sabato, novembre 25, 2006

Nasce il quotidiano di FI, Il Giornale faccia come Repubblica!

Ferdinado Adornato direttore della Fondazione Liberal, e dell'omonimo bimestrale da essa pubblicato, ha deciso di dar vita a quello che dovrebbe candidarsi ad essere il quotidiano di Forza Italia. Il nome del bimestrale/fondzione faceva già pena di suo visto che nei paesi anglossassoni i Liberal sono i progressissiti, ebbene pare di capire che anche il quotidiano dovrebbe chiamarsi con lo stesso nome (viva l'originalità!).
Detto ciò vorrei fare un paio di domande agli addetti ai lavori:

Invece di fondare un nuovo quotidiano non sarebbe meglio potenziare i già esistenti quotidiani d'opinione come l'Indipendente e L'opinione?
I quotidiani di partito sono in crisi, ce lo dimostra il calo di copie che ha già da diverso tempo afflitto il quotidiano dei DS l'Unità (al quale immagino FI dovrebbe ispirarsi) e anche l'annuncio di Fini di voler trasformare Il Secolo d'Italia da quotidiano di partito in quotidiano di idee sul modello de Il Foglio e de Il Riformista.
Oltre a quello di ottenere i finanziamenti pubblici (ma FI non era un partito liberale?) che altri scopi dovrebbe avere questa operazione?

La nascità di questo quotiano potrebbe però portare dei notevoli vantaggi indiretti e ora cercherò di spiegare quali e il perchè.

Qualche mese fa Angelo Crespi direttore de Il Domenicale fece una dura critica al cdx sottolineando la sua incapacità di strutturare una seria politica culturale finalizzata a creare quel consenso vitale alle riforme, quel consenso indispensabile per ottenere la rivoluzione liberale di cui il paese avrebbe un gran bisogno.
Egli sottolineò per esempio il fatto che davanti ad un elettorato sostanzialmente diviso a metà (in realtà attualmente sta più a destra che a sinistra) si poteva immaginare un grande giornale liberal-conservatore che potesse intercettare i lettori delusi da quotidiani come Il Corsera (che dopo l'endorsment di Mieli continua a perdere) e La Stampa.

Crespi ha fatto un discorso guardando al passato me esso vale ancora di più se si guarda a quello che sta avvenendo in questi giorni.
Egli scriveva:"Dati alla mano, a fronte di 5 milioni circa di lettori di quotidiani ogni giorno, sono ben 4 milioni le copie vendute da quotidiani ascrivibili alla sinistra. Non volendo credere che solo gli italiani di sinistra acquistino e leggano giornali e ragionando sulla composizione dell'elettorato è facile dedurre che almeno un paio di milioni di questi lettori siano latamente di centrodestra e che essi potenzialmente potrebbero acquistare giornali di centrodestra. Ovvio che per far trasmigrare lettori da una testata all'altra bisogna superare barriere psicologice e sedimentate abitudini di letture. Eppure lo spazio c'era (e ora è aumentato! - Tudap).
Certo bisognava immaginare un grande progetto. Trovare sul mercato cospicui finanziamenti. Poter contare su una forte raccolta pubblicitaria (come per altro Il Giornale con Mondadori).
Puntare innanzitutto sull'autorevolezza, così da poter offrire una buona ragione di impegno ad illustri commentatori che fino ad ora non si sono voluti "sporcare" a collaborare con i giornali di centrodestra.
Trovare una linea editoriale inclusiva che potesse tenere presente il blocco sociale fondamentale per l'Italia: cioè quel blocco sociale conservatore, cattolico, liberale, popolare che ha governato insieme a componenti più laiche e riformiste il nostro paese per 50 anni ma che oggi non ha più un grande quotidiano in cui riflettersi.
Dotare questo quotidiano di tutti gli strumenti adeguati per una concorrenza con gli altri prodotti sul mercato (un allegato newsmagazine, un allegato femminile, un'allegato di economia e di lavoro, un allegato di cultura, un vero sito internet...).

E poi, per farla più breve, sarebbe bastato analizzare il successo di Repubblica (un quotidiano nato negli anni Settanta e capace quasi da subito di far concorrenza al Corriere) e la sua capacità di incarnare l'opinione del proprio lettore, per ripetere uguale a destra".

Perchè riporto queste parole di Crespi? semplice, perchè la nascita di un'Unità di Forza Italia può dar la possibiltà a Il Giornale di liberarsi dalla dipendenza velata che esso ha con Silvio Berlusconi (ed il suo partito) e di sfruttare al meglio le sue potenzialità trasformandosi ne La Repubblica di centrodestra.
E' però necessario far tesoro dei consigli del direttore de Il Domenicale magari, aggiungo io moderandosi un'pò. Il che vuol, dire stop ai titoloni da campagna elettorale, evitare quel modo partigiano di fare giornalismo che portano a strafalcioni come quello sulla Turco che vuole l'eutanasia . Inoltre se Il Giornale vuole dismettere i panni del quasi giornale di partito è bene che chiami a scrivere auotorevoli e capaci giornalisti (già ce ne sono) ed opinionisti e lasci i politici fare i politici (il Rivoluzionario Guzzanti però lo vedrei bene come vicedirettore di Libero).

Chi chiamare a dirigere questo nuovo Giornale? io ci vedrei bene Pierluigi Battista, attuale vicedirettore del Corriere, già editorialista de La Stampa, fu vicedirettore di Panorama sotto Giuliano Ferrara.

sabato, novembre 11, 2006

Per una "rivolta fiscale"

Nella speranza che i tamburi di rivolta che parvero rullare nel lontano 1986 tornino a farsi sentire oggi, e che una volta nella loro storia anche i nostri concittadini sappiano ribellarsi contro il potere e non già per accrescerne la capacità di dominio, contro il fisco e non già per ampliarlo, riproponiamo ai nostri venticinque lettori (per ricordare l’understatement manzoniano) un articolo che uscì nel giugno 1986 in una minuscola pubblicazione liberale di Brescia, La Nuova Libertà. Di tutta evidenza, la marcia dei trentacinquemila che sfilarono per le vie di Torino chiedendo “meno tasse” era nell’aria, e con essa la speranza che prendesse vita un serio movimento schierato a difesa dei contribuenti e contro il parassitismo statale. Siccome quella speranza non è ancora morta in chi scrive, e poiché l’ottimismo della volontà è nel Dna di quanti sono impegnati a costruire quotidianamente una cultura libertaria, nel riproporre questa paginetta si intende riaffermare l'urgenza di reagire e alzare la voce, organizzarsi e costruire consenso. Come era necessario allora, lo è oggi. Vent’anni dopo. (Carlo Lottieri)

Sembra che anche in Italia cominci a profilarsi l’ipotesi di una “rivolta dei contribuenti”, un movimento di opinione orientato a ridimensionare la pressione fiscale. Se si considera che, come ha affermato Robert Nozick, “la tassazione dei guadagni da lavoro è una specie di lavoro forzato” ed un uomo libero può subirla solo in cambio di qualcosa di veramente importante, ciò significa che in Italia – dove lo Stato sottrae il 60% del reddito nazionale – oltre la metà del nostro tempo, della nostra fatica e della nostra libertà vengono illegittimamente sottratti dall’autorità pubblica. Non c’è dubbio, infatti, che il cittadino italiano riceve dallo Stato nient’altro che “paccottiglia, al netto delle tangenti trattenute da privilegiati politici, burocrati, parassiti vari, dissipatori di ogni risma. C’è qualcuno che sia soddisfatto dei nostri servizi pubblici, senza essere tra coloro che li forniscono?” (come ha dichiarato recentemente Sergio Ricossa).
Date tali premesse non è affatto strano che la gente inizi a maltollerare l’esproprio continuo a cui è sottoposta tramite imposte dirette e indirette, palesi ed occulte, e che gruppi di cittadini si mobilitino e raccolgano firme per una proposta di legge di iniziativa popolare a favore di una riforma fiscale di tipo reaganiano. Ed inviti ad un’evasione “palese” e di massa vengono anche da talune associazioni di liberi professionisti, medici, dirigenti di azienda, ecc.
Non si può trascurare, d’altra parte, come alla base di questa nuova sensibilità vi sia la riscoperta dell’imprenditorialità e del profitto. Dell’efficienza di ciò che è “privato”. Il boom della borsa, il successo dei fondi comuni e delle forme di previdenza privata sono segnali precisi di questa diversa disponibilità della gente nei confronti dell’economia di mercato. Molti italiani, in sostanza, sono sempre più interessati a fare in modo che le aziende sviluppino attivi: la mitologia del Quarto Stato sembra così scomparire definitivamente anche nella psicologia collettiva e nel senso comune, lasciando il posto ad una società di proprietari, di azionisti e, soprattutto, di individui liberi ed autonomi.
Pur negli angusti spazi lasciati loro dallo Stato Padrone, anche gli italiani hanno cominciato a sperimentare i vantaggi del capitalismo, ed il differente valore dei servizi pagati in proprio rispetto a quelli elargiti dai burocrati delle strutture pubbliche. Scoprendo, in tal modo, anche il gusto gratificante di costruire, con le proprie mani, migliori condizioni per sé e per i propri figli.
Ma esistono ancora gravi difficoltà. In primo luogo è necessario riconoscere che la maggior parte degli italiani ignora e disprezza l’economia e, se è sempre pronta a sprecare facile retorica intorno alla “questione sociale” o al problema della fame nel mondo, è al contempo del tutto disinteressata ad ogni analisi documentata e razionale di tali problemi. In secondo luogo, non si può dimenticare che in Italia mancano le premesse politiche e istituzionali in grado di portare ad un cambiamento analogo a quello che si è avuto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Nel dopoguerra italiano, infatti, il voto degli elettori non ha mai modificato la situazione politica e i governi sono sempre stati costituiti dalle segreterie dei partiti.
L’ostacolo maggiore è rappresentato, però, dalla potente rete di interessi che è venuta sviluppandosi attorno allo Stato assistenziale. Come ha scritto Gianfranco Miglio sul Sole 24 Ore, “ci sono due Italie: da una parte coloro i quali (…) si attendono tutto dalla protezione politica, e dai cosiddetti ‘trasferimenti’ (cioè dalla spartizione e redistribuzione delle risorse estorte ai restanti cittadini); dall’altra coloro che si ostinano invece a produrre ricchezza, confidando di poterne salvare e godere almeno una parte. I primi vivono sulle spalle dei secondi”.
È necessario allora che gli sfruttati acquistino una diversa coscienza della loro condizione e sappiano aggredire con maggiore coraggio e determinazione il parassitismo di coloro che, in nome di un opportunismo travestito da “giustizia” (giustizia sociale, ovviamente), danneggiano l’intera società e in primo luogo i più deboli. Lo Stato sociale, d’altra parte, si regge su una distribuzione all’interno delle classi medie, togliendo alle formiche per dare alle cicale. Un giro contabile che ignora ed esclude i “veri poveri” (malati, anziani, drogati, ecc.), privi di forza elettorale e di protezione politica.
La “rivolta fiscale” non nasce allora da una sorta di egoismo antisociale, bensì è in difesa della società nel suo complesso: una società spogliata delle proprie risorse, ostacolata nelle proprie iniziative da duecentomila leggi e da una miriade di regolamenti, privata delle proprie autonomie, avvilita nei propri compiti e nelle proprie responsabilità.

Da La Nuova Libertà, giugno 1986.