mercoledì, maggio 31, 2006

Veneto roccaforte del centro-destra

Dalla Lombardia al Veneto il Nord conferma alle Amministrative il risultato delle Politiche. Il centrodestra tiene nonostante il temuto effetto Prodi al governo, e a Nordest, con un exploit della Cdl alle Provinciali di Treviso, consolida ulteriormente le posizioni e, messe in soffitta le beghe condominiali tra alleati, dà prova di una compattezza insospettabile.
Al Nord l'Unione vince solo a Torino con il sindaco uscente Chiamparino, grazie a un avversario come Buttiglione che i piemontesi vedono come i cavoli a merenda. Letizia Moratti vince di misura al primo turno a Milano, ma è già molto che non sia stata costretta al ballottaggio dall'ex prefetto Ferrante. E Silvio Berlusconi può tirare un sospiro di sollievo, confortato dall'esito del voto nel capoluogo della Marca, dove Leonardo Muraro, l'uomo che ha sostituito Luca Zaia alla presidenza della Provincia, ha ottenuto il 57,6\% delle preferenze stracciando il candidato del centrosinistra Lorenzo Biagi (30,7\%). Una vittoria ancora più significativa se si considera la bassissima affluenza alle urne registrata in tutto il Veneto (a Treviso 66,1\% contro l'81,7\% del 2001)e che in genere favorisce il centrosinistra. A Treviso si è dimostrato quanto sia difficile battere un Polo compatto in cui la Lega fa, come era prevedibile, la sua parte, ma dove la lista dell'attuale vicepresidente della Regione Luca Zaia ottiene più voti della Lega Nord. A conferma che nelle consultazioni locali più dei partiti contano gli uomini, e più delle parole i fatti. Per Muraro, politico stimato ma che è luce riflessa di Zaia, è stato un gioco da ragazzi imporsi con quel distacco. Un'affermazione della Lega e della Cdl che sarebbe stata ancor più marcata se a sottrarre quasi l'11 per cento dei voti al centrodestra non fosse stato Giorgio Panto con il suo PNE. Morale: a Treviso ma anche in buona parte del Veneto e dell'intero Nordest non ci sono margini di manovra per chi coltiva il sogno di un "grande centro" per resuscitare la vecchia dicì, magari attraverso qualche inciucio con il centro del centrosinistra. Là dove osano gli imprenditori del Nordest, come insegna la recente rivolta di Vicenza, non ci sono alchimie filo centriste o catto-comuniste, direbbe il Cavaliere, che tengono. Là dove si lavora e si chiede di poter lavorare liberamente come in tutte le economie di mercato, prevale la linea del "fare" propugnata non dai fighetta dell'imprenditoria ma dai capitani d'industria poco azzimati e molto ruspanti che non si perdono in ciance e non frequentano salotti, associazioni e consorterie varie, ma vanno subito al sodo in nome del profitto e degli affari. Penso per esempio a Remo Mosole che a 70 anni suonati, là dove c'era una discarica-palude, ha aperto a Lovadina di Spresiano un centro sportivo sulle sponde di un lago artificiale e ora anche il Royal Tai, megastruttura orientaleggiante per il relax di imprenditori che dopo aver sgobbato tutto il giorno potranno farsi massaggiare da uno sciame di geishe tailandesi.
È questo il Nordest pragmatico e innovativo allergico alle elucubrazioni e ai massimi sistemi della politica e favorevole alla politica, di destra o di sinistra poco importa, cui non si debba chiedere mai aiuto ma che abbia almeno la decenza di non infilare troppo disinvoltamente i bastoni nelle ruote dello sviluppo.
Forse non a caso a Belluno la Cdl (senza Udc) ieri era in testa con il suo candidato, l'alpino presidente degli industriali Cesare Bortoluzzi, mentre a Rovigo il sindaco uscente, il forzista Paolo Avezzù, sta tenendo botta. E l'Unione sa che in questo Nordest, che è il Nordest di sempre, non basta l'effetto Prodi per lasciare il segno. Servono gli effetti speciali.
(Fonte: Il Gazzettino)

martedì, maggio 30, 2006

Mingardi ci spiega perchè gli elettori della CdL disertano le urne

Questione settentrionale, occupazione manu militari delle maggiori cariche dello Stato, le contraddizioni dell’Unione che già esplodono. Ma perché l’elettorato della Casa delle libertà non è andato a votare, o perlomeno non ci è andato in forze e con la compattezza che tutti si aspettavano?
Probabilmente perché non gli sono arrivati gli stimoli giusti. È vero, lo scontro politico resta fortemente polarizzato. Epperò c’è una differenza immensa fra il Berlusconi che ha praticamente ribaltato l’esito di elezioni che la sinistra da mesi dava per vinte, e quello che in questi ultimi trenta giorni ha gorgheggiato minacce e distillato rabbia. Uno parlava di cose. Con un colpo di coda straordinario, era riuscito a presentarsi ai suoi elettori non come premier uscente ma come leader in pectore dell’opposizione ad un governo ancora da formare. Aveva fatto valere la ragionevole paura di un aumento dell’imposizione fiscale. Aveva parlato di Ici, di Irpef, di Irap, di estimi catastali e rendite finanziarie. L’altro dall’undici aprile è lì che conta i voti persi come fossero biglie. Fa il Don Chisciotte alla volta dei mulini rossi. Ce l’ha non col “vampiro Visco” (per usare una delle più efficaci immagini dei tempi che furono), ma indiscriminatamente coi “comunisti” infiltratisi nelle istituzioni.
Da una parte le tasse, dall’altra le appartenenze. Se la Cdl pensava di portare il suo popolo a disertare il rito della gita fuori porta, giurata nemica della partecipazione elettorale, ha sbagliato i conti. Il suo popolo non pensa se stesso come tale. Non è gente che sente il jingle di “Forza Italia” e dice: questo sono io. Sono invece famiglie e individui per definizione distanti dalla politica, slegati dalle logiche di partito, sensibili alle questioni di portafoglio. Si votava per le amministrative, dove di per sé i gonfaloni contano poco. Sergio Chiamparino, per fare un nome solo, è stato misurato sul metro di quello che ha fatto per la sua città. Lo stesso è avvenuto altrove. Le polemiche artificiosamente attizzate per strappare un voto di cuore si sono rivelate, nella migliore delle ipotesi, ininfluenti. Perché l’Italia è così: vota a destra, e persino con impressionante regolarità. Ma lo fa scaldando le meningi nel calcolo degli interessi. Gli italiani pensano la sinistra dello spettro politico un po’ come vedono la sinistra in autostrada: il luogo verso cui inevitabilmente si deve tendere, al limite andando piano, al limite frenando il traffico. Se si appartiene, è a quella parte che si appartiene. Al di qua del muro, stanno solo i senza patria.
E i senza patria non li raccogli con la fanfara, ma col violino, con la spiegazione meticolosa e accorta di cosa vuoi fare e perché, col ragionamento che andrà sempre a cozzare con le intuizioni più scontate e dunque profonde – perché le nostre intuizioni sono state coltivate per essere sempre d’un segno, sempre d’un colore.
Ieri sul Corriere della sera uno dei più autorevoli candidati a rappresentare il volto della “questione settentrionale”, Giulio Tremonti, sbertucciava la presunta consuetudine di Massimo D’Alema con Kant e con Schmitt. Pareva la caricatura di un dibattito fra Massimo Cacciari e Claudio Magris sui colori della Mitteleuropa. I rilievi dell’ex ministro dell’economia possono sfiorare punti sensibili, ma dove sta la rilevanza politica? La Cdl ha speso un mese ad urlare. Però la voce era quella di Berlusconi, e il grido era violentemente monotono: questi ci hanno sottratto l’osso. Fate caso alle facce degli ex del governo passato, nelle dirette parlamentari, nelle fugaci interviste televisive. Raccontano solo un lutto non elaborato. Quello della privazione del potere, dell’autista, dell’autoblu.
Invece per fare l’opposizione ci vorrebbero determinazione, immaginazione, forza propositiva. Spianino i fucili sotto il naso di Prodi e Padoa Schioppa. Volete portare i vostri militanti in piazza? E allora date loro una ragione decente per sacrificarvi il loro tempo e la loro fiducia. Non potete pensare che spuntino come funghi banchetti e sit-in per contrastare nomine del resto già ampiamente metabolizzate dall’opinione pubblica. Parlate di tasse. Giocatevi un’opposizione tosta, a muso duro, ma giocatevela su un’idea.
Per chiedere così un voto di bandiera a chi la vostra bandiera non la sente sua, tanto valeva lasciar parlare i candidati. Fare filtrare la melodia dei programmi. Essere diversi almeno lì. Non arrabbiatevi perché i vostri non votano. Almeno non prima di avergli dato un buon motivo per farlo.

Alberto Mingardi

Rivolta Fiscale? Sì può ma bisogna crederci

Se vi è piaciuto questo articolo del mitico Oscar Giannino vi invito a leggere quello che seguirà a firma di Alberto Mingardi:

Ieri Antonio Martino, su queste colonne, ricordava un avvenimento incredibile, nella grigia storia della prima repubblica. Il 23 Novembre 1986, più di trentamila persone invadevano pacificamente le strade di Torino per protestare contro il fisco. Ce le avevano portate un piccolo samizdat cittadino, “Controstampa”, e il suo animatore Sergio Gaddi. C’è una bellissima foto, uno scatto alla “quarto stato”: un fiume di gente, e in testa per l’appunto Martino, Sergio Ricossa e Gianni Marongiu. Tre mosche bianche, tre economisti liberisti in un’epoca in cui i miti dello Stato padrone cominciavano appena a vacillare. E’ la lotta di classe come dovrebbe essere: i produttori tutti, contro lo sfruttatore pubblico.
Qualche aneddoto, credo significativo. Sul “Giornale”, Ricossa la chiamò “la seconda marcia dei quarantamila”, annodando un filo rosso con la famosa manifestazione dei colletti bianchi. Una volta e l’altra, era stata la maggioranza silenziosa ad alzare la voce, sovrastando il coro dei sacerdoti della spesa pubblica e degli apologeti del sindacato. Fu un trionfo imprevisto. Sempre Ricossa, nel suo diario (pubblicato da Rizzoli nel ’95, titolo: “Come si manda in rovina un Paese. Cinquant’anni di malaeconomia”), ricorda d’essere stato sondato da Cesare Romiti, per conto di Bruno Visentini, ansioso di comprendere se e come quell’estemporaneo movimento potesse rivelarsi pericoloso. Non era stato un corteo di quelli che sfilano sul marciapiede. Che la riuscita dell’iniziativa abbia suscitato parecchia irritazione, nel ceto politico, è attestato pure da un altro episodio. Bettino Craxi liquidò la questione dicendo che in piazza c’erano andati “solo evasori”. Martino, su “La Stampa”, replicò: sarebbe come se io dicessi che i socialisti sono tutti ladri. Apriti cielo. Questa battuta premonitrice gli costò la collaborazione – come usa nei giornali, e sono tanti, in cui il rubinetto degli editoriali è aperto e chiuso dalle paure dei direttori.
Perché quella domenica del 1986 è rimasta solo un bel ricordo? Probabilmente per deficienze di tipo organizzativo. La cosa peggiore che possa capitare, a chi ha successo, è non essere preparato a gestirlo. Ci fu qualche tentativo di replica – a Genova, per esempio. Ma con scarsissimo seguito. Un più robusto movimento antifisco avrebbe occupato la scena nazionale solo pochi anni dopo, e sarebbe riuscito a mettere radici con un’operazione inedita: cioè visualizzando geograficamente il cancro dell’ingiustizia contributiva. Sto parlando della Lega. La grande intuizione del “basta tasse, basta Rome” sta nel rendere manifesto un dato pure a tutti noto: che, cioè, la metà del Paese che paga le imposte e la metà che le consuma coincidono, grosso modo e con le dovute eccezioni, col Nord e col Sud del Paese.
Nell’ascesa della Lega, e per alcuni versi nella stessa nascita di Forza Italia, c’era l’eco non solo del crollo del muro, ma anche delle riforme coraggiose di Reagan e Thatcher. E pure, sì, della marcia dell’86 – e di quel che l’aveva preceduta. E’ apparentemente strano, infatti, che una silenziosa rivolta di quella portata abbia avuto come teatro Torino, e non la più dinamica Milano. Torino non è le mille imprese della Brianza, che col fisco ci litigano di continuo, ma la Fiat, per anni l’azienda protetta per definizione, sotto il regno di Gianni Agnelli più un’appendice che un contribuente dello Stato italiano. D’altro canto, in quegli anni Milano partecipava profondamente del progetto craxiano, mentre i protagonisti della politica espressi dalla città della Mole erano individualità meno cospicue, più defilate, fedelmente al servizio della Real casa ma incapaci di sintonizzarsi sul sentire comune. Però non basta, come spiegazione. C'è altro. A Torino, da anni momenti di riflessione su temi antistatalisti erano organizzati dal Cidas. Quel centro studi è riuscito a dare strutturazione coerente, a moti di stizza che altrimenti sarebbero rimasti imprecazioni a fior di labbra. Per una rivolta fiscale, gli ingredienti sono gli stessi necessari ad una grande stagione di riforme: l’offerta di idee, i canali attraverso cui veicolarli, e l’incontro con la “domanda” popolare.
Oggi dovrebbe essere più facile, ribellarsi, di quanto fosse vent’anni fa. Quelle idee si sono sparse a macchia d’olio. I liberisti restano un club esclusivo ma molto meno esclusivo di quanto fossero in passato. Uno Stato più leggero è sentito come esigenza da una parte non irrilevante della pubblica opinione.
Eppure, credo che ora dire basta alle tasse sia ancora più difficile. Perché c’è tutto ma manca l’entusiasmo. Nell’86, era una cosa nuova. La gente in piazza ci andò per disperazione e bisogno, non perché irregimentata da un partito. Le stesse persone si sono poi entusiasmate per mille cose. Per la promessa di federalismo prima e secessione poi sfoderata da Bossi. Per la promessa di tagli all’odiato fisco spolverata da Berlusconi. Sempre promesse da marinaio. Da anni l’Italia produttiva aspetta un leader. E’ stata sedotta, illusa, abbandonata. C’è il rischio concreto che, alla fine, quello di Visco le sembri l’unico mondo possibile.

lunedì, maggio 29, 2006

La Fondazione Liberal e le Giornate dell'Ambientalismo Liberale

Il Domenicale ha lanciato il dibattito sulla cultura del centro-destra (liberale), Marco Respinti ha voluto toccare anche il punto dell'Ambientialismo, invitando a smetterla di scimmiottare i Verdi.
L'articolo che segue è stato riportato da Crespi anche sul Manuale di Conversazione Politica edito da Libero in collaborazione con la Free Foundation che invito tutti a leggere.

Mi è sempre venuto da ridere assistendo a quelle tribune politiche dove a questo o a quel partito più o meno tradizionale si chiedono opinioni, che so, sul fisco, sulla casa o sul lavoro, e poi si passa a interrogare i Verdi. Cioè a quelli che tutto guardano e giudicano esclusivamente dal punto di vista delle volpi e dei carciofi. Che diranno, loro, delle tasse, che le si debbono alzare ai carnivori perché ce l’hanno con gli erbivori? E sulla casa, che dobbiamo tornare sugli alberi? E del lavoro, che dai castori c’è tutto da imparare in fatto di opere pubbliche? I Verdi, infatti, su tematiche che escono dal loro stretto seminato introiettano pensieri altrui, quelli della Sinistra radicale e delle frange dei vari ex, neo, post comunismi.Ora, a fronte della grande offensiva dei Verdi, rimasuglio del vecchio estremismo indiano metropolitano e avanguardia della nuova era, è come se il Centrodestra avesse la coda di paglia. Come se si sentisse in perenne difetto e quindi in continua necessità di domandare scusa. Per il Centrodestra, infatti, non c’è bisogno di alcun ambientalismo diverso.La miglior risposta che si possa dare ai Verdi ideologizzati resta il patrimonio di cultura e di pensiero che caratterizza le varie componenti del Centrodestra e che sempre di più andrebbe rivendicato con orgoglio, ma pure studiato. Una cultura della politica che mette al centro l’uomo, i suoi diritti di persona, le sue sacrosante libertà e una organizzazione sociale che ne esalta il genio sviluppandone le potenzialità non ha infatti alcunché da temere sul fronte ambientale.Cosa meglio di un pensiero che coscientemente lavora al miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, al più savio uso delle fonti energetiche, alla sapiente coniugazione di profitto, ricerca, risparmio e tutela può garantire una politica autenticamente ambientale e mai sciaguratamente ambientalista? Cosa meglio di un pensiero che mette al centro di tutto l’uomo considerandolo steward di un ambiente dato può tutelare gli ecosistemi più e meglio degl’ideologismi che considerano la specie homo alla stregua di un virus e le catastrofi naturali una giusta vendetta di Gaia, la dea Terra?Bisogna insomma che il Centrodestra smetta di sentirsi meno Verdi. Che non consideri una menomazione la difesa per esempio degli embrioni umani rispetto alla vivisezione, la quale resta indispensabile per la ricerca farmaceutica. Che non tema di dire che la maggior parte delle “fonti alternative” vagheggiate dai Verdi sono barzellette. Che non abbia paura di rivendicare l’utilità del nucleare, quello peraltro sicuro e pulito di oggi. Che non tremi alla parola “caccia”, ben sapendo che il cacciatore è di suo uno dei più efficaci guardiani della natura. E che soprattutto, piantandola con le filastrocche sul Protocollo di Kyoto e gli OGM, parli decisamente il linguaggio della convenienza economica allorché discetta di tutela ambientale.Un’alternativa però esiste.Ci sono think tank come l'Istituto Bruno Leoni, Lifeventuno, il CESPAS (Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo), il periodico 21 secolo, Green Watch News e tutti i sottoscrittori della “Carta dei cristiani per l’ambiente”: realtà piccole, certo, ma attive e intelligenti.Se il mondo del Centrodestra continuerà a non premiarne lo sforzo e l’impegno, se si continueranno a privilegiare, per consulenze, expertise e interventi vari, i soliti noti in stile WWF e Greenpeace, si finirà per abbandonare completamente quell’idea nobilmente occidentale che s’incentra sull’ingegnarsi a trovare rimedi proprio quando gli ostacoli naturali appaiono insormontabili. Ci abbiamo campato per secoli: se non vogliamo regredire, è ora di tornarvi smettendo di sentirsi Verdi a metà.

La Fondazione Liberal diretta dall'On. Ferdinando Adornato organizza annualmente con alcune fondazioni europee ed americane di orientamento liberale degli incontri culturali internazionali: dai Colloqui di Venezia alle Giornate del Pensiero Storiografico di Siena, dalle Giornate internazionali del Pensiero Filosofico di Trieste ai Meeting sull'Educazione e l'Istruzione nel XXI secolo di Milano ecc...
Mi domandavo quindi, perchè la Fondazione Liberal non organizza degli incontri annuali anche sull'Ambientalismo liberale cercando magari di creare un network tra i vari Think-tank e riviste liberali e stranieri che si battono per un'ecologia di mercato?

Legge Biagi l'esempio di Sacile: l'azienda ha assunto tutti i precari

L'articolo che seguirà è tratto da Il Gazzettino e sorprenderà molti esponenti della sinistra che negli ultimi 5 anni non hanno fatto altro che condannare la Legge Biagi sotenendo che se era vero che la disoccupazione in Italia era ai minimi storici era anche vero che tutti questi nuovi occupati erano precari e quindi incapaci a costruirsi un futuro sereno. Il caso esposto qui di seguito dimostra invece il contrario dimostrando quindi come la Legge Biagi non sia affatto un legge la distruggere come la sinistra massimalista vorrebbe.

"La Fadalti di Sacile, un'azienda di prodotti per la casa con circa cento milioni di euro di fatturato, cresciuta negli ultimi anni da 300 a quasi 400 dipendenti, ha trasformato tutti i contratti "precari" in contratti a tempo indeterminato.Spiega l'amministratore delegato, Faotto: «Noi investiamo sulle persone».E aggiunge: «La legge Biagi va usata per valorizzare persone e aziende. Il problema vero è come attuarla. La si è demonizzata, per via del precariato, ma va verificata nel lungo periodo. Tocca a noi imprenditori muoverci: toglierci la giacca, rimboccarci le maniche, e metterci a lavorare, senza stare lì a piangerci addosso».

Lo slogan è semplice quanto ricco di suggestioni: «Materiali per idee in movimento». Oggi caratterizza un'azienda con oltre 100 milioni di euro di fatturato, circa 400 dipendenti suddivisi in 24 sedi tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto Orientale (più una a Zagabria e una appena inaugurata nel cuore di Venezia, a Rialto), che opera nel settore della casa («dal chiodo all'idromassaggio», sottolineano i titolari), sia sul versante della produzione che del commercio. Il nome è Fadalti, la casa madre è a Sacile

Quelle idee, racconta Alvise Faotto, amministratore delegato di Fadalti, hanno cominciato a camminare a inizio anni Sessanta, nel più classico stile Nordest, con una ditta di prefabbricati in cemento aperta da Orfeo Fadalti, imprenditore edile, e presto affiancata da uno show-room. Il fondatore muore nel 1970, ma l'attività resta in famiglia: viene rilevata dal genero Giuseppe Cauz, che viene a mancare lo scorso anno. La continuità è comunque garantita: presidente diventa Piero Fadalti, a.d. Faotto.

Spiega quest'ultimo: «La nostra filosofia di fondo è quella di considerarci sempre felicemente in controtendenza. Contro la retorica del Paese in declino, noi abbiamo deciso di investire. Cotnro la scelta dell'esodo da Venezia, noi abbiamo deciso di andarci a insediare nel cuore di Venezia. Contro le polemiche sulla flessibilità, noi abbiamo deciso di assumere, di investire sulla gente, di potenziare la nostra forza-lavoro fino ad espanderla con un trend di crescita a due cifre». Un solo dato, per documentare quest'ultima affermazione: a fine 2004 la Fadalti contava su 307 dipendenti, alla fine dello scorso aprile era passata a 368 (escluse le sedi di Zagabria e Venezia), quindi con un incremento di quasi il 20 per cento.

Ma l'aspetto più significativo è un altro, ed è il più controcorrente di tutti, tiene a sottolineare Faotto: «Da noi, la totalità dei contratti a tempo determinato si è trasformnata in tempo indeterminato, salvo qualche rarissima eccezione, e solo perché sono stati gli interessati ad andarsene di loro volontà. Il fatto è che noi utilizziamo il tempo determinato non come sfruttamento del precariato, ma come investimento sulle persone. Il nostro interesse è che si formino; perciò investiamo su di loro, perché nascano dei professionisti capaci». Anche qui, qualche cifra per capire meglio: nel 2005 sono state assunte 43 persone, di cui 19 a tempo indeterminato (età media 38 anni), 10 a tempo indeterminato (età media 37), e 14 come apprendisti (età media 20 anni). L'età media complessiva dei 43 nuovi ingressi è di 32 anni.

Ma come si spiega questo andamento controcorrente, in un mercato che almeno stando alle rappresentazioni che se ne danno viaggia su tutt'altri binari? Risponde Faotto: «Il fattore-chiave sta nella mentalità dell'imprenditore. Se ha passione per il suo lavoro, se fa sul serio il suo mestiere, allora non può non partire dal presupposto che occorre investire sulle persone, non solo sulle risorse economiche. Certo, le condizioni economiche esterne incidono; ma i veri artefici del nostro successo o insuccesso siamo noi».

Tutto il dibattito che si sta sviluppando in queste settimane ruota attorno al fattore costo del lavoro, e a una legge Biagi su cui si polemizza: abolirla, ritoccarla, mantenerla com'è? Faotto ha idee chiare al riguardo: «Il fattore costo del lavoro esiste ed è innegabile. Ma il tempo determinato va utilizzato soprattutto per investire sulle persone: se si lavora bene i risultati devono venire. Quanto alla legge Biagi, va utilizzata come strumento per valorizzare persone e aziende. Più che modificarla, direi che il problema vero è come viene attuata. La si è demonizzata per via del precariato, ma va verificata nel lungo periodo. Tocca a noi imprenditori muoverci: toglierci la giacca, rimboccarci le maniche, e metterci a lavorare senza stare lì a piangerci addosso».

Su queste premesse, si può concludere che il tempo determinato nella Fadalti si è trasformato sempre in certezza di posto di lavoro a tempo indeterminato, riscontrando quindi un impatto sostanzialmente positivo della legge Biagi. Aggiunge Faotto: «La nostra azienda non ha licenziato nessuno, semmai ha riscontrato una libertà del dipendente di cambiare lavoro strada facendo, cogliendo altre opportunità. E tutto questo conferma la scelta di utilizzare il tempo determinato solo come percorso professionalizzante; non abbiamo alcun interesse a creare rapporti precari, perché riteniamo le risorse umane fondamentali per un'azienda; e consideriamo il maturarsi di una libera condizione di rapporto permanente come essenziale per la nostra stessa crescita».

Scelte del genere si rivelano paganti anche all'esterno, e di nuovo si possono portare poche ma significative cifre per documentare l'ultima affermazione di Faotto: nel primo scorcio del 2006, i dati disponibili indicano un aumento del fatturato del 6,5 per cento a gennaio rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente, del 18,7 a febbraio, e del 26,7 a marzo. E una recentisisma ricerca effettuata su chi si affida a Fadalti dimostra un'altissima percentuale di fidelizzazione del cliente, superiore addirittura a quella di un mito nel suo campo come la Mercedes. Un dato di cui Faotto va orgoglioso: «Perché significa che siamo affidabili in tutto ciò che proponiamo»."

sabato, maggio 27, 2006

Senatori a vita della CdL

Diciamocelo il fatto che tutti i senatori a vita siano di sinistra ci fa girare al quanto i coglioni, in particolare non mi riferisco tanto agli ex Presidenti della Repubblica (il che cmq dimostra che costoro non erano super partes) quanto piuttosto a quelle personalità che hanno reso lustro alla Nazione per alti meriti nei campi sociale, scientifico, artistico e letterario e che per questi motivi sono stati nominati Senatori a vita dal Presidente della Repubblica.
L'ultima volta, quando Ciampi nominò Napolitano senatore a vita, dalle fila del centro-destra ci fu chi si lamentò dichiarando "perchè sempre personalità provenienti dalla Sinistra?"
Dai banchi dell'allora oppossizione ci fu chi maliziosamente rispose che evidentemente personalità vicine al centro-destra con le caretteristiche richieste dall'art. 59 Cost. non ce ne erano (in realtà c'è stato chi aveva proposto Orianna Fallaci)

Ebbene quando verrà l'ora per l'attuale Presidente della Repubblica di nominare dei senatori a vita sarà bene non farsi trovare impreparati.
Ecco alcuni nomi che rispecchierebbero le caratteristiche richieste dalla costituzione:

- Oriana Fallaci (giornalista e scrittrice)
- Sergio Ricossa (Accademico dei Lincei)
- Vittorio Mathieu (Accademico dei Lincei)
- Gianni Letta (ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, uomo di alto profilo istituzionale e senso dello Stato trasversalmente apprezzato)

Forza Italia lancia il referendum per abolire l'Ici

"Domani (ndr, ieri, probabilmente da Treviso), proprio a partire da questo Nord-Est tradito dai primi atti di Prodi e del suo Governo, insieme all'onorevole Sandro Bondi lancerò una raccolta di firme per un referendum di iniziativa popolare per l'abolizione dell'Ici sulla prima casa».Maurizio Sacconi , senatore di Forza Italia già sottosegretario del Governo Berlusconi, ieri a Belluno per sostenere la candidatura di Celeste Bortoluzzi a sindaco della città, lancia proprio dal capoluogo bellunese l'idea che riprende a sua volta la proposta fatta da Silvio Berlusconi l'ultimo giorno della campagna elettorale, dagli schermi di Rai Uno.
Non un caso, sicuramente, che Sacconi abbia scelto Belluno. Perché era stato proprio il candidato Celeste Bortoluzzi a rilanciare e a fare propria l'idea del Cavaliere e ad annunciare che, nel caso diventasse sindaco, cancellerà l'Ici sulla prima abitazione. Una proposta che aveva suscitato polemiche e distinguo da parte degli altri tre candidati a guidare la città di Belluno nei prossimi cinque anni.
«L'Ici sulla prima casa è un balzello ingiusto ed iniquo perché tassa un reddito che non c'è» ha proseguito Sacconi, ma l'idea dell'abolizione dell'Ici interessa soprattutto i Comuni: «L'iniziativa sull'Ici che lancerò insieme a Bondi è un tema che riguarda gli enti locali che da qui in avanti dovranno occuparsi ancor più di prima di lavoro e sviluppo».
Ma Sacconi guarda al voto delle amministrative con spirito particolare, come ad una prima verifica all'operato del Governo in carica e presenta il «voto di domenica come un primo grande sondaggio su questo Governo che ha dimenticato le istanze del Veneto e le sue persone: nell'esecutivo infatti non ci sono rappresentanti di questa Regione e i primi passi, cioè le prime dichiarazioni e intenzioni su opere pubbliche, infrastrutture e altro, dimostrano che questa terra è già stata e sarà dimenticata dal nuovo Presidente del Consiglio».
Un concetto, quello del Veneto e della montagna abbandonati dal nuovo Governo, ribadito anche dall'on. bellunese Maurizio Paniz: «Il governo Prodi ha tradito non solo il Veneto, ma la montagna: il sottosegretario con questa specifica delega, tanto sbandierato dagli uomini dell'Ulivo in campagna elettorale, rimarrà una promessa elettorale disattesa come quella che in Parlamento ci sarebbero stati tre candidati bellunesi in più: uno schiaffo alla montagna!»

giovedì, maggio 25, 2006

Oscar Giannino: prepariamoci alla rivolta fiscale!

Caro Direttore,
ci siamo. Mano alla penna? No. Di più, molto di più. Mano ai cartelli. Ai banchetti. Ai campanacci Alle marce di protesta. Dritti dritti sino all’autodenuncia per disobbedienza civile, per chi se la sentirà di trasformare il proprio secco no a nuove tasse in una grande campagna di mobilitazione, in una grande battaglia per la libertà degli individui, delle famiglie e delle imprese. Che ci processino. Tutte le grandi democrazie sono nate da rivolte fiscali, quella americana contro le esazioni pretestuose della Corona britannica, quella francese contro gli avidi appaltatori delle regie imposte. Prepariamoci anche noi. Senza perder tempo e aspettare lo faccia per noi questo o quel partito. Facciamolo da soli: più saremo a difendere i diritti del nostro portafoglio, prima che quelli di questo o quel leader politico, più saremo credibili, numerosi e forti.
Dirai che mi è saltato un venerdì. Per niente. Io ho conosciuto come persona seria Vincenzo Visco, quando da ragazzino incrociavo ogni tanto nello studio del professor Bruno Visentini, e sono ormai tanti anni. Visco è persona di parola, e quando dice una cosa c’è da metter la mano sul fuoco che parla con intelligenza e determinazione. Chi pensa sia un guitto sbaglia di grosso. Perché su argomenti come le tasse e la proprietà, per chi è liberale la quintessenza della libertà individuale insieme a quella di pensiero, bisogna saper rispettare i propri avversari. Soprattutto quando sono lucidi e temibili, i migliori rappresentanti di una tradizione che affonda le radici in 70 anni di storia. Perciò fidatevi: se ieri mattina Visco ha detto che la tassazione delle rendite finanziarie e di successione si farà, è esattamente ciò che avverrà. E dunque bisogna prepararsi. La sua correzione pomeridiana, secondo cui le tasse non aumenteranno e anzi i proventi della lotta all’evasione serviranno a diminuirle, è puro omaggio formale all’invito prodiano a non fare troppo casino. Ma Visco ci ha dato l’ultimo avviso. A noi ora, tenerne giusto conto.
Perché Visco è temibile? Perché sulle tasse non è un comunista. Se lo fosse, non avrebbe chanches: sarebbe per la tassazione asintotica che coincide con la proprietà integrale di Stato, e non sarebbe stato ministro alle Finanze né ora né in passato. Il problema è che Visco incarna - nella versione più decisa – la tradizione ohimé neokeynesiana, convinta che i colpi portati dal marginalismo austriaco e dall’offertismo americano a un’imposizione fiscale pari a metà del reddito nazionale siano stati solo espressioni feroci e da rigettare di una nuova lotta di classe. Non più tra operai e padroni naturalmente, ma tra la minoranza che ha accesso a redditi diversi da quelli di lavoro, e chi invece vi resta confinato.
E’ una teoria che può affascinare ancora in Italia, laddove oltre l’80% delle famiglie preferisce ancora investire la propria ricchezza patrimoniale – non bazzecole, quasi 300 mila euro in media – nell’acquisto di immobili, invece che negli asset finanziari. Ma che non potrebbe mai attecchire in America, dove azioni o obbligazioni sono detenuti da quasi il 60% delle famiglie. Ma c’è un però, caro direttore. Un però grande come una casa, appunto. Rialzare le aliquote per le imposte di successione e per la compravendita di azioni e obbligazioni private, alzare gli estimi catastali e fissare un tetto per ricalcolare l’Ici sulla prima casa oltre una certa soglia, e sulla seconda con un’aliquota secca in ogni caso – l’intenzione di Visco - non è affatto manovra che riguardi poche migliaia di rentiers, pingui e col monocolo come nelle caricature di Gorge Grosz. E’ una falce che colpisce milioni di italiani. E più ne colpirà, visto che Visco intende proporre per sovrammercato l’innalzamento delle aliquote contributive per altri milioni di individui, i lavoratori autonomi e parasubordinati:a parole per scoraggiare l’esternalizzazione dell’occupazione e per combattere il precariato, in realtà per “colpire” strategicamente la parte d’Italia che, più praticando sulla propria pelle tutti i giorni il rischio d’impresa, più è idealmente lontana dal collettivismo di cui è impregnato il modello “più Stato, più fisco, più lavoratori dipendenti intoccabili, nel pubblico e nel privato”.
Noi liberisti dobbiamo replicare con durezza. Abbassare energicamente le imposte in un paese in cui il prelievo fiscale è al 42 per cento del Pil e la spesa pubblica oltre il 48, serve a quattro cose distinte. A riprendere con maggior forza il sentiero della crescita. A sanare il gap che ci divide dalle economie trainanti del mondo, e insieme da quelle emergenti in Europa. A dare maggior libertà agli individui. A realizzare un maggior dinamismo sociale, cioè a far salire più rapidamente in alto nella piramide sociale chi oggi sta in basso. È stato il grande Robert Solow, 50 anni fa esatti, a riclassificare i 5 diversi effetti negativi esercitati da alte aliquote: meno investimenti, meno offerta di lavoro e minor propensione all’attività, allocazione dell’offerta di lavoro in settori meno produttivi, minor produttività marginale del capitale investito, minore efficacia e stock degli investimenti in tecnologie trainanti. E’ vero, caro direttore, staremmo assai meglio se il governo Berlusconi non si fosse limitato a poche limature alle aliquote, e avesse applicato per intero il suo contratto con gli italiani. Ma almeno ha dimostrato che c’è una alternativa a metter le mani nelle nostre tasche. E in ogni caso, è anche perciò che noi liberisti dobbiamo scendere in piazza contro nuove tasse subito, senza aspettare sia Berlusconi a dirlo.
Dice la sinistra che i conti pubblici sono a rischio, che siamo come nel ’92. E’ una balla, lo sanno loro per primi. Ma in ogni caso, per raccogliere più imposte non c’è alternativa: bisogna abbassare le aliquote, non alzarle. L’aliquota media di prelievo sul reddito d’impresa è scesa in area Ocse dal 41% nel 1986 al 30% due anni fa. Quella più alta sul reddito delle persone fisiche è scesa in media dal pauroso 67% dove stava nel 1980, al 39. Eppure lo Stato non è dimagrito, nell’area Ocse il suo gettito fiscale medio è passato dal 32% del Pil complessivo nel 1980, al 41% del 2004. Decisi tagli alle tasse non solo fanno crescere di più nel breve chi li pratica concentrati nel tempo, come è avvenuto ad esempio per l’Irlanda, ma nel medio-lungo periodo ampliano la platea fiscale e fanno emergere imponibile nascosto. Altro che lotta agli evasori con le manette.
Dice la sinistra che solo alzandole tasse non si premiano i ricchi. Un’altra balla. Nel 1984, prima della rivoluzione fiscale di Reagan negli Usa, l’aliquota marginale più elevata sui redditi sfiorava il 70%. Oggi è scesa alla metà. Risultato, considerando il contributo al totale delle imposte federali disaggregato per quintile di reddito: quello più basso, cioè i più poveri, hanno visto abbassarsi la loro quota dal 2,4% del 1984 all’1,1% nel 2004; il quintile più alto, i ricchi, hanno visto alzare la propria quota parte sulle imposte raccolte dal 55,6 per cento di 20 anni fa al 65,3%. Il decile più alto di reddito, è passato dal 39,3 % del totale del 1984 al 52%. I Paperoni, l’1% di americani ricchi sfondati, sono passati dal 14,7% del totale delle imposte raccolte nel 1984 al 23,7%. Abbassando decisamente le aliquote sono i ricchi , che accrescono la propria quota parte di sostegno alla spesa pubblica, dimezzandola ai poveri. Perché con aliquote più basse i ricchi pagano di più e i poveri meno.
Prepariamoci alla lotta, dunque. E diciamolo chiaro agli iscritti di Confindustria. Se il vostro presidente Montezemolo, domani, dalla tribuna della vostra assemblea sosterrà anch’egli che per cinque punti di cuneo fiscale in meno è necessario più prelievo su compravendite finanziarie e successioni, più alti contributi agli autonomi e un bel rialzo dell’Iva, allora cari imprenditori guardatevi allo specchio. E interrogatevi se non valga la pena di spedirgli un telegramma dicendo che ve ne uscite su due piedi, da un’associazione “tassaespendi”. Il fisco non è cosa per aridi contabili. Ha a che vedere coi fondamenti della libertà . Non è un caso, che i Padri Fondatori della democrazia americana avessero escluso dalla Costituzione l’imposizione sui redditi, che Thomas Jefferson si producesse in arringhe contro “la tassazione diretta della ricchezza, che ha segnato il declino di ogni grande esperienza statale nella storia, alzando il prelievo progressivamente al declino che avanzava”. Dovessimo impegnarvici le nostre forze per anni a venire, lo Stato italiano ha ancora tanto grasso inutile sulle sue membra e tanti parassiti al suo interno che la battaglia contro più tasse oggi è la bandiera di chi ha meno, e non di chi ha di più.

Da Libero, 24 maggio 2006

Dove sta andando Tocque-ville?

Tocqueville è stato nominato per ben tre volte su Matrix, uno dei più noti programmi di attualità italiani. A farlo è stato uno dei suoi stimati cittadini.

Viene quindi da domandarsi dove sta andando Tocque-ville, questo spazio di libero scambio di idee e di libera informazione?

Dove stia andando nessuno lo sa ( o meglio io no lo so) ma di una cosa si è certi, sta andando lontano.

Da semplice aggregatore di blog Tocque-ville si sta sempre più trasformando in un think-tank virtuale. Ed è, a mio parere, da questo concetto che bisogna partire per poter concepire uno sviluppo di TV, ci sono molte iniziative che posso essere messe in atto anche se spesso non sono, come dire, a costo zero.

Sul punto finanziamenti non sarei contrario alla creazione di spazi pubblicitari così che TV possa autofinanziarsi. Alcuni di voi diranno: ma come, io scrivo quotidianamente gratuitamente degli articoli interessanti e quelli di Ideazione ci lucrano sopra?
La risposta è No, almeno per come la vedo io.

Mancia che di Tocque-ville ne è il Sindaco potrebbe creare un fondo apposito da destinare alla copertura dei costi derivanti da TV e le iniziative ad esso legate.
Penso alle spese per i redattori di TV, ma anche per iniziative collaterali come il convegno Informazione e Libertà.
A questo proposito provo a lanciare un idea: perchè non creare una Summer School per i cittadini di Tocque-ville che possa essere una via di mezzo tra la Summer School di Magna Carta e la Scuola di Giornalismo diretta da Arturo Diaconale?

Ne avrebbero tutti di guadagnato, i singoli bloggers per aver partecipato ad un esprienza che non capita tutti i giorni e che gli potrà essere sempre utile in futuro, Ideazione per aver contribuito a formare un gruppo di giovani capaci e intraprendenti (una cosa tutt'altro che secondaria in un periodo in cui si parla tanto della mancanza di una giovane classe dirigente, specialmente nel cdx), Tocque-ville per il conseguente miglioramento della qualità dei post in esso pubblicati.

Concludo, auspicando che Carlo Pannella non sia l'ultimo giornalista professionista a diventare cittadino di Tocque-ville, invitando il gruppo di Ideazione a cercare di convincere anche altri loro colleghi ad aprire un blog ed iscriversi nella Città dei Liberi.
A me per esempio piacerebbe leggere l'ipotetico blog di Oscar Giannino e Pietrangelo Puttafuoco.

martedì, maggio 23, 2006

Libertarismo in Italia? qualcosa si muove

Caro Facci non si può negare che, come dici tu, per i liberatari lo spazio all'interno del centro-destra sia poco. Ma, guardando il bicchiere mezzo pieno, lo spazio anche se poco c'è ed è quindi necessario che si faccia di tutto affinchè esso aumenti.
Intanto qualcosa si muove, qua, qua e qua

Da Mani Pulite a Piedi Sporchi

Una notizia, anzi una “voce”, un'anticipazione “attendibile”, tra le tante della "Calciopoli", che tiene da tanti giorni le prime, e non solo le prime, ma molte altre, pagine dei giornali italiani.Guido Rossi, Commissario della Federcalcio, starebbe per sostituire il Generale Pappa, dimissionario dal vertice dell'Ufficio Inchieste della F.I.G.C., con Francesco Saverio Borrelli. Guarda un po' chi si vede! Ma altri dicono che, invece, a quel posto andrebbe Pier Luigi Vigna, il Procuratore di Firenze dell'inchiesta sul "mostro", i mostri e le mostruosità; e poi procuratore nazionale antimafiaBene, dirà qualcuno, arrivano i magistrati (anzi, i magistrati superstar) a gestire questo mondo del calcio: caduto nella corruzione scoperta dei loro colleghi, per riportarlo alla pulizia degna dell'amore delle folle ingenue e fidenti (!!!)Un piccolo particolare, però, guasta quel po' di ottimismo che dovrebbe prenderci all'udire la buona novella.Pappa, che dovrebbe esser sostituito da uno dei due eminentissimi, ancorché ex magistrati, infatti, è un generale della Guardia di Finanza. Anche senza che il mondo del calcio, su cui avrebbe dovuto vigilato, si rivelasse il verminaio che le svergognate intercettazioni telefoniche svergognatamente propalate hanno mostrato, l’incompatibilità tra le sue funzioni avrebbe dovuto apparire evidente. E' bene, dunque, che se ne sia andato.Ma l'ufficio inchieste non è e non era solo il Generale Pappa. La "giustizia sportiva" del settore calcio, come di altri, è per la gran parte amministrato da magistrati debitamente autorizzati a ricoprire tali incarichi stragiudiziali dal CSMQuando ne fece parte, chi scrive inutilmente sollevò la questione dell'incompatibilità o, comunque, dell'inopportunità che giudici e P.M. fossero distratti dal loro lavoro dal più stimolante (non sa se anche più lucroso, ma non è questo il punto) impegno per la giustizia sportiva. Costituita anch'essa con le sue procure etc. etc. Apriti cielo! Uno dei membri del CSM dell'epoca, componente, salvo errore, proprio dell'ufficio inchieste della Federcalcio, reagì con passione violenta: senza la presenza dei magistrati nella giustizia sportiva, lo sport italiano sarebbe piombato nell'indisciplina, nella corruzione, nel caos. E poi nessuna incompatibilità, nessuna possibile interferenza: che c'entra(va), infatti, la magistratura ordinaria con lo sport, le sue regole, le sue sanzioni? Bene, ora la magistrature, le Procure (quelle ordinarie, dei palazzi di giustizia, quelle stesse di "Mani pulite", per intenderci) c'entrano, eccome.Pappa si è dimesso. E gli altri dei vari uffici indagini, magistrati ancorché autorizzati dal CSM? Non sembra vogliano fare altrettanto. D'altra parte, le inchieste dei loro colleghi della giustizia ordinaria non sembra che li sfiorino neppure.Moggi corrompeva tutti. Parlava e straparlava, prometteva, si faceva promettere, forse millantava, forse no; conosceva i "canali" del successo e dei successi, nonché delle scalate in graduatoria campionato. Aveva a che fare con tutti. Carraro non vedeva, non sentiva? Non poteva non sapere. Allora, adesso che la Magistratura ci ha messo le mani, fuori dai piedi. E i magistrati, per così dire, in trasferta calcistica? Non avevano visto niente, non avevano sentito niente. Certo. Pare, però, che loro potessero non sapere. Omnia munda mundi. Sono o no autorizzati a quegli incarichi dal CSM? Carraro e Pappa no.La differenza c'è e si vede.

Mauro Mellini

A Destra c'è spazio per i Libertari?

l'articolo di Filippo Facci che segue è tratto da Il Domenicale. Facci si domanda se può esistere un'altra destra e in particolare se vi sia spazio per i libertari. La mia risposta è questa.


Forse cerco grane, ma su queste pagine, tre anni fa, pubblicai un articolo che forse fu assai letto, anche perché quel numero del Domenicale fu distribuito al Meeting dei ciellini. Il punto è che ho intenzione di riformulare, ora, le stesse domande che posi in quell’articolo, sicché la presente rubrica potreste anche non pagarmela. La differenza è che stavolta vorrei azzardare una risposta. Le domande che più o meno erano queste: c’è spazio, a destra, per chi non sia ossessivamente filo-israeliano? C’è spazio per chi non sia clericale? C’è spazio per i garantisti di vecchio stampo, ante-Berlusconi, coloro che insomma non guardino con smodata simpatia ai Gasparri e a certi toni di Libero e del Giornale? C’è spazio per chi ha dubbi sul rigorismo inutile sulle droghe e sulla perpetuazione dell’articolo 41 bis sul carcere duro? C’è spazio per chi non sia disposto a difendere – sempre, in ogni caso – il corporativismo di tutte quelle categorie che notoriamente, e diciamolo, evadono il fisco? C’è spazio per chi non si sdrai indifferentemente sulle battaglie della destra sulla famiglia, sulle coppie di fatto, sulla fecondazione assistita, su aborto, pillole, terrorismo e radici cristiane? C’è spazio per chi sia disposto a riconoscere un pur minimale fondamento a certe questioni ambientaliste? C’è uno spazio serio, a destra, per i distinguo? C’è spazio per chi non reputi la Fallaci un vertice della cultura occidentale? In generale c’è spazio per i cosiddetti libertari? O il porre simili domande significa essere di sinistra? Oppure dei radicaloidi? Degli inguaribili proporzionalisti? Ecco: ai tempi, su Repubblica, una giornalista mi rispose semplicemente così: no, non c’è spazio. Io invece, oggi, mi rispondo così: c’è spazio, ma molto, molto poco. Confesso anche un dubbio personale, autentico e non retorico, circa l’opportunità di continuare a fare il fenomeno (laico, pardon laicista) sulle pagine di questo settimanale come su altre, laddove penso, e non lo voglio nascondere, che stia prendendo il largo un certo antimodernismo antiliberale, e laddove penso, detto col massimo rispetto, che le pagine di Avvenire e di Tempi già bastino di per loro.

sabato, maggio 20, 2006

Prodi propone cose che sono già state approvate dal precedente Governo

Renato Brunetta , professore e eurodeputato veneto di Fi si mette «a disposizione» per un «corso di formazione-aggiornamento» a Prodi che, presentandosi al Senato ha proposto, secondo azzurro, cose già pubblicate sulla Gazzetta ufficiale.
«Nel suo negazionismo assoluto - dice Brunetta - Prodi sfiora il ridicolo. Nel discorso al Senato impegna il suo governo a istituire un fondo di garanzia per la contrazione di mutui per l'acquisto o costruzione della prima casa per i giovani, in particolare quelli con contratti atipici. Bene, bravo, bis. Peccato che l'articolo 1, comma 336, della Finanziaria 2006, abbia già istituito tale fondo, per gli stessi soggetti».

venerdì, maggio 19, 2006

Diritti Umani, l'organismo nella bufera

Il nuovo Consiglio per i diritti umani eletto dall'Assemblea delle Nazioni Unite a New York suscita non poche perplessità. Da molti mesi si lavora per la creazione di un nuovo organismo più rappresentativo ed efficiente della vecchia Commissione sciolta nel marzo scorso (era espressa da soli 54 paesi). Ma questo nuovo organismo, definito "più moderno e rappresentativo e l'occasione di un nuovo inizio" da Kofi Annan, sta suscitando critiche e polemiche dalla grande maggioranza delle organizzazioni umanitarie. L'esordio, per la verità, dà loro ragione. Avere inserito paesi che non hanno dimostrato di avere alcun rispetto per la tutela dei diritti degli esseri umani fa molto riflettere sul ruolo di un organismo sovrannazionale, che dovrebbe denunciare ogni tipo di violazione in qualsiasi paese viene praticata. Ma in che modo potrà essere possibile tutto questo se nel Consiglio sono stati eletti i rappresentanti della Cina, di Cuba, dell'Arabia Saudita, del Pakistan e di altri paesi che certo non figurano ai primi posti nel mondo per il rispetto dei diritti fondamentali degli esseri umani. Cuba ha addirittura riscosso un alto numero di consensi (135 voti); 149 hanno votato per il Pakistan, 146 per la Cina. Gli Stati Uniti, com'è noto, hanno preferito prendere le distanze e di non far parte di questo organismo e la stessa Italia, che pure si era battuta per la riforma, non si è candidata. Anche le defezioni di una parte dei paesi dell'Occidente peseranno sul funzionamento del nuovo Consiglio.
Mi chiedo come sia possibile inserire in uno strumento di tutela umanitaria paesi che detengono la pena di morte, che praticano largamente la tortura, che non rispettano in alcun modo i diritti dei dissidenti, delle donne dei bambini, come è il caso dei paesi citati. Su Internet circolano da mesi foto di bambine cinesi appena nate abbandonate sui marciapiedi o vicino ai cassonetti nell'indifferenza dei passanti, in omaggio alla politica del figlio unico. Sono immagini orribili assolutamente vere e quindi non frutto di fotomontaggi, come si scherniscono imbarazzati i funzionari dell'ambasciata cinese. E che cosa dire dei laogai? Quei gulag dove vengono costretti a lavori forzati alcuni milioni di dissidenti e minoranze etniche e religiose (come i Falun Gong), per un sospetto adulterio o sottoposte a frustate se escono da sole? E quel paradiso di libertà di torturati e spesso - come è stato denunciato a "Umanitaria", svolta nei giorni scorsi a Valmontone - i loro organi venduti su Internet. E che cosa dire dell'Arabia, dove gli sceicchi fanno ancora tagliare la testa a chi osa dissentire dal monarca e le donne vengono lapidate solo Cuba, con le carceri piene di prigionieri politici e di gay? Quell'isola, governata con pugno d'acciaio da Fidel Castro e che registra ammiratori anche fra tanti intellettuali e politici italiani, fa parte di un organismo dell'Onu che dovrebbe tutelare quei diritti che il lider maximo nega ai suoi cittadini. Proprio in questi giorni si sta costruendo un muro davanti all'edificio, dove ha sede la rappresentanza diplomatica che cura gli interessi Usa, per nascondere agli occhi dei cubani le scritte luminose scorrevoli con citazioni dei grandi padri della democrazia Usa. Come questa di Abramo Lincoln: "Nessun uomo è sufficientemente buono per governare gli altri senza il loro consenso". Per Fidel questo è troppo. Il popolo deve credere e obbedire solo a un uomo (lui) e a un regime (quello comunista).
A questi uomini, a questi paesi, sono affidati i diritti umani nel mondo. E' come se i carnefici fossero stati incaricati di tutelare le loro vittime.

Aldo Forbice

giovedì, maggio 18, 2006

Nuovo governo Prodi: la stampa estera ci va giù pesante

Romano Prodi ha giurato ieri, 17 maggio, e ha dato il via alla sua seconda esperienza a Palazzo Chigi. Ma, stando ai commenti del Guardian e di El Paìs (quotidiani tutt'altro che filo-berlusconiani), all’estero l’evento non è stato salutato con giubilio.

mercoledì, maggio 17, 2006

Berlusconi: rinnoveremo la classe dirigente di Forza Italia


"Dobbiamo guardare al futuro, abbiamo intenzione di introdurre un rinnovamento di tutta la classe dirigente di Forza Italia". Lo ha affermato Silvio Berlusconi, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi, spiegando che l’idea e’ quella di formare una squadra di ’ministri juniores’ composta da giovani esponenti di Forza Italia per fare opposizione al governo Prodi. "Abbiamo in mente di formare un ’governo azzurro juniores’ - ha sottolineato Berlusconi - abbiamo gia’ individuato i nostri parlamentari che si interesseranno delle singole materie, che saranno i primi firmatari delle nostre proposte di legge e che saranno gli oppositori dei ministri del governo in carica". Alla domanda se sara’ una sorta di ’governo ombra’, Berlusconi ha risposto: "No, non mi piace definirlo cosi’, l’intenzione e’ costruire una classe dirigente per il futuro, sara’ una palestra per i protagonisti della politica del futuro".

Centro-destra all'opposizione.Cosa fare

Ripropongo un interessante articolo di Raffaele Jannuzzi che si inserisce perfettamente nel dibattito in corso su Tocque-ville.

Il centrosinistra, vincitore «tecnico» ma non «politico»
La storia la scrivono i vincitori. E' cosa risaputa. Forse è meno risaputo un altro dato: la stessa storia non fa sconti neppure ai vincitori. Soprattutto quando si tratta di vincitori «tecnici» e non politici. Stiamo parlando della «vittoria tecnica» del centrosinistra alle elezioni del 9 aprile. Una vittoria tecnica che sta pesando sul corpo politico della sinistra ancor più di una rovinosa sconfitta. Perché la vittoria diventa amara quando non si fa più politica e non si riesce, dunque, a sollevare lo sguardo sulla realtà delle cose, sullo stato delle cose, in Italia. Flores d'Arcais e Cacciari, discutendo di politica su Micromega, si dividono su questo nodo scorsoio, appunto, la «vittoria tecnica» del centrosinistra. Osserva Flores: «Insomma, il centrosinistra ha ottenuto una vittoria tecnica, ma sembra allegramente intenzionato a dissiparla, anziché lavorare senza la minima smagliatura per trasformarla in successo politico, in una coerente e incalzante azione di governo. Viene da domandarsi se i dirigenti della nuova maggioranza vogliano davvero continuare a ripetere gli errori fatti nella campagna elettorale».
Il primo dato è chiaro, netto sullo sfondo del presente: la vittoria tecnica del centrosinistra è un problema, non una condizione per governare e, dunque, fare politica. Cacciari picchia duro e va fino in fondo alle questioni dirimenti: altro che movimenti e società civile di rinforzo, qui bisogna capire una sola cosa: quale? «Come si fa - incalza Cacciari - a non interrogarsi come si deve, in modo sufficientemente approfondito, sul fatto che, malgrado cinque anni di governo assolutamente disastroso da ogni punto di vista, anche tecnicamente, con una situazione come quella italiana, con un'opinione pubblica internazionale assolutamente contraria alla leadership del Cavaliere, Berlusconi ha ottenuto il consenso elettorale che ha ottenuto?».
Ora, il filosofo veneziano, che non vuole incorrere ancora negli errori di cui ha parlato, con senso storico e qualche imbarazzo politico, in una recente intervista al Corriere della Sera, non ci sta a farsi impiccare dall'insipienza delle élites, alquanto cialtronesche, di questo sgangherato centrosinistra, e sembra scuotere costantemente la testa (già lo vedo...) di fronte alle solite prediche anti-berlusconiane del Flores, con il suo j'accuse al Cavaliere per la spregiudicatezza anti-fiscale. E il nostro filosofo è sempre meno convinto, quasi s'incazza, alla fine: abbiamo perso al Nord, Flores, me lo spieghi perché? E poi, come si fa ancora una volta a dire ai ceti produttivi delle due-tre regioni che tirano su il Pil nazionale, che devono pagare le tasse, così, senza avere nulla in cambio, e facendoli per giunta passare per gli evasori in pectore, jene anti-fisco che spolpano la carne e poi vanno ad ingoiare anche i propri figli? Insomma, qualcosa di grosso non funziona. Non c'è pensiero e non c'è senso della realtà. Manca una prospettiva, un orientamento, così non si può fare politica. Le tasse si pagano quando c'è un interesse produttivo come posta in gioco, non perché «si devono» pagare.
Ci vuole, continua Cacciari, un serio discorso federalistico, che includa una seria politica per gli enti locali, con una riforma della finanza locale e un autentico federalismo fiscale, roba che, come tutti vediamo, dista anni luce dalle teste delle mezze calzette unioniste. «Ma se la questione continui a impostarla nella solita maniera - è sempre Cacciari nella sua furia anti-Flores - continuerai a perdere, per poi riempirti la bocca parlando di spiriti animali, ripetendo l'assoluta balla che votano Berlusconi perché permette loro l'evasione e l'illegalità». Bene, Cacciari ha capito qualcosa dello stato delle cose, in Italia. Flores non ha mai capito un tubo di niente su questo Paese, figuriamoci se ci capisce qualcosa oggi, che non riesce neppure a riconoscersi in questo centrosinistra. L'anti-politica al governo... di Micromega, e più in là non andiamo.

Forza e responsabilità di Berlusconi
Ecco, così, che da questa conversazione emerge la forza di Berlusconi e, insieme, la sua responsabilità storica, come leader dell'opposizione. Il risultato di Forza Italia è un capitale sul quale investire adeguatamente, uno «zoccolo duro», che esiste, indipendentemente dalle risposte della classe dirigente alle istanze della base forzista. Questo è l'altro dato politico, una criticità specifica, sulla quale impostare un ragionamento serio. Anche i nostri avversari comprendono che, senza Berlusconi, il centrodestra praticamente non esisterebbe e, nel contempo, anche loro sanno che l'entità politica «centrodestra» non può più baloccarsi con le formulette pragmatistiche, come «il riformismo del fare», o anche la «nuova politica». La loro fortuna sarebbe esattamente questo stallo del pensiero progettuale e della seria e solida politica del centrodestra, guidato da Forza Italia e dalla leadership berlusconiana.
Questo è il punto politico oggettivo che deve rimanere saldamente ancorato sul terreno del presente, pena il decadimento progressivo delle possibilità di costruzione di un soggetto politico forte e credibile, alternativo alla sinistra. Quel che Cacciari rimprovera al centrosinistra, l'assenza delle idee-forza e di una visione politica, è anche il nostro deficit. Perché non basta appellarsi magicamente e fideisticamente alla leadership berlusconiana oppure al suo sano populismo democratico, di cui ho tessuto razionalmente le lodi: occorre un lavoro di rimescolamento delle carte all'interno del partito e una nuova selezione della classe dirigente, con criteri autenticamente democratici, elezioni delle élites politiche, per cominciare, da parte della base.

Un partito solido per affrontare le sfide del presente e del futuro
Vedo chiaramente il problema: non sono mai esistite, come ha sempre realisticamente affermato Miglio, classi dirigenti che si siano auto-riformate, senza aver subito una forte pressione esterna, soprattutto di natura storica, un evento traumatico o qualcosa di simile. E' così. Ma è anche vero che la politica, la nostra politica, non può che fare i conti con due questioni di enorme portata: la nostra fragilità sul territorio e l'assoluta mancanza di una cultura politica in grado di decifrare i passaggi storici in atto. Se non colmiamo, con la giusta gradualità ma senza cedimenti a facili compromessi, questo deficit, la partita all'opposizione si farà dura, alla fine insopportabile. Perché chi non ha potere sui territori e non vede la possibilità di averne in futuro, mollerà l'azione politica e lascerà il campo alla sinistra già molto attrezzata ed egemonica in quasi tutto il Paese. Gli spazi, in politica, non devono mai essere lasciati agli altri, agli avversari, soprattutto in una fase magmatica come questa e quando la sinistra è ingabbiata nelle sue stesse logiche politicamente sterili.
Che fare? Tre punti focali di battaglia politica
Che fare? Innanzitutto, riorganizzare l'opposizione su base tematica. Tre sono i punti focali della battaglia politica: a) la famiglia e la bioetica (il che consentirebbe di declinare la politica come bio-politica, un enorme passo avanti); b) gli assetti federali del potere pubblico, a cominciare dalla battaglia referendaria sulla riforma costituzionale; c) il lavoro, l'economia in termini di competitività (cioè, come ha ricordato giorni fa Tremonti, una nuova idea di Europa) e la mobilità sociale (il mercato deve servire ad elevare le condizioni economiche e lo status sociale di chi non ha, se no è pura ideologia). Ecco, questi sono i punti-chiave, a mio avviso, per una seria e progettuale battaglia politica di opposizione e sono passaggi che possono essere anticipati e prospettati prima ancora che la sinistra provi a mutare le riforme del governo.
Occorre, cioè, avere una concezione attiva e finanche pro-attiva, anticipatrice e dinamizzante, della politica, che permette di non subire l'azione disgregatrice di un governicchio radical-estremista senza idee. Noi possiamo, infatti, capitalizzare sia il grande risultato elettorale, sia il grande capitale di conoscenza del governo e delle riforme da noi realizzate. Sono due patrimoni da far fruttare e non da considerare come ornamenti da lanciare in avanti, retoricamente, magari calcando la mano su questioni, oggi politicamente marginali, come lo «scippo» della vittoria e/o la loro incapacità di governare. Quest'ultima uscirà nettamente, quando noi saremo capaci di fare un balzo in avanti di chiara conformazione politica e progettuale, avendo ormai consolidato il quadro di riferimento etico-politico e tecnico-politico. Certo, questo sarà l'inizio di un processo che non potrà non investire, come in un positivo effetto-domino, la nostra base, alla quale occorrerà parlare di politica, con le categorie adeguate e il lessico giusto. E sia, ma, come sappiamo, l'inizio giusto dà il tono giusto a tutta l'opera, evitando la disfatta ultima, di fronte ad una riconosciuta «vittoria tecnica», non politica, del centrosinistra. Se non ora, dunque, quando?

lunedì, maggio 15, 2006

Che ci fa Ichino a Sinistra

Robinik ha fatto un interessante intervista la Prof. Pietro Ichino ex sindacalista, ex parlamentare del Pci, giurista e autore di libri sul lavoro e sul sindacato che fanno discutere.

Il motivo per il quale Ichino a sinistra viene considerato un eretico lo si capisce leggendo questi due brevi passaggi che seguono

Cgil: la legge Biagi va abolita, non corretta
Alla fine Guglielmo Epifani, incalzato dalle domande dei giornalisti, lo dice a chiare lettere: la legge Biagi «va cancellata». È la posizione che la Cgil ha deliberato al recente congresso di Rimini, ci tiene a sottolineare il segretario generale, come a dire: nulla di nuovo. Ma è comunque una posizione che potrebbe creare non pochi problemi al governo Prodi.
(Corriere della Sera, 13 aprile 2006)

Le lettere di Prodi e D' Alema a Ichino: idee giuste, ma troppo avanti
L' autore di «A che cosa serve il sindacato?»: il leader dell'Unione è d'accordo con me, ma per la politica le mie proposte sono difficilmente praticabili. D'Alema: «Non sempre sono d'accordo con te. Soprattutto non sempre posso dirlo. Perché a volte tu sei troppo avanti».
(Corriere della Sera, 4 aprile 2006)

Se vi è piaciuta l'intervista di Rob, vi invito a leggere anche questa del Corriere.

Ichino sostiene che ci vorrebbe un Blair italiano, ma che non lo vede all'orizzonte.
Quando si parla di Blair si parla di riformisti e spiace farlo notare ma i riformisti in Italia sono nella CdL, visto che nel centro-sinistra non gli è stata data la possibilità di stare. La possibilità di fare serie riforme nel campo del mercato del lavoro nell'Unione è ancora più limitato rispetto al precedente governo di centro-sinistra e questo perchè l'attuale risicata maggioranza è palesemente sbilanciata verso la sinistra massimalista.
Mi domando quindi perchè Ichino continui ad insistere sul centro-sinistra che nulla, almeno per ora, può dargli. Dal mio piccolo blog lo invito quindi a raggiungere i suoi colleghi della Free Foundation tra i quali ricordiamo il Prof. Renato Brunetta e il Prof. Maurizio Sacconi.

Summer School organizzata dalla Fondazione Magna Carta

Contribuire alla formazione di una nuova classe politica dirigente. Sconfiggere le egemonie culturali consolidate. Mettere in contatto tra loro giovani liberali e conservatori che intendano comprendere, e non subire, i processi di modernizzazione in atto per impedire il declino del Paese. Insegnare a una nuova generazione come si coniuga la cultura necessaria con la politica possibile.
Per una settimana, nel mese di settembre, in un luogo confortevole in mezzo al verde, a pochi chilometri da Roma, 50 studenti selezionati usufruiranno ogni giorno di quattro ore di corsi, svolti da prestigiosi docenti provenienti da università italiane e straniere. Le lezioni saranno inframezzate da incontri con uomini politici e dalla discussione con gli autori di libri che hanno segnato il dibattito politico-culturale dell’ultimo anno.

La scuola realizza due percorsi formativi (ciascuno per un massimo di 25 partecipanti) a loro volta ripartiti in due corsi composti da 5 interventi, ciascuno qualificabile come “lectio magistralis”, tenuti dai docenti della scuola stessa.
L’attività didattica è prevista per 4 ore al giorno per 5 giorni

Percorso Formativo A: Politica interna ed Internazionale
Riforme e Garanzie - coordinatore Prof. Giovanni Pitruzzella
Relazioni Internazionali e Garanzie - coordinatore Dr.ssa Fiamma Nirenstein

Percorso Formativo B: Economia e Welfare
Ricerca ed Innovazione - coordinatore Prof. Fabio Pammolli
Welfare e Mercato - coordinatore Dott. Salvatore Rebecchini

Per maggiori informazioni cliccate Qui

domenica, maggio 14, 2006

La classe dirigente e la Scuola di Liberalismo della Einaudi

In questi giorni su Tocque-ville come anche altrove sono nati vari dibattiti sul dopo elezioni. In particolare si è parlato del futuro del centro-destra italiano. C'è chi ha approfondito il tema della cultura, chi del partito unico, chi della classe dirigente.
Su questi tre temi io ne ho già parlato in precedenza su questo blog, ma vorrei ritornare sul terzo.
L'Italia soffre enormemente della mancanza di una classe dirigente (politica e non) all'altezza delle sfide future. E in particolare di una classe politica con una cultura liberale.
Inoltre la nostra classe politica ed imprenditoriale è estremamente vecchia rispetto al resto d'Europa (a riguardo ne avevo già parlato con questo post), urge quindi porre rimedio a questa situazione.

Negli Stati Uniti la classe dirigente si forma in ottime università, i migliori, anche se non benestanti, vanno avanti grazie alla meritocrazia (termine che in Italia si può trovare solo all'interno dei vocabolari), il lavoro viene poi completato da delle Scuole di formazione istituite dai numerosi Think-Tank. Quella dei Think-Tank in Italia è una realtà giovane: c'è ne sono pochi e con un budget limitato.
Se consideriamo che in Italia buona parte degli intellettuali (che per lo più sono professori universitari) è di sinistra, per formare una nuova classe dirigente liberale è bene non fare troppo affidamento sulle Univeristà. Diciamo quindi che in Italia le scuole di formazione avrebbero un'utilità ancora maggiore rispetto agli States.

A Gubbio come a Capalbio i partiti mettono spesso in scena una formazione effimera e autoreferenziale, il più delle volte una brutta copia della struttura che fu.
Vi è però una scuola di formazione che, venuto giù il castello della partitocrazia, ha retto all’urto dei tanti seminari e corsi accelerati promossi dai partiti vecchi e nuovi, ed è quella organizzata dalla Fondazione Einaudi.
La Scuola di Liberalismo è un laboratorio politico diretto con grande passione da Enrico Morbelli, il quale ha alzato in tempi non sospetti vessillo e idee liberali, anche quando non andava certo di moda.
Quest'anno giunge la XXXIII edizione, un calendario fitto di incontri e un alleato in più. L’Istituto Bruno Leoni ha infatti accompagnato la tradizionale gestione della Fondazione Einaudi, aprendo un percorso che vuole portare sui banchi della scuola autori e testi in parte nuovi per i contenuti tradizionali.
Il filone dell’anarco-liberalismo, che negli Stati Uniti ha dato vita ad una vera e propria scuola di pensiero, è ormai inserita a pieno titolo nei programmi di studi delle più prestigiose facoltà americane. Da Michael Novak a Murray Rothbard passando per la Scuola austriaca di economia, il pensiero liberista e libertario in questi anni è stato sviscerato e diffuso dall’Istituto, grazie anche all’opera di alcuni brillanti ricercatori come Alberto Mingardi e Carlo Lottieri.

Premetto che sul tema non sono un esperto, ma guardando al calendario degli incontri salta subito all'occhio l'impostazione, chiamiamola così, teorica, della Scuola che si concentra per lo più sull' analisi del pensiero filosofico/economico del liberalismo, trascurando (o approfondendo poco) altri aspetti a mio parere importanti. In particolare mi riferisco a quei settori che con il liberalismo c'entrano solo indirettamente, o meglio c'entrano perchè il liberalismo è il pensiero che ci guida quando in essi vogliamo operare.
Mi riferisco a temi quali Bioetica, Energia e Ambiente, come anche Giustizia, Riforme e Garanzia, Politica Estera e Relazioni Internazionali ecc...
Su quest'ultimo punto la Fondazione Ideazione potrebbe dare il suo contributo. Per quanto mi sia giunta voce che l'attività della fondazione sia ultimamente caduta in sonno, a causa del fatto che il suo Presidente, Domenico Mennitti, è trattenuto lontano da Roma per impegni politici, è da ricordare che nel 2002 era nata una Scuola di Politica Internazionale diretta dall'Ambasciatore Ludovico Incisa di Camerana.
Non ho la certezza che la Fondazione Ideazione abbia completamente chiuso i battenti lasciando aperta solo l'attività editoriale (compresa la nota rivista), ma penso che, se così fosse, non sarebbe una cattiva idea renderla di nuovo operativa. Soprattutto se si pensa alla particolare situazione di evoluzione in cui si trova il centro-destra attualmente.
Tornando al discorso politica estera, sarebbe, a mio parere, una bella idea se ai 4 indirizzi della Scuola di Politica Internazionale già esistenti ne venisse aggiunto uno creato ad hoc per entrare nel filone della Scuola di Liberalismo.
Insomma penso sia davanti agli occhi di tutti l'importanza che riveste la politica estera/geopolitica in questo preciso momento storico, mi pare quindi assurdo che una Scuola che si prefigge di formare una classe dirigente (politico-accademica) non affronti sufficientemente questo tema.
In conclusione. Si parla tanto della necessità di fare Network, se quest'anno la Fondazione Luigi Einaudi è stata affiancata dall'Istituto Bruno Leoni, l'anno prossimo potrà essere che venga affiancata anche dalla Fondazione Ideazione?

UPDATE: casca proprio a pallino la Summer School della Fondazione Magna Carta: una settimana di corsi tenuti da autorevoli docenti sia italiani che stranieri per 50 selezionati allievi tra laureati e laureandi.

mercoledì, maggio 10, 2006

I comici saranno anti-Prodi?

Quando si faceva presente che tutta la satira in TV era anti-berlusconiana (compreso quei comici che lavoravano nelle reti mediaset, alla faccia del conflitto di interessi) questi presunti comici rispondevano che la satira va sempre contro chi è al potere.
Ora sono proprio curioso di sapere se sarà così

martedì, maggio 09, 2006

Cultura di Destra, il dibattito continua...

Il dibattito sulla cultura di destra o se preferite cultura liberale continua sia su Tocque-ville, con il post di Astrolabio, sia sulle pagine dei quotidiani tradizionali, nel nostro caso Libero, con l'articolo di Robi Ronza.

Anche sul nuovo numero di Ideazione se ne fa cenno parlando di Right Nation Italiana, in particolare si parla della necessità di fare Network.

E a questo proposito io, nel mio piccolo, ho dedicato la parte in alto a destra del mio blog appunto ai numerosi (ancorchè piccoli) giornali, riviste, fondazioni e associazioni più o meno vicine al centro-destra (liberale), elencandovi i link per accedere ai loro siti internet.
Vi invito a fare lo stesso anche nel vostro blog.
Ovviamente se ne conoscete altri non esitate a segnalarmeli

domenica, maggio 07, 2006

Banner per il Sì al Referendum sulla Riforma della Costituzione


Invito tutti i bloggers di Tocque-ville a mettere sul proprio blog il Banner per il Sì al Referendum sulla Riforma della Costituzione.
http://www.forzaitalia.it/images/sivotasi.jpg
Sarebbe poi una buona cosa se lo si linkasse Qui

sabato, maggio 06, 2006

Alla Berlusconiana Mondadori Martino non c'è!

Se devo andare in una libreria (quelle poche volte in cui ci vado) solitamente vado alla Feltrinelli, i motivi sono due: è dietro casa mia e odio quelli di Mondo Libri.

L'altro giorno avevo deciso di andare a comprare il libro Semplicemente Liberale scritto da Antonio Martino ed edito dalla piccola casa editrice LiberiLibri di cui tanto avevo sentito parlare (soprattutto qui in Tocque-ville).
Entro quindi alla Feltrinelli e chiedo alla commessa il sopradetto libro, la quale garbatamente mi risponde che le dispiace ma loro non tengono libri di quella casa editrice. Non ci rimango sorpreso visto l'orientamento politico della Libreria in cui mi trovavo.
Decido quindi di andare alla Mondadori. Entro e trovo un numero non indifferente di libri antiberlusconiani, e con ciò intendo dire non semplicemente scritti da autori di sinistra ma il cui contenuto è proprio l'antiberlusconianismo. Certo poi vedo anche qualche libro del Quagliariello di turno, però non posso negare di aver avuto come l'impressione di trovare Travaglio con più facilità alla Mondadori che alla Feltrinelli.
Continuo a guardarmi un'pò intorno finchè non incontro una commessa e le chiedo il libro di Martino che stavo cercando. Ebbene non ci crederete mai ma ho avuto la stessa risposta che mi avevano dato alla Feltrinelli.
Si raggiunge quindi il paradosso di trovare alla berlusconiana Mondadori libri scritti da Flores d'Arcais e Travaglio e non da Martino.

Caro Berlusconi lasciatelo dire sei proprio un coglione, sì hai capito bene un coglione!
Inteso, come c'hai spiegato tu, come quella persona che va contro i propri interessi, un autolesionista insomma.
Bene allora il termine coglione ti si addice alla perfezione.

P.S. ma qualcuno mi sa dire dove cazzo lo posso trovare il libro di Martino?

martedì, maggio 02, 2006

Vota per un Ciampi Bis!


Io personalmente al Quirinale avrei preferito Gianni Letta, ma visto che sembra difficile che la sinistra lo voterebbe mi toccherà accontentarmi di Carlo Azelio Ciampi.
Se anche tu sei per il Ciampi Bis vota cliccando qui

UPDATE: Ciampi non vuole.... si torna a Letta

lunedì, maggio 01, 2006

E' ora di dire basta all'egemonia culturale della sinistra

Come in molti avranno notato dai risultati di queste ultime elezioni, in Italia la sinistra massimalista è ancora viva e vegeta (e oserei dire quasi più forte di prima) il che ci fa capire, sopratutto se si guarda al resto dell'Europa, che c'è qualcosa che non va.
Il problema secondo me è (anche) la storia. Perchè è evidente che se in Italia non ci fosse stato il revisionismo storico operato dalla sinistra dal dopo guerra ad oggi, attualmente probabilmente non ci ritovremmo con due partiti comunisti (se si escludono i Ds e i Verdi) al governo, ma neanche all'opposizione se è per quello. Le manifestazioni che si sono svolte 25 Aprile e il 1 Maggio ne sono state la dimostrazione più evidente.

Se si pensa che i crimini comessi dai comunisti (foibe e gulag tanto per dirne qualcuno) sono poco diversi da quelli comessi dai nazifascisti, allora viene da domandarsi come mai il partito comunista italiano non ha fatto la fine di quello fascista? E se non è la legge ad impedirgli di esitere allora dovrà essere l'opinione pubblica anche attraverso il voto a doverlo fare.
E qui sorge il problema principale. Perchè come tutti sanno la sinistra ha sempre avuto l'appoggio della classe intellettuale, molti storici hanno completamente sorvolato sui crimini commessi dai comunisti facendoceli passare come dei santi liberatori. Basti pensare che si sono dovuti aspettare 60 anni per riconoscere le Foibe, e una volta che non si poteva negare l'evidenza i più schifosi comunisti si sono messi a raccontare che lì ci hanno buttato solo fascisti (balle!!!) e che il tutto era da relazionarsi al particolare periodo storico. E quindi si continua a mistificare la realtà.

E' evidente che se ciò tutt'ora accade è anche colpa del centro-destra che in 12 anni ha fatto poco niente per creare un'inversione di tendenza ( si veda a riguardo Angelo Crespi su Il Domenicale, Alberto Mingardi su Libero, e, tra gli altri i post di Krillix e di Semplicemente Liberale).
Ovvio, non nego che vi siano delle lodevoli eccezioni in particolare mi riferisco alla grande macchina culturale di Marcello Dell'Utri con il suo Circolo e il Circolo Giovani, la Biblioteca di via Senato, le pubblicazioni Il Domenicale e L'Erasmo ecc... ma evidentemente non è sufficiente.

Tornando al problema del revisionismo storico, qualcosa è stato fatto, penso soprattutto alla fondazione nel 1997 della rivista Nuova Storia Contemporanea, il bimestrale di studi storici e politici sull'età contemporanea diretto dal Prof. Francesco Perfetti e affiancata da un comitato scientifico internazionale di tutto rispetto.
Ma se si torna al discorso fatto all'inizio di questo post se ne deduce che non è sufficiente.

Rubo la frase a John Christian Falkenberg dicendo che il sottoscritto, avendo la creativita' di un ferro da stiro, prova a far quello che gli riesce meglio: sparare boiate in liberta';
Quindi ecco alcune proposte: Quello che ci vorrebbe in Italia è un think-tank indipendente che si focalizzi appunto sulla storia contemporanea (sopratutto italiana ma non solo).
L'idea sarebbe quella di creare un centro studi privato ed indipendente formato da un piccolo (almeno inizialmente) gruppo di giovani ma capaci ricercatori guidati da un studioso di un certo livello (come Perfetti) che pubblichi libri e ricerche, scriva articoli su giornali e riviste più o meno specilizzate, partecipi e organizzi convegni, mostre e manifestazioni, il tutto con l'obbiettivo di riscrivere la storia "vera" che in molti casi ci è stata raccontata solo in modo incompleto e non sempre veritiero.
Sottolineo la necessità che questo ipotetico Istituto sia indipendente dalla politica, in primis perchè quello che si vuole non è scrivere una storia di parte (come ha fatto la sinistra) bensì studiare e raccontare la storia come realmente si è svoltà, in secondo luogo perchè se tale Istituto fosse collegato a qualche partito politico il risultato delle ricerche che in esso si svolgono verrebbero bollate a priori come di parte e quindi non prese minimamente in considerazione.
Fonte di ispirazione per struttura e modalità di lavoro potrebbe essere l'Istituto Bruno Leoni

I politici del centrodestra non hanno capito l’importanza della cultura, perché per governare ci vuole il consenso e solo la cultura permette di ottenere quel consenso necessario per immaginare la rivoluzione liberale.
Se ripenso all'editoriale di Crespi penso che non tutto è perduto e, a parer mio, si è ancora in tempo per interrompere l'egemonia culturale della sinistra.
Voglio ricordare che l'obbiettivo non vuole essere quello di creare a nostra volta un'altra egemonia, sarebbe poco liberale, piuttosto direi di creare un'alternativa.

Essenziale a mio parere è puntare sui giovani per il semplice fatto che è più facile coltivare menti vergini che convertire uno che ha sentito parlare bene di Marx e compagni da quando è nato.

Ora provo a buttare giù qualche esempio concreto:

Che io sappia nemmeno Dell'Utri, attraverso la sua "macchina culturale" si è interessato a sufficienza alle arti visive, una buona idea potrebbe essere la seguente:
Creare una Fondazione che si prefigga come scopo principale quello di favorire e cogliere sul nascere i fermenti emergenti attravero la promozione della giovane creatività artistica. Creare un'istituzione che non sia solo un luogo espositivo, ma anche struttura di sostegno appunto per artisti esordienti, per dare spazio alle ricerche artistiche giovanili. Un centro che possa essere il luogo di incontro per un dialogo formativo, permettendo la sperimentazione, favorendo scambi e collaborazioni, con lo scopo di diventare il punto di riferimento e il trampolino di lancio per giovanissimi autori.
Un esempio a cui ispirarsi potrebbe essere la Fondazione Bevilacqua La Masa

Sempre rimanendo sui giovani ma spostandosi al campo letterario, potrebbe essere una buona idea la creazione di un Premio Letterario Nazionale per i giovani appunto. La sua istituzione potrebbe essere opera della Fondazione di via Senato.
Non sarebbe poi una cattiva idea se venisse aperta una Libreria Caffè il Domenicale, che io sappia attualmente presente solo a Milano, nelle principali città (città metropolitane?) italiane.
D'altronde è inutile negarlo, punto di forza della sinistra è anche la ramificazione territoriale, settore in cui il centro-destra pecca.

Crespi sottolinea la necessità di trasformare Il Giornale in un autorevole quotidiano di centro-destra proponendo di copiare La Repubblica. Non posso che condividere e domanderei inoltre, perchè non iniziare con l'assumere autorevoli giornalisti presenti nei boards di think-tank vicini al centro-destra che attualmente scrivono in importanti (e per lo più anti-berlusconiani) quotidiani Italiani, come
Magdi Allam (Corriere della Sera e Fondazione Magna Carta), Maurizio Molinari (La Stampa e FMC), Piero Ostellino (Corriere della Sera e Fondazione Liberal), Fiamma Nirenstein (La Stampa, Fondazione Liberal e FMC), Gaetano Quagliariello (Il Messaggero e FMC), Vittorio Mathieu (Panorama, Fondazione Ideazione e FMC), Alessandro De Nicola (Il Sole 24 Ore e Adam Smith Society) ecc... ?

Queste erano alcune idee buttate là, se ritenete che siano solo minchiate rifatevi con questo interessante editoriale di Christian Rocca su Ideazione

Anch'io come Libertarian ovviamente sostengo che tutto ciò debba avvenire senza l'intervento dello Stato.


P.S. segnalo questo articolo di Ideazione dell'anno scorso nel quale gli autori cercano di rappresentare l'arcipelago culturale della Casa delle Libertà