martedì, maggio 30, 2006

Rivolta Fiscale? Sì può ma bisogna crederci

Se vi è piaciuto questo articolo del mitico Oscar Giannino vi invito a leggere quello che seguirà a firma di Alberto Mingardi:

Ieri Antonio Martino, su queste colonne, ricordava un avvenimento incredibile, nella grigia storia della prima repubblica. Il 23 Novembre 1986, più di trentamila persone invadevano pacificamente le strade di Torino per protestare contro il fisco. Ce le avevano portate un piccolo samizdat cittadino, “Controstampa”, e il suo animatore Sergio Gaddi. C’è una bellissima foto, uno scatto alla “quarto stato”: un fiume di gente, e in testa per l’appunto Martino, Sergio Ricossa e Gianni Marongiu. Tre mosche bianche, tre economisti liberisti in un’epoca in cui i miti dello Stato padrone cominciavano appena a vacillare. E’ la lotta di classe come dovrebbe essere: i produttori tutti, contro lo sfruttatore pubblico.
Qualche aneddoto, credo significativo. Sul “Giornale”, Ricossa la chiamò “la seconda marcia dei quarantamila”, annodando un filo rosso con la famosa manifestazione dei colletti bianchi. Una volta e l’altra, era stata la maggioranza silenziosa ad alzare la voce, sovrastando il coro dei sacerdoti della spesa pubblica e degli apologeti del sindacato. Fu un trionfo imprevisto. Sempre Ricossa, nel suo diario (pubblicato da Rizzoli nel ’95, titolo: “Come si manda in rovina un Paese. Cinquant’anni di malaeconomia”), ricorda d’essere stato sondato da Cesare Romiti, per conto di Bruno Visentini, ansioso di comprendere se e come quell’estemporaneo movimento potesse rivelarsi pericoloso. Non era stato un corteo di quelli che sfilano sul marciapiede. Che la riuscita dell’iniziativa abbia suscitato parecchia irritazione, nel ceto politico, è attestato pure da un altro episodio. Bettino Craxi liquidò la questione dicendo che in piazza c’erano andati “solo evasori”. Martino, su “La Stampa”, replicò: sarebbe come se io dicessi che i socialisti sono tutti ladri. Apriti cielo. Questa battuta premonitrice gli costò la collaborazione – come usa nei giornali, e sono tanti, in cui il rubinetto degli editoriali è aperto e chiuso dalle paure dei direttori.
Perché quella domenica del 1986 è rimasta solo un bel ricordo? Probabilmente per deficienze di tipo organizzativo. La cosa peggiore che possa capitare, a chi ha successo, è non essere preparato a gestirlo. Ci fu qualche tentativo di replica – a Genova, per esempio. Ma con scarsissimo seguito. Un più robusto movimento antifisco avrebbe occupato la scena nazionale solo pochi anni dopo, e sarebbe riuscito a mettere radici con un’operazione inedita: cioè visualizzando geograficamente il cancro dell’ingiustizia contributiva. Sto parlando della Lega. La grande intuizione del “basta tasse, basta Rome” sta nel rendere manifesto un dato pure a tutti noto: che, cioè, la metà del Paese che paga le imposte e la metà che le consuma coincidono, grosso modo e con le dovute eccezioni, col Nord e col Sud del Paese.
Nell’ascesa della Lega, e per alcuni versi nella stessa nascita di Forza Italia, c’era l’eco non solo del crollo del muro, ma anche delle riforme coraggiose di Reagan e Thatcher. E pure, sì, della marcia dell’86 – e di quel che l’aveva preceduta. E’ apparentemente strano, infatti, che una silenziosa rivolta di quella portata abbia avuto come teatro Torino, e non la più dinamica Milano. Torino non è le mille imprese della Brianza, che col fisco ci litigano di continuo, ma la Fiat, per anni l’azienda protetta per definizione, sotto il regno di Gianni Agnelli più un’appendice che un contribuente dello Stato italiano. D’altro canto, in quegli anni Milano partecipava profondamente del progetto craxiano, mentre i protagonisti della politica espressi dalla città della Mole erano individualità meno cospicue, più defilate, fedelmente al servizio della Real casa ma incapaci di sintonizzarsi sul sentire comune. Però non basta, come spiegazione. C'è altro. A Torino, da anni momenti di riflessione su temi antistatalisti erano organizzati dal Cidas. Quel centro studi è riuscito a dare strutturazione coerente, a moti di stizza che altrimenti sarebbero rimasti imprecazioni a fior di labbra. Per una rivolta fiscale, gli ingredienti sono gli stessi necessari ad una grande stagione di riforme: l’offerta di idee, i canali attraverso cui veicolarli, e l’incontro con la “domanda” popolare.
Oggi dovrebbe essere più facile, ribellarsi, di quanto fosse vent’anni fa. Quelle idee si sono sparse a macchia d’olio. I liberisti restano un club esclusivo ma molto meno esclusivo di quanto fossero in passato. Uno Stato più leggero è sentito come esigenza da una parte non irrilevante della pubblica opinione.
Eppure, credo che ora dire basta alle tasse sia ancora più difficile. Perché c’è tutto ma manca l’entusiasmo. Nell’86, era una cosa nuova. La gente in piazza ci andò per disperazione e bisogno, non perché irregimentata da un partito. Le stesse persone si sono poi entusiasmate per mille cose. Per la promessa di federalismo prima e secessione poi sfoderata da Bossi. Per la promessa di tagli all’odiato fisco spolverata da Berlusconi. Sempre promesse da marinaio. Da anni l’Italia produttiva aspetta un leader. E’ stata sedotta, illusa, abbandonata. C’è il rischio concreto che, alla fine, quello di Visco le sembri l’unico mondo possibile.

1 Comments:

Blogger Elektro Voice said...

No, non deve essere cosi', altrimenti sarà finita per sempre e non ci libereremo diquesti vampiri nemmeno tra 10000 anni.

E' nostro sacrosanto diritto e anche dovere combattere contro lo stato nemico, se necessario fino alla morte, per difendere le nostre case e i nostri beni dall'esproprio condotto con la forza ai nostri danni.

4:17 PM  

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