sabato, novembre 11, 2006

Per una "rivolta fiscale"

Nella speranza che i tamburi di rivolta che parvero rullare nel lontano 1986 tornino a farsi sentire oggi, e che una volta nella loro storia anche i nostri concittadini sappiano ribellarsi contro il potere e non già per accrescerne la capacità di dominio, contro il fisco e non già per ampliarlo, riproponiamo ai nostri venticinque lettori (per ricordare l’understatement manzoniano) un articolo che uscì nel giugno 1986 in una minuscola pubblicazione liberale di Brescia, La Nuova Libertà. Di tutta evidenza, la marcia dei trentacinquemila che sfilarono per le vie di Torino chiedendo “meno tasse” era nell’aria, e con essa la speranza che prendesse vita un serio movimento schierato a difesa dei contribuenti e contro il parassitismo statale. Siccome quella speranza non è ancora morta in chi scrive, e poiché l’ottimismo della volontà è nel Dna di quanti sono impegnati a costruire quotidianamente una cultura libertaria, nel riproporre questa paginetta si intende riaffermare l'urgenza di reagire e alzare la voce, organizzarsi e costruire consenso. Come era necessario allora, lo è oggi. Vent’anni dopo. (Carlo Lottieri)

Sembra che anche in Italia cominci a profilarsi l’ipotesi di una “rivolta dei contribuenti”, un movimento di opinione orientato a ridimensionare la pressione fiscale. Se si considera che, come ha affermato Robert Nozick, “la tassazione dei guadagni da lavoro è una specie di lavoro forzato” ed un uomo libero può subirla solo in cambio di qualcosa di veramente importante, ciò significa che in Italia – dove lo Stato sottrae il 60% del reddito nazionale – oltre la metà del nostro tempo, della nostra fatica e della nostra libertà vengono illegittimamente sottratti dall’autorità pubblica. Non c’è dubbio, infatti, che il cittadino italiano riceve dallo Stato nient’altro che “paccottiglia, al netto delle tangenti trattenute da privilegiati politici, burocrati, parassiti vari, dissipatori di ogni risma. C’è qualcuno che sia soddisfatto dei nostri servizi pubblici, senza essere tra coloro che li forniscono?” (come ha dichiarato recentemente Sergio Ricossa).
Date tali premesse non è affatto strano che la gente inizi a maltollerare l’esproprio continuo a cui è sottoposta tramite imposte dirette e indirette, palesi ed occulte, e che gruppi di cittadini si mobilitino e raccolgano firme per una proposta di legge di iniziativa popolare a favore di una riforma fiscale di tipo reaganiano. Ed inviti ad un’evasione “palese” e di massa vengono anche da talune associazioni di liberi professionisti, medici, dirigenti di azienda, ecc.
Non si può trascurare, d’altra parte, come alla base di questa nuova sensibilità vi sia la riscoperta dell’imprenditorialità e del profitto. Dell’efficienza di ciò che è “privato”. Il boom della borsa, il successo dei fondi comuni e delle forme di previdenza privata sono segnali precisi di questa diversa disponibilità della gente nei confronti dell’economia di mercato. Molti italiani, in sostanza, sono sempre più interessati a fare in modo che le aziende sviluppino attivi: la mitologia del Quarto Stato sembra così scomparire definitivamente anche nella psicologia collettiva e nel senso comune, lasciando il posto ad una società di proprietari, di azionisti e, soprattutto, di individui liberi ed autonomi.
Pur negli angusti spazi lasciati loro dallo Stato Padrone, anche gli italiani hanno cominciato a sperimentare i vantaggi del capitalismo, ed il differente valore dei servizi pagati in proprio rispetto a quelli elargiti dai burocrati delle strutture pubbliche. Scoprendo, in tal modo, anche il gusto gratificante di costruire, con le proprie mani, migliori condizioni per sé e per i propri figli.
Ma esistono ancora gravi difficoltà. In primo luogo è necessario riconoscere che la maggior parte degli italiani ignora e disprezza l’economia e, se è sempre pronta a sprecare facile retorica intorno alla “questione sociale” o al problema della fame nel mondo, è al contempo del tutto disinteressata ad ogni analisi documentata e razionale di tali problemi. In secondo luogo, non si può dimenticare che in Italia mancano le premesse politiche e istituzionali in grado di portare ad un cambiamento analogo a quello che si è avuto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Nel dopoguerra italiano, infatti, il voto degli elettori non ha mai modificato la situazione politica e i governi sono sempre stati costituiti dalle segreterie dei partiti.
L’ostacolo maggiore è rappresentato, però, dalla potente rete di interessi che è venuta sviluppandosi attorno allo Stato assistenziale. Come ha scritto Gianfranco Miglio sul Sole 24 Ore, “ci sono due Italie: da una parte coloro i quali (…) si attendono tutto dalla protezione politica, e dai cosiddetti ‘trasferimenti’ (cioè dalla spartizione e redistribuzione delle risorse estorte ai restanti cittadini); dall’altra coloro che si ostinano invece a produrre ricchezza, confidando di poterne salvare e godere almeno una parte. I primi vivono sulle spalle dei secondi”.
È necessario allora che gli sfruttati acquistino una diversa coscienza della loro condizione e sappiano aggredire con maggiore coraggio e determinazione il parassitismo di coloro che, in nome di un opportunismo travestito da “giustizia” (giustizia sociale, ovviamente), danneggiano l’intera società e in primo luogo i più deboli. Lo Stato sociale, d’altra parte, si regge su una distribuzione all’interno delle classi medie, togliendo alle formiche per dare alle cicale. Un giro contabile che ignora ed esclude i “veri poveri” (malati, anziani, drogati, ecc.), privi di forza elettorale e di protezione politica.
La “rivolta fiscale” non nasce allora da una sorta di egoismo antisociale, bensì è in difesa della società nel suo complesso: una società spogliata delle proprie risorse, ostacolata nelle proprie iniziative da duecentomila leggi e da una miriade di regolamenti, privata delle proprie autonomie, avvilita nei propri compiti e nelle proprie responsabilità.

Da La Nuova Libertà, giugno 1986.

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