mercoledì, maggio 17, 2006

Centro-destra all'opposizione.Cosa fare

Ripropongo un interessante articolo di Raffaele Jannuzzi che si inserisce perfettamente nel dibattito in corso su Tocque-ville.

Il centrosinistra, vincitore «tecnico» ma non «politico»
La storia la scrivono i vincitori. E' cosa risaputa. Forse è meno risaputo un altro dato: la stessa storia non fa sconti neppure ai vincitori. Soprattutto quando si tratta di vincitori «tecnici» e non politici. Stiamo parlando della «vittoria tecnica» del centrosinistra alle elezioni del 9 aprile. Una vittoria tecnica che sta pesando sul corpo politico della sinistra ancor più di una rovinosa sconfitta. Perché la vittoria diventa amara quando non si fa più politica e non si riesce, dunque, a sollevare lo sguardo sulla realtà delle cose, sullo stato delle cose, in Italia. Flores d'Arcais e Cacciari, discutendo di politica su Micromega, si dividono su questo nodo scorsoio, appunto, la «vittoria tecnica» del centrosinistra. Osserva Flores: «Insomma, il centrosinistra ha ottenuto una vittoria tecnica, ma sembra allegramente intenzionato a dissiparla, anziché lavorare senza la minima smagliatura per trasformarla in successo politico, in una coerente e incalzante azione di governo. Viene da domandarsi se i dirigenti della nuova maggioranza vogliano davvero continuare a ripetere gli errori fatti nella campagna elettorale».
Il primo dato è chiaro, netto sullo sfondo del presente: la vittoria tecnica del centrosinistra è un problema, non una condizione per governare e, dunque, fare politica. Cacciari picchia duro e va fino in fondo alle questioni dirimenti: altro che movimenti e società civile di rinforzo, qui bisogna capire una sola cosa: quale? «Come si fa - incalza Cacciari - a non interrogarsi come si deve, in modo sufficientemente approfondito, sul fatto che, malgrado cinque anni di governo assolutamente disastroso da ogni punto di vista, anche tecnicamente, con una situazione come quella italiana, con un'opinione pubblica internazionale assolutamente contraria alla leadership del Cavaliere, Berlusconi ha ottenuto il consenso elettorale che ha ottenuto?».
Ora, il filosofo veneziano, che non vuole incorrere ancora negli errori di cui ha parlato, con senso storico e qualche imbarazzo politico, in una recente intervista al Corriere della Sera, non ci sta a farsi impiccare dall'insipienza delle élites, alquanto cialtronesche, di questo sgangherato centrosinistra, e sembra scuotere costantemente la testa (già lo vedo...) di fronte alle solite prediche anti-berlusconiane del Flores, con il suo j'accuse al Cavaliere per la spregiudicatezza anti-fiscale. E il nostro filosofo è sempre meno convinto, quasi s'incazza, alla fine: abbiamo perso al Nord, Flores, me lo spieghi perché? E poi, come si fa ancora una volta a dire ai ceti produttivi delle due-tre regioni che tirano su il Pil nazionale, che devono pagare le tasse, così, senza avere nulla in cambio, e facendoli per giunta passare per gli evasori in pectore, jene anti-fisco che spolpano la carne e poi vanno ad ingoiare anche i propri figli? Insomma, qualcosa di grosso non funziona. Non c'è pensiero e non c'è senso della realtà. Manca una prospettiva, un orientamento, così non si può fare politica. Le tasse si pagano quando c'è un interesse produttivo come posta in gioco, non perché «si devono» pagare.
Ci vuole, continua Cacciari, un serio discorso federalistico, che includa una seria politica per gli enti locali, con una riforma della finanza locale e un autentico federalismo fiscale, roba che, come tutti vediamo, dista anni luce dalle teste delle mezze calzette unioniste. «Ma se la questione continui a impostarla nella solita maniera - è sempre Cacciari nella sua furia anti-Flores - continuerai a perdere, per poi riempirti la bocca parlando di spiriti animali, ripetendo l'assoluta balla che votano Berlusconi perché permette loro l'evasione e l'illegalità». Bene, Cacciari ha capito qualcosa dello stato delle cose, in Italia. Flores non ha mai capito un tubo di niente su questo Paese, figuriamoci se ci capisce qualcosa oggi, che non riesce neppure a riconoscersi in questo centrosinistra. L'anti-politica al governo... di Micromega, e più in là non andiamo.

Forza e responsabilità di Berlusconi
Ecco, così, che da questa conversazione emerge la forza di Berlusconi e, insieme, la sua responsabilità storica, come leader dell'opposizione. Il risultato di Forza Italia è un capitale sul quale investire adeguatamente, uno «zoccolo duro», che esiste, indipendentemente dalle risposte della classe dirigente alle istanze della base forzista. Questo è l'altro dato politico, una criticità specifica, sulla quale impostare un ragionamento serio. Anche i nostri avversari comprendono che, senza Berlusconi, il centrodestra praticamente non esisterebbe e, nel contempo, anche loro sanno che l'entità politica «centrodestra» non può più baloccarsi con le formulette pragmatistiche, come «il riformismo del fare», o anche la «nuova politica». La loro fortuna sarebbe esattamente questo stallo del pensiero progettuale e della seria e solida politica del centrodestra, guidato da Forza Italia e dalla leadership berlusconiana.
Questo è il punto politico oggettivo che deve rimanere saldamente ancorato sul terreno del presente, pena il decadimento progressivo delle possibilità di costruzione di un soggetto politico forte e credibile, alternativo alla sinistra. Quel che Cacciari rimprovera al centrosinistra, l'assenza delle idee-forza e di una visione politica, è anche il nostro deficit. Perché non basta appellarsi magicamente e fideisticamente alla leadership berlusconiana oppure al suo sano populismo democratico, di cui ho tessuto razionalmente le lodi: occorre un lavoro di rimescolamento delle carte all'interno del partito e una nuova selezione della classe dirigente, con criteri autenticamente democratici, elezioni delle élites politiche, per cominciare, da parte della base.

Un partito solido per affrontare le sfide del presente e del futuro
Vedo chiaramente il problema: non sono mai esistite, come ha sempre realisticamente affermato Miglio, classi dirigenti che si siano auto-riformate, senza aver subito una forte pressione esterna, soprattutto di natura storica, un evento traumatico o qualcosa di simile. E' così. Ma è anche vero che la politica, la nostra politica, non può che fare i conti con due questioni di enorme portata: la nostra fragilità sul territorio e l'assoluta mancanza di una cultura politica in grado di decifrare i passaggi storici in atto. Se non colmiamo, con la giusta gradualità ma senza cedimenti a facili compromessi, questo deficit, la partita all'opposizione si farà dura, alla fine insopportabile. Perché chi non ha potere sui territori e non vede la possibilità di averne in futuro, mollerà l'azione politica e lascerà il campo alla sinistra già molto attrezzata ed egemonica in quasi tutto il Paese. Gli spazi, in politica, non devono mai essere lasciati agli altri, agli avversari, soprattutto in una fase magmatica come questa e quando la sinistra è ingabbiata nelle sue stesse logiche politicamente sterili.
Che fare? Tre punti focali di battaglia politica
Che fare? Innanzitutto, riorganizzare l'opposizione su base tematica. Tre sono i punti focali della battaglia politica: a) la famiglia e la bioetica (il che consentirebbe di declinare la politica come bio-politica, un enorme passo avanti); b) gli assetti federali del potere pubblico, a cominciare dalla battaglia referendaria sulla riforma costituzionale; c) il lavoro, l'economia in termini di competitività (cioè, come ha ricordato giorni fa Tremonti, una nuova idea di Europa) e la mobilità sociale (il mercato deve servire ad elevare le condizioni economiche e lo status sociale di chi non ha, se no è pura ideologia). Ecco, questi sono i punti-chiave, a mio avviso, per una seria e progettuale battaglia politica di opposizione e sono passaggi che possono essere anticipati e prospettati prima ancora che la sinistra provi a mutare le riforme del governo.
Occorre, cioè, avere una concezione attiva e finanche pro-attiva, anticipatrice e dinamizzante, della politica, che permette di non subire l'azione disgregatrice di un governicchio radical-estremista senza idee. Noi possiamo, infatti, capitalizzare sia il grande risultato elettorale, sia il grande capitale di conoscenza del governo e delle riforme da noi realizzate. Sono due patrimoni da far fruttare e non da considerare come ornamenti da lanciare in avanti, retoricamente, magari calcando la mano su questioni, oggi politicamente marginali, come lo «scippo» della vittoria e/o la loro incapacità di governare. Quest'ultima uscirà nettamente, quando noi saremo capaci di fare un balzo in avanti di chiara conformazione politica e progettuale, avendo ormai consolidato il quadro di riferimento etico-politico e tecnico-politico. Certo, questo sarà l'inizio di un processo che non potrà non investire, come in un positivo effetto-domino, la nostra base, alla quale occorrerà parlare di politica, con le categorie adeguate e il lessico giusto. E sia, ma, come sappiamo, l'inizio giusto dà il tono giusto a tutta l'opera, evitando la disfatta ultima, di fronte ad una riconosciuta «vittoria tecnica», non politica, del centrosinistra. Se non ora, dunque, quando?

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