venerdì, gennaio 05, 2007

Il poeta Naldini in difesa dell'Occidente

L'integralismo vince quando la ragione si arrende, abdicando alla propria Storia, alle millenarie tradizioni impastate con il sale delle usanze e condite con la saggezza del vivere civile. Il fanatismo, malato compagno del terrorismo, conquista terreno laddove l'Occidente rinuncia a rivendicare il proprio ruolo. E si vergogna dei segni cristiani del Natale: li nasconde, li copre per non urtare la suscettibilità musulmana. Addirittura, si ritira, sconfitto, sbandierando un malcelato senso di solidarietà umana nei confronti di altri popoli della terra e di altri credo religiosi. É l'inizio della fine.
A sostenerlo uno scrittore e un pensatore acuto, scomodo, che non conosce le mezze misure della mediazione e, per questo, si è fatto tanti nemici. Nico Naldini è ateo, ma non miscredente. E lo ha irritato profondamente, nelle scorse settimane, la notizia che l'Inghilterra aveva scelto di rinunciare ai simboli cristiani del Natale dimenticando tradizioni che parlano anche a chi non crede. «Questo politically correct spesso diventa un tradimento dello Stato laico e rappresenta un pauroso ripiegamento della cultura occidentale di fronte all'Islamismo». Intellettuale e poeta, uomo di cultura e cugino di Pierpaolo Pasolini, friulano di origine e trevigiano d'adozione, Naldini guarda a ciò che sta accadendo negli ultimi anni sul fronte rovente dei rapporti tra Occidente e Oriente, tra Cristianesimo e Islam, e non capisce tanto facile, impaurito ripiegamento. Amico di Oriana Fallaci, visto che all'epoca in cui la giornalista toscana scrisse il suo primo libro - "I sette peccati di Hollywood" - egli lavorava alla Longanesi, la casa editrice che lo pubblicò, ne ha condiviso le paure. Non gli anatemi. Ed oggi, appena trascorsa la festa della Natività, riflette sullo scontro fra culture e denuncia l'incapacità dell'Europa di alzare la testa.
Conosce il mondo musulmano?
«È diciott'anni che vado in Tunisia a Sidi bu Said, un villaggio alla periferia di Cartagine, da dove mi sposto per incursioni fino in Algeria, nel deserto Sahariano e in Marocco. Il mondo islamico mi attrae, è una cultura che continuo a studiare, così come la loro religione. Quando sono lì leggo, scrivo e vivo in solitudine perchè aborro i circoli italiani. Ci vado sei volte all'anno e per un mese alla volta sicchè, alla fine, vivo metà del tempo in Italia e metà in Tunisia».
Da cosa è partita la sua riflessione sullo scontro di culture?
«Mi sono soffermato a riflettere sugli esiti negativi dell'integrazione, non soltanto in Italia ma anche in Francia e in Inghilterra. E il "la" me l'ha offerto proprio l'Inghilterra, paese che ha abolito i segni cristiani del Natale con l'intento di non urtare la suscettibilità musulmana. Questa è una vittoria per gli integralisti e per i terroristi e, nel contempo, rappresenta un pauroso ripiegamento della cultura occidentale di fronte all'islamismo, un messaggio che le masse recepiscono e inghiottono come cavallette sazie e soddisfatte. Loro capiscono soltanto che ce l'hanno fatta. Che hanno vinto. Lo dico perchè ho un'immagine davanti agli occhi che mi ha raggelato il sangue. Ero in Tunisia quando è stato sferrato l'attacco alle Torri Gemelle e dopo mezz'ora tutti, in Tunisia, avevano sui cellulari le Twin Towers che bruciavano. Si passavano il messaggino l'uno con l'altro in segno di vittoria».
E i crocifissi nelle aule delle scuole?
«Anche i crocifissi fanno parte della nostra tradizione millenaria. Come si può pensare di toglierli dalle scuole? Noi viviamo con, sulle spalle, il peso della nostra storia e se anche sono ateo credo nella storia che ha trasmesso il cristianesimo e consiglio a tutti di leggere le parole che dieci anni prima di morire, ossia il 20 novembre 1942, Benedetto Croce pubblicò sulla sua rivista "La critica". Era il saggio "Perché non possiamo non dirci cristiani"».
Perchè lo scontro tra Occidente e Islam si inasprisce?
«Questa guerra scoppia adesso perchè l'Occidente non è più predominante com'era un secolo fa. La predicazione antioccidentale affonda le sue radici nel tempo, e fa breccia in una comunità dove il livello di convivenza civile è davvero basso: c'è povertà, subordinazione, finanche invidia per il mondo occidentale. Così, la fede fondamentalista rappresenta un collante tra i vari segmenti del mondo musulmano e suggerisce una identificazione possibile di tutti quei frammenti della società araba che hanno alle spalle una grande storia che conoscono malissimo. Finalmente c'è qualcuno che dice loro: "Siamo noi i veri credenti e la nostra identità va salvaguardata contro i non credenti". Passo dopo passo si arriva al fanatismo e agli attentati in America e in Europa».
Quale il suo sentimento di fronte a tutto ciò?
«Ho capito che non possiamo cancellare con un colpo di spugna tutto quello che ci hanno tramandato duemila anni di cristianesimo. Io, da ateo, dico che la religione cristiana ci ha insegnato la grande forza dell'umiltà. Noi siamo i figli dell'umiltà di San Francesco e di madre Teresa di Calcutta, che si sono fatti poveri tra i poveri. Nel mondo musulmano non esiste l'umiltà, bensì la superbia e la scontrosità: è un popolo che si offende per nulla e che giura vendetta fino alla morte».
Allora, cosa si può fare?
«Noi dobbiamo puntare a mantenere viva e intatta la nostra cultura, basata sulla formazione logico-matematica della meccanica newtoniana, sulla razionalità moderna. Per quanto in crisi, il mondo occidentale non può cedere di fronte al fanatismo. La nostra cultura non deve ripiegare su se stessa, impedendosi qualsiasi forma di espressione per non turbare gli animi altrui, in nome di un errato senso di solidarietà che verrà interpretato come un cedimento dell'Occidente all'Islam. Loro mettono in campo forze primitive che noi, con la nostra cultura, abbiamo superato da secoli: la legge del taglione, l'occhio per occhio, la religione che scandisce la vita quotidiana, il fanatismo».
Le sue parole assomigliano tanto all'ultima crociata della giornalista Oriana Fallaci...
«No, non sono d'accordo con la Fallaci. L'ho conosciuta a Milano, al tempo del suo primo libro "I sette peccati di Hollywood" perchè lavoravo nella casa editrice Longanesi che pubblicò quel romanzo. La frequentai e diventanno amici. Ma non voglio essere confuso con lei. Lei ripete paradigmi razziali e le sue parole sono benzina che accende il fuoco del fanatismo e dell'integralismo . Io avverto chiunque a non usare le armi del razzismo quanto, piuttosto, ad evitare il ripiegamento culturale. La Fallaci batte ossessivamente sul tasto della guerra tra civiltà, che a suo dire è fatale. Invece, è proprio quello che va evitato. Lo scontro tra civiltà significherebbe la fine di tutte le civiltà. Non siamo in una giostra dove è possibile ipotizzare la prevalenza dell'una sull'altra».
E i nostri politici, come si comportano?
«Non serve a nulla lanciare inutili fulmini di cartone contro immigrati e immigrazione, così come fa il prosindaco di Treviso Gentilini. Bisogna invece puntare su una giustizia più severa e più giusta, tanto nei confronti degli stranieri quanto degli italiani. Giustificazionismo e mancanza di severità non rappresentano ampiezza di vedute ma ristrettezza mentale di chi non sa affrontare in problemi, nè correggere la gioventù italiana criminoide».
Perchè è così difficile l'integrazione degli immigrati?
«I musulmani che ho conosciuto nel loro ambiente rappresentano la parte sana della loro società e sono migliori di quelli che arrivano in Italia. Una volta approdati nella nostra società opulenta si mettono in gioco secondo gli aspetti accessibili alla loro sensibilità; molti di loro si adattano a lavorare mandando avanti le aziende del Veneto, molti altri ingrossano le fila della microcriminalità. In entrambi i casi, sia gli onesti che i disonesti, sono sfruttati e quindi accumulano frustrazioni e incamerano odio. In Europa perdono la loro identità più genuina senza acquisirne una nuova e diventano schegge impazzite, facile preda del credo fondamentalista. Così, il problema non è di natura xenofoba, quanto piuttosto di capacità di accoglienza. E lo dico a un popolo, i Veneti, che dell'immigrazione hanno fatto un loro punto di forza».
C'è una soluzione?
«Le istituzioni sono sempre più deboli. Non ci sono, ad esempio, indagini serie per sapere quanti sono gli immigrati, quanti lavorano in nero, come vivono, come e dove si aggregano. Spetterebbe alle istituzioni fare tutto ciò. Invece impera il buonismo e il lassismo. Manca qualsiasi elaborazione culturale di un fenomeno che sta dilagando e che rischia di sommergerci. Vengono recepiti soltanto i comportamenti alieni. Non è una critica all'immigrazione, che invece va studiata perchè, ad esempio, noi non possiamo immaginarci che si muoia ancora di malattie da noi debellate da tempo, come succede ad esempio in Sudan. Oppure, di avere tra i nostri ricordi cataste di cadaveri come succede per il popolo kosovaro. Non sono quelle le nostre vite e nemmeno i nostri ricordi. Ecco cosa dobbiamo cercare di capire per regolamentare un fenomeno che rappresenta una ricchezza e che rischia, invece, di trasformarsi in una catastrofe, senza lanciare inutili anatemi e senza dimenticare le nostre conquiste».
Naldini chiude l'intervista insieme alla valigia che ha preparato per raggiungere la Tunisia. Trascorrerà là l'intero periodo di vacanza, convinto che una speranza di pacifica convivenza tra i popoli vada comunque ricercata, partendo dalla schiettezza delle analisi e dalla saggezza dello studio.

Valeria Lipparini
Il Gazzettino

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