione. Una realtà taroccata e misurata col metro di chi gentilmente ti ospita». Tuttavia, almeno per una volta, un metro me lo concede: quando sostengo le ragioni per cui non mi sono rifiutato di intervistare Berlusconi. Naturalmente, «il metro di Vaccari è in questo caso sbagliato» perché«il giornalista che partecipa ad una iniziativa vietata dalla legge diventa corresponsabile di un illecito o di un reato e se ne assume i rischi e la responsabilità».


La conclusione di quest'ennesima lectio magistralis scalfariana merita di essere citata per intero: «La professione del giornalista e la deontologia che la governa non sono così semplici come pensa il collega Vaccari: presuppongono convinzioni e criteri, sforzo di osservazione costante del contesto, senso di responsabilità, spirito critico. Pensare che basti svuotarsi la testa e così svuotata cimentarsi con i doveri professionali è un'ingenuità o un'eccessiva furbizia. Il lavaggio del cervello d'altronde crea il giornalista "embedded" di cui non c'è assolutamente bisogno».


Trovo sgradevole il tono e le argomentazioni neppur troppo velatamente insultanti che il collega di Roma usa nei miei confronti. Ma, scorrendo la sua biografia, debbo convenire che "convinzioni e criteri" non gli sono certo mancati. Egli è stato fascista nel '43. Monarchico nel '46 e azionista subito dopo il referendum. Liberale e poi radicale negli anni '50. Socialista (e deputato) nei '60. Berlingueriano nei '70. Demitiano negli '80. Negli ultimi 15 anni, infine, si è abbandonato a una deriva egotista (quella che lo ha portato a scrivere un libro ingombrante già nel titolo: Incontro con Io) accompagnata da un ossessivo anti-berlusconismo.

Lo "sforzo di osservazione costante del contesto" non gli ha mai fatto difetto. Sempre sull'Espresso, una quarantina d'anni fa sosteneva che l'Unione Sovietica aveva ormai inevitabilmente vinto il confronto con gli Stati Uniti, ciò che sarebbe divenuto a tutti chiaro nel giro di pochi anni, e che anche nella politica interna italiana bisognava prendere atto della superiorità del socialismo reale rispetto al capitalismo. Lo "spirito critico"", infine, lo ha saldamente sorretto durante tutte le sue evoluzioni fra i protagonisti della politica che di volta in volta ha avuto la bontà di benedire: come dimenticare, per fare un solo esempio, che individuò in Ciriaco De Mita l'uomo che avrebbe «trasformato l'Italia in una nuova Svizzera»?
Tuttavia, sarebbe ingeneroso liquidare Scalfari così sbrigativamente. È stato certamente il più grande direttore che il giornalismo italiano abbia avuto nel dopoguerra. È stato amico, confidente e sodale di tutti quelli che hanno contato nella Prima Repubblica (e anche nella Seconda: quando Romano Prodi resisteva alle lusinghe di De Mita che gli offriva la presidenza dell'Iri, si prese le briga di telefonargli direttamente per convincerlo). Ha scritto un libro, Razza padrona, faziosamente unilaterale ma certo fra i più importanti degli anni '70. Il suo genio manageriale ha trasformato l'Espresso da settimanale per una ridotta intellighenzia in una delle maggiori aziende editoriali del Paese. Ha messo in piedi dal nulla un giornale, la Repubblica, per trasformarlo subito in un eterodosso partito politico.
Nella sua stanza in piazza Indipendenza, a Roma, ha inventato un modo di fare questo mestiere che, per quanto male - e giustamente - se ne possa pensare, ha segnato un'epoca e almeno un paio di generazioni di cronisti. Ha influenzato come nessun altro la politica italiana degli anni fra i '70 e i '90, facendo e disfando governi e ministri. Si può ironizzare sui disastrosi esiti di uomini e partiti da lui sponsorizzati, ma è doveroso riconoscergli una grandezza un po' mefistofelica e con pochi paragoni nella storia recente del giornalismo.

Per tutte queste ragioni, si rassicuri se non altro su un punto: la sua concezione del giornalismo ha avuto molto più successo ed è molto più diffusa nella corporazione di quanto non lo sia la mia. Lui ha sempre agito come se i giornali dovessero fare la politica, io sostengo che devono limitarsi a raccontarla. Lui preferisce che un giornalista si schieri da una parte o dall'altra (meglio dalla sua, ovvio, ma riconoscerà che nella sua vita non è sempre stato agevole stabilire esattamente quale fosse), io che si sforzi nei limiti del possibile di guardare la realtà senza pregiudizi o partiti presi: non significa non avere opinioni forti, ma evitare quelle viziate da ogni apriorismo. È desolante essere costretti a ricordare a Scalfari che si possono avere idee senza tuttavia doverle sovrapporre al mestiere: questo sì un modo per vedere solo la realtà taroccata, attraverso lo spiraglio consentito dal paraocchi indossato per l'occasione (e, una volta di più, proprio dalla sua parabola professionale apprendiamo che ce ne sono molti appesi nella rastrelliera della scuderia).


È curioso, poi, l'uso che il collega di Roma fa dell'espressione inglese "embedded". Vuol dire "intruppato" ed è un aggettivo che solo un ribaltamento ottico può attribuire a chi, con molti limiti e altrettanti errori, senza nessuna pretesa di infallibilità, cerca di dare un senso all'idea del giornalismo "indipendente". In maniera molto più appropriata andrebbe accostato a chi è convinto che qualcuno abbia tutte le ragioni e qualcun altro tutti i torti, a chi tifa (nell'esercizio della professione) per l'uno o contro l'altro, a chi occulta le notizie sgradite ed enfatizza quelle favorevoli, a chi insomma si sceglie un referente politico e alla sua maggior gloria piega la realtà. Una siffatta visione del mestiere, dove si annulla la linea di demarcazione che dovrebbe non farlo sconfinare nella militanza, è nefasta perché totalizzante. E, come per tutte le idee totalizzanti, le manca sempre pochissimo per diventare totalitaria.

A differenza di Scalfari, non credo che esista (per restare al suo percorso) un giornalismo fascista, monarchico, azionista, liberale, radicale, socialista, comunista, democristiano (di sinistra), anti-berlusconiano e prodiano. Con David Randall e una antica scuola del giornalismo anglosassone, sono invece convinto che chiunque scriva qualcosa che serva queste cause (o qualunque altra) non sia un giornalista, ma un propagandista. Che ci sono soltanto il giornalismo buono e quello cattivo. E che chi, durante tutta la sua vita, ha dato ampie dimostrazioni di praticare il secondo non abbia titolo per impartire boriose lezioncine.



Lanfranco Vaccari
vaccari@ilsecoloxix.it

3 Comments:

Blogger Federico said...

questa storia è emblematica. Insieme a tanti altri episodi, troppi, dovrebbe convincerci tutti ad una mobilitazione culturale davvero forte.Ti spiace se ti linko? grazie

6:57 AM  
Anonymous semplicemente liberale said...

Vaccari batte Scalfari 6-0 6-0 6-0.

1:45 AM  
Blogger Tudap said...

Federico: no problem, cmq concordo con te.

Selicemente Liberale: un bell'ace di Vaccari quando elenca il "curriculum" politico-giornalistico di Scalfari

4:16 AM  

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