giovedì, maggio 25, 2006

Oscar Giannino: prepariamoci alla rivolta fiscale!

Caro Direttore,
ci siamo. Mano alla penna? No. Di più, molto di più. Mano ai cartelli. Ai banchetti. Ai campanacci Alle marce di protesta. Dritti dritti sino all’autodenuncia per disobbedienza civile, per chi se la sentirà di trasformare il proprio secco no a nuove tasse in una grande campagna di mobilitazione, in una grande battaglia per la libertà degli individui, delle famiglie e delle imprese. Che ci processino. Tutte le grandi democrazie sono nate da rivolte fiscali, quella americana contro le esazioni pretestuose della Corona britannica, quella francese contro gli avidi appaltatori delle regie imposte. Prepariamoci anche noi. Senza perder tempo e aspettare lo faccia per noi questo o quel partito. Facciamolo da soli: più saremo a difendere i diritti del nostro portafoglio, prima che quelli di questo o quel leader politico, più saremo credibili, numerosi e forti.
Dirai che mi è saltato un venerdì. Per niente. Io ho conosciuto come persona seria Vincenzo Visco, quando da ragazzino incrociavo ogni tanto nello studio del professor Bruno Visentini, e sono ormai tanti anni. Visco è persona di parola, e quando dice una cosa c’è da metter la mano sul fuoco che parla con intelligenza e determinazione. Chi pensa sia un guitto sbaglia di grosso. Perché su argomenti come le tasse e la proprietà, per chi è liberale la quintessenza della libertà individuale insieme a quella di pensiero, bisogna saper rispettare i propri avversari. Soprattutto quando sono lucidi e temibili, i migliori rappresentanti di una tradizione che affonda le radici in 70 anni di storia. Perciò fidatevi: se ieri mattina Visco ha detto che la tassazione delle rendite finanziarie e di successione si farà, è esattamente ciò che avverrà. E dunque bisogna prepararsi. La sua correzione pomeridiana, secondo cui le tasse non aumenteranno e anzi i proventi della lotta all’evasione serviranno a diminuirle, è puro omaggio formale all’invito prodiano a non fare troppo casino. Ma Visco ci ha dato l’ultimo avviso. A noi ora, tenerne giusto conto.
Perché Visco è temibile? Perché sulle tasse non è un comunista. Se lo fosse, non avrebbe chanches: sarebbe per la tassazione asintotica che coincide con la proprietà integrale di Stato, e non sarebbe stato ministro alle Finanze né ora né in passato. Il problema è che Visco incarna - nella versione più decisa – la tradizione ohimé neokeynesiana, convinta che i colpi portati dal marginalismo austriaco e dall’offertismo americano a un’imposizione fiscale pari a metà del reddito nazionale siano stati solo espressioni feroci e da rigettare di una nuova lotta di classe. Non più tra operai e padroni naturalmente, ma tra la minoranza che ha accesso a redditi diversi da quelli di lavoro, e chi invece vi resta confinato.
E’ una teoria che può affascinare ancora in Italia, laddove oltre l’80% delle famiglie preferisce ancora investire la propria ricchezza patrimoniale – non bazzecole, quasi 300 mila euro in media – nell’acquisto di immobili, invece che negli asset finanziari. Ma che non potrebbe mai attecchire in America, dove azioni o obbligazioni sono detenuti da quasi il 60% delle famiglie. Ma c’è un però, caro direttore. Un però grande come una casa, appunto. Rialzare le aliquote per le imposte di successione e per la compravendita di azioni e obbligazioni private, alzare gli estimi catastali e fissare un tetto per ricalcolare l’Ici sulla prima casa oltre una certa soglia, e sulla seconda con un’aliquota secca in ogni caso – l’intenzione di Visco - non è affatto manovra che riguardi poche migliaia di rentiers, pingui e col monocolo come nelle caricature di Gorge Grosz. E’ una falce che colpisce milioni di italiani. E più ne colpirà, visto che Visco intende proporre per sovrammercato l’innalzamento delle aliquote contributive per altri milioni di individui, i lavoratori autonomi e parasubordinati:a parole per scoraggiare l’esternalizzazione dell’occupazione e per combattere il precariato, in realtà per “colpire” strategicamente la parte d’Italia che, più praticando sulla propria pelle tutti i giorni il rischio d’impresa, più è idealmente lontana dal collettivismo di cui è impregnato il modello “più Stato, più fisco, più lavoratori dipendenti intoccabili, nel pubblico e nel privato”.
Noi liberisti dobbiamo replicare con durezza. Abbassare energicamente le imposte in un paese in cui il prelievo fiscale è al 42 per cento del Pil e la spesa pubblica oltre il 48, serve a quattro cose distinte. A riprendere con maggior forza il sentiero della crescita. A sanare il gap che ci divide dalle economie trainanti del mondo, e insieme da quelle emergenti in Europa. A dare maggior libertà agli individui. A realizzare un maggior dinamismo sociale, cioè a far salire più rapidamente in alto nella piramide sociale chi oggi sta in basso. È stato il grande Robert Solow, 50 anni fa esatti, a riclassificare i 5 diversi effetti negativi esercitati da alte aliquote: meno investimenti, meno offerta di lavoro e minor propensione all’attività, allocazione dell’offerta di lavoro in settori meno produttivi, minor produttività marginale del capitale investito, minore efficacia e stock degli investimenti in tecnologie trainanti. E’ vero, caro direttore, staremmo assai meglio se il governo Berlusconi non si fosse limitato a poche limature alle aliquote, e avesse applicato per intero il suo contratto con gli italiani. Ma almeno ha dimostrato che c’è una alternativa a metter le mani nelle nostre tasche. E in ogni caso, è anche perciò che noi liberisti dobbiamo scendere in piazza contro nuove tasse subito, senza aspettare sia Berlusconi a dirlo.
Dice la sinistra che i conti pubblici sono a rischio, che siamo come nel ’92. E’ una balla, lo sanno loro per primi. Ma in ogni caso, per raccogliere più imposte non c’è alternativa: bisogna abbassare le aliquote, non alzarle. L’aliquota media di prelievo sul reddito d’impresa è scesa in area Ocse dal 41% nel 1986 al 30% due anni fa. Quella più alta sul reddito delle persone fisiche è scesa in media dal pauroso 67% dove stava nel 1980, al 39. Eppure lo Stato non è dimagrito, nell’area Ocse il suo gettito fiscale medio è passato dal 32% del Pil complessivo nel 1980, al 41% del 2004. Decisi tagli alle tasse non solo fanno crescere di più nel breve chi li pratica concentrati nel tempo, come è avvenuto ad esempio per l’Irlanda, ma nel medio-lungo periodo ampliano la platea fiscale e fanno emergere imponibile nascosto. Altro che lotta agli evasori con le manette.
Dice la sinistra che solo alzandole tasse non si premiano i ricchi. Un’altra balla. Nel 1984, prima della rivoluzione fiscale di Reagan negli Usa, l’aliquota marginale più elevata sui redditi sfiorava il 70%. Oggi è scesa alla metà. Risultato, considerando il contributo al totale delle imposte federali disaggregato per quintile di reddito: quello più basso, cioè i più poveri, hanno visto abbassarsi la loro quota dal 2,4% del 1984 all’1,1% nel 2004; il quintile più alto, i ricchi, hanno visto alzare la propria quota parte sulle imposte raccolte dal 55,6 per cento di 20 anni fa al 65,3%. Il decile più alto di reddito, è passato dal 39,3 % del totale del 1984 al 52%. I Paperoni, l’1% di americani ricchi sfondati, sono passati dal 14,7% del totale delle imposte raccolte nel 1984 al 23,7%. Abbassando decisamente le aliquote sono i ricchi , che accrescono la propria quota parte di sostegno alla spesa pubblica, dimezzandola ai poveri. Perché con aliquote più basse i ricchi pagano di più e i poveri meno.
Prepariamoci alla lotta, dunque. E diciamolo chiaro agli iscritti di Confindustria. Se il vostro presidente Montezemolo, domani, dalla tribuna della vostra assemblea sosterrà anch’egli che per cinque punti di cuneo fiscale in meno è necessario più prelievo su compravendite finanziarie e successioni, più alti contributi agli autonomi e un bel rialzo dell’Iva, allora cari imprenditori guardatevi allo specchio. E interrogatevi se non valga la pena di spedirgli un telegramma dicendo che ve ne uscite su due piedi, da un’associazione “tassaespendi”. Il fisco non è cosa per aridi contabili. Ha a che vedere coi fondamenti della libertà . Non è un caso, che i Padri Fondatori della democrazia americana avessero escluso dalla Costituzione l’imposizione sui redditi, che Thomas Jefferson si producesse in arringhe contro “la tassazione diretta della ricchezza, che ha segnato il declino di ogni grande esperienza statale nella storia, alzando il prelievo progressivamente al declino che avanzava”. Dovessimo impegnarvici le nostre forze per anni a venire, lo Stato italiano ha ancora tanto grasso inutile sulle sue membra e tanti parassiti al suo interno che la battaglia contro più tasse oggi è la bandiera di chi ha meno, e non di chi ha di più.

Da Libero, 24 maggio 2006

6 Comments:

Blogger Paolo di Lautréamont said...

Eccellente: mi era sfuggito, e lo segnalo.

9:04 AM  
Blogger Tudap said...

Allora ti farà piacere sapere che l'ex sottosegretario di FI Maurizio Sacconi e il coordinatore azzurro Sandro Bondi hanno lanciato dal Veneto una raccolta di firme per un referendum di iniziativa popolare per l'abolizione dell'Ici sulla prima casa

10:43 AM  
Blogger Vlad said...

Caro Giannino, condivido quasi tutte le sue opinioni tranne una: l'ammirazione per Berlusconi. Non sono un moralista e so che la Storia è piena di ex pirati che hanno fatto grandi cose. Se il Nostro si fosse rivelato un Reagan o una Tatcher sarei stato disposto a dimenticare l'oscura origine delle sue ricchezze iniziali, le leggi ad personam per rendere impossibile indagare su di esse e su altre sue "biricchinate" etc. Ma non è questo il caso. Reagan e la Tatcher ingaggiarono immediatamente una lotta senza quartiere alle corporazioni che invischiavano i loro Paesi e riportarono significativi successi già nei primi anni del loro potere. Il Berlusca in cinque anni di maggioranze parlamentari amplissime non ha neppure scalfito le nostre corporazioni, non ha minimamente sfoltito le fameliche tribù localistiche descritte nel libro di Stella e Rizzo, etc. E' semplicemente stato, come dice Pannella, "non il primo di un'era nuova, ma l'ultimo dei loro". Allora come dimenticare le sue origini banditesche? Da dove viene l'ammirazione che non solo personaggi alla Bondi, ma persone della sua levatura provano per lui?
Luciano Roffi - Roma

4:34 AM  
Blogger salvio said...

non perderti allora l'intervento di Giannino all'Angelicum.

http://www.decideremilano.net/2007/10/oscar-giannino-contro-le-tasse-al.html

12:06 PM  
Anonymous Anonimo said...

Buon giorno Dott. giannino. Vorrei sottoporle una valutazione di carattere fiscale per vedere se la ritiene giusta. L' iva è una tassa sul consumo che è giustificata dalla necessità di fare comunque pagare almeno quella tassa a quei cittadini che , tra carico e scarico fiscale , pagherebbe 0 di imposta. Una funzione dunque di riequilibrio. E' a questo punto che se chi governa toglie le detrazioni , l' iva finisce per diventare una addizionale e non è giusta !!!! Pressione fiscale diretta al 43% senza detrazioni e con iva al 20% = 63% !!! ( chi le paga !) Ecco perchè non ce la facciamo più ! Il paragone tra l' Italia e le altre nazioni secondo me si fa considerando , dopo avere prodotto 100 euro al netto di tasse, detrazioni e contributi ... quale potere di acquisto rimane ! In Italia rimangono 20 o 25 euro ! E nelle altre nazioni ? Non sarà che ci resta il doppio? Se la valutazione fosse utile , mi farebbe piacere saperlo. In ogni caso complimenti e cordiali saluti. Mario mealndri.

5:04 AM  
Anonymous Anonimo said...

Caro direttore, cari lettori, normalmente un buon padre di famiglia con l' ausilio della moglie, prende decisioni importanti, a volte restrittive agli occhi dei figli, ma comunque necessari per il futuro della famiglia, e se sbaglia, chi paga in primis è la famiglia. Lo stesso accade per gli imprenditori, sia piccoli che grandi, ogni decisione presa è per il futuro, se sbagliano pagano e falliscono. Ogni persona responsabile, prende decisioni più o meno sagge, più o meno lungimiranti, comunque per il bene della famiglia.
Il politico essendo il nostro rappresentante, DOVREBBE essere, io credo, come un buon padre di famiglia, essere saggio, lungimirante, prendere decisioni per il futuro benessere del suo popolo, il popolo sovrano che lo ha eletto.
Purtroppo la storia recente della nostra Repubblica, ci insegna che così non è.
Hanno fatto solamente i loro interessi, prendendo spesso delle decisioni infauste.
Prendiamo ad esempio il fabbisogno energetico della nazione, decisero alcuni decenni or sono, ORGOGLIOSI, che saremmo stati l' unica potenza mondiale industriale denuclearizzata.
Adesso i risultati si vedono, molto chiari, siamo in ginocchio, a pregare gli altri paesi a non chiudere i rubinetti, vuoi di petrolio, del gas, dell' elettricità, e chi ne paga le conseguenze?
Loro no, sono ancora lì, legati al loro scranno, e non lo mollano, anzi si offendono a morte se qualcuno li invita ad abbandonare, proclamandosi di diritto i
PADRI della PATRIA.
Ultimamente con le inchieste giornalistiche sulla CASTA politica, sono emerse delle situazioni inverosimili, vergognose per un paese civile, dove il popolo sovrano risulta essere più un popolo bue, un popolo pollo.
I nostri rappresentanti ci costano più di un milione di euro al giorno, il caro presidente ci costa più dell' intera famiglia Reale Inglese, poi c' è l' esercito dei sottosegretari, dei portaborse, dei porta voce, degli assessori e consiglieri regionali, provinciali e comunali, con i loro dirigenti, capiufficio, capigruppo, segretarie di vario genere,
direttori ASSL, usceri, ecc..
Tutti quanti con stipendi al di fuori del comune, con privilegi inimmaginabili, dalle seicentomila auto blu con autista, viaggi e rimborsi di rappresentanza e non, computer fissi e portatili, telefoni cellulari, treni, aerei, autostrade, e quant' altro, tutto chiaramente a spese del popolo pollo.
E poi ci raccontano che non ci sono soldi per i Carabinieri, per la Polizia, per gli Ospedali, per la viabilità, la scuola, gli asili, ecc
E il popolo pollo giustamente sternazza inorridito, urla incazzato, grida stanco... Ma poi alla fine paga, si mette in coda, subisce, inerme, impotente...ma paga..
Dove sono finiti i girotondini, i nanni nannini, i grilli grillini, le cicale opportuniste, i celoduristi di ogni occasione..
Tutti si riempiono la bocca di mandarli a casa, "..bisogna mandarli a casa.." e poi?
Si fanno una lista a hoc per presentarsi in parlamento, per aiutarci, per impedire lo scempio, per cambiare il sistema, ma alla fine si accomodano per partecipare
all' abbuffata, alla faccia del popolo pollo, che hanno deriso, raggirato..SPENNATO
Ancora oggi sui quotidiani si leggono articoli dove si parla di mandarli a casa, ma veramente credete che con il voto di domenica e lunedì, saremmo in grado democraticamente di mandarli a casa? Credo proprio di no.
Domenica, tutti i cittadini di buona volontà, incazzati o no, vogliosi di cambiar veramente le cose, dovrebbero scendere in tutte le piazze d' Italia, con i certificati elettorali in mano per manifestare protestare contro questa classe politica, LA CASTA, dire BASTA, non ci sono più soldi.. il tempo del ben godi è finito...
DARE UN SEGNO..DI VITA... DI SPERANZA
Cosa succederebbe? L' anarchia? La rivoluzione di classe?
No, non credo, anche perchè sono le parole che loro usano per spaventere i loro polli, perchè verrebbero a mancare le certezze, e senza certezze la gente, i polli, sono spaventati, hanno il terrore..
Viviamo di lavoro, di speranze, di certezze... Continueremo a lavorare, sperare, cercar certezze, e a PAGARE
Speravo in Berlusconi, Bossi, Fini, ma anche loro si sono adeguati al sistema, basta vedere gli indennizzi ricevuti per le elezioni passate, degli emolumenti che percepiscono, dei privilegi, delle case che ottengono di favore, una VERA VERGOGNA nei confronti di chi non riesce più far fronte alle spese minime quotidiane
Un piccolo artigiano con l' acqua alla gola...fondatore con alcuni amici di uno dei primi circoli Forza Italia...tradito...come tutti del resto
Grazie per l' attenzione.
LINOUSA

1:15 AM  

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